Zerocalcare e il 17esimo libro più venduto in Italia

 In Letteratura

Fonte: sito Feltrinelli di questa settimana. Dimentica il mio nome sta dopo Massimo Recalcati e prima di Aldo Cazzullo.
Credo sia uno dei pochi fumetti che si vende anche in libreria, forse il primo che tutti chiamano “libro”. Dev’essere veramente un eventone, se ne parlo io, che ho una percentuale fumettologica abbastanza elementare. È veramente un eventone, perché a un certo punto ho deciso di andare alla presentazione (e lo avevo pure già letto!).

Libri e segnalibri: edizione regular e nessun segnapagina, potete leggerlo in una giornata

Libri e segnalibri: edizione regular e nessun segnapagina, potete leggerlo in una giornata

Che posizione demmerda, penserà qualcuno. Mica tanto. Dimentica il mio nome è uscito il 16 ottobre, è già passato per il podio e ci è rimasto un po’. Edizione cartonata 17×24 e due copertine, una regular nei toni del verdino, e una variant, sognante e acquerellosa, firmata da Gipi.
Sì, ma era il 16 ottobre. Eeeh, lo so, sto un po’ in ritardo, ma avevo l’ansia da prestazione della recensione fumetto. Anche perché questo è il mio primo Zerocalcare fuori dall’online.

Lascio il tempo di andare a coloro che per ovvi motivi non mi daranno credito. Agli altri presento Ferdinando Nerdi, il nerd frutto della mia psiche che mi assisterà nell’impresa (anche qui potremmo perdere qualcun altro).

Ehilà, Nerdi!
Ciao, Iolanda. Ciao, lettori.
Allora, come si fa la recensione di un fumetto?
I disegni. Guarda i disegni.
Eh, ma mica so’ quadri.
La storia anche. Come fai nei libri.
Poi?
Vedi se è impaginato bene.
In che senso?
Lo stile. Se ha un taglio cinematografico.
Mmmh…
Guarda le vignette. Se sono i quadrati di Topolino o cose massicce tipo Ejzenštejn.
Chi?!?
Lascia stare. Vedi se è bello da vedere e coinvolge, se comunica. Come nei libri, però senza dimenticare i disegni.
Altro?
Il tratto dei disegni.

Occhei, ci concentreremo sui disegni. Però partiamo dalla storia.
Dimentica il mio nome è una storia famigliare, un pezzo della vita di Michele Rech, un ragazzo che sa il francese e ama Rebibbia. Più precisamente è la storia della sua nonna materna, talmente assurda che sembra di fantasia (eppure, per quanto abbia mischiato la realtà con l’invenzione, c’è molta più verità di quel che si potrebbe pensare, ha raccontato).

Eh.

Eh.

Due anni fa Mamie, come la chiama lui, è venuta a mancare e questo ha dato il via alla ricostruzione degli avvenimenti che hanno portato una ragazzina nata a Nizza a vivere in uno dei quartieri più problematici di Roma. Huguette, questo il suo nome (c’è una sequenza bellissima sul perché il giovane Calcare non vuole svelare che sua nonna si chiama come la figlia di Fantozzi), ha perso sua madre ed è stata mandata in orfanotrofio dalla matrigna insieme a sua sorella Suzie. A nove anni è stata adottata da una nobile famiglia russa emigrata durante la rivoluzione bolscevica e a diciassette ha sposato il nonno materno di Michele. Lui sa solo che di cognome faceva Crowley perché sua madre si chiama Elisabeth Crowley.
Entreranno in gioco i nazisti, le fughe, gli imbrogli e le identità false in cui Zerocalacare ha dovuto scavare per completare il quadro (inframmezzando il lavoro con Dodici, uscito l’anno scorso). In fin dei conti, “il dolore crea dei buchi nella trasmissione della memoria. Poi ognuno li riempie come può.”

Ma quanto è strano, citare un fumetto? Un fumetto in cui cerchi e trovi quel centro tipico dei romanzi?
La storia della nonna di Zerocalcare è un’avventura che meritava di essere raccontata, ma è stata anche il mezzo per quelle auto-riflessioni in cui ci riflettiamo così tanto nel blog del fumettista romano. Il dolore che si accumula nel tempo, l’incapacità di dirlo, la totale inadeguatezza nell’avere a che fare con quello degli altri. Le persone perdute che diventano pezzi di un’armatura da Cavaliere dello Zodiaco. Quel momento in cui si cresce. Ce n’è, ce n’è.

Zerocalcare meritevole di plumcake

Zerocalcare meritevole di plumcake

Ora: disegni e disegnetti. Michele Rech è uno di quegli autori che non puoi non amare, perché sta lì a spiegarti le tavole tutto il tempo che vuoi, e anche se sei talmente rimbambita da non aver preso il numero per la fila, non te ne farà andare via senza nemmeno un armadillino. Come fai a non volergli portare i plumcake?
I disegni di Dimentica il mio nome sono quelli che si trovano sul sito e sulle strisce, tratto netto e disegni volutamente grotteschi o rozzi (son brava, Nerdi?); personaggi e paesaggi hanno le caratteristiche che servono a identificarli e darne una percezione riconoscibile, che sia l’appartamento di una vecchietta o una meditazione extracorporea. Soprattuto, una meditazione extracorporea.

Armadillini autografini

Armadillini autografini

I viaggi mentali di Zeroclacare sono ambientati nell’immaginario dei nati negli anni Ottanta, ma sono approcciabili anche per quelli del Novanta, e servono tutti. Leonida di 300, i videogiochi di Super Mario e le Air Max sono alcuni dei supporti che questo ragazzo usa per farci arrivare l’ironia e la commozione . Le sue digressioni disegnate sono la retorica a livello Super Saiyan.
Le vignette hanno quei quadrati irregolari che le fanno sembrare fatte di fretta, seguendo l’impulso. Le sequenze sono chiare e montate bene, fanno accelerare o rallentare la storia ogni volta che serve, e ogni pagina ne ha quante ce ne vogliono. Le frasi che le collegano, messe negli spazi normalmente vuoti, sono tanto funzionali quanto irrinunciabili.

C’è nella storia un elemento “sovrannaturale”, che supplisce alle mancanze dei fatti conosciuti: l’arancione*. Le 240 pagine di questo libro sono in bianco e nero, fatta eccezione per l’arancione delle volpi (la combinazione bianco/nero/colore tipo Sin City o completo Marella mi fa impazzire). Le pagine centrali, disegnate in negativo, danno la giusta collocazione al colore e fungono da anello di congiunzione tra la prima e la seconda parte del racconto (anche se l’arancione è venuto così, in corso d’opera). Ci sono un sacco di volpi, anche quella del Piccolo Principe.

I grandi classici secondo Zc

I grandi classici secondo Zc

Dalla prima all’ultima pagina c’è una divisione in capitoli che nemmeno i romanzi (ormai vanno i numeri), a cominciare da Ogni maledetto lunedì fino a Nomi, che per una serie di briciole tematiche distribuite a dovere, chiude un cerchio perfetto. A questo libro manca solo l’indice.

(*Nerdi ipotizza che l’arancione sia stato aggiunto con Photoshop, e vi saluta)

Iolanda Sequino

Iolanda Sequino

Sono nata lo stesso giorno di Montale, però a Villaricca, provincia di Napoli, e nel 1990. Mi sono laureata in Lettere moderne alla Federico II. Il mio regno per gatti, feste a tema e giochi di parole. Studio come parlano le persone, mi piace un sacco.
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