Youth – Recensione

 In Cinema e Teatro

di Lavinia Petti

A volte incontriamo cose che pretendono da noi una scelta: essere amate oppure odiate. A ben rifletterci, non è neppure una scelta, ma una propensione. Siamo noi ad amarle o a odiarle spontaneamente, in base alla nostra natura.

Queste cose, comunque, sono destinate a restare grandi, a far parlare di sé, a non essere dimenticate.

Nel corso degli anni ho capito che i film di Paolo Sorrentino appartengono a questa controversa categoria. Uso il termine controverso perché sono vere e proprie controversie e diatribe quelle a cui ho assistito tra chi ama e chi invece odia i suoi film.

E così anche ieri, in sala, certa gente si è alzata ed è andata via, come se le fosse stato fatto un torto personale, borbottando infastidita: “Ma che schifo di film! Una stupidata simile non l’ho mai vista!”

Dall’altro lato, c’è chi è rimasto con gli occhi incollati allo schermo, la pelle d’oca, il respiro trattenuto quasi ininterrottamente per 118 minuti, muovendosi solo alla fine per concedere un applauso: per un attimo ci si è dimenticati del tutto che quello non era uno spettacolo dal vivo.

Fred Ballinger (Michael Caine) è un anziano direttore d’orchestra che passa le vacanze in un albergo tra le Alpi svizzere. A tenergli compagnia, la figlia Lena (Rachel Weisz), piantata in asso dal marito prima di partire per la Polinesia, e il suo amico di una vita, il regista in declino Mick Boyle (Harvey Keitel), alle prese con il suo film testamento. In questo ambiente circoscritto si muovono, a tratti levitano, personaggi secondari che si caricano di significati simbolici e metaforici: loro recitano una parte, a noi spetta affidargli un ruolo. Intanto, un emissario di Sua Maestà la Regina supplica Fred di tornare a dirigere, un’ultima volta, le sue Sinfonie Semplici, in occasione del compleanno del Principe Filippo.

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Youth, giovinezza. È un titolo sensato, visto che i protagonisti sono quasi ottantenni che disquisiscono sulla serietà dei problemi di prostata. D’altro canto, cosa resta loro se non il ricordo delle cose che furono?

Paolo Sorrentino è un filosofo che indaga sul mistero più dibattuto al mondo: il mistero del tempo che passa. Qui tuttavia si lascia tentare dalla “perversione della leggerezza”. Non ci sono soltanto frustrazioni e disperazione a riempire le vite di questi personaggi: in loro si sono fissate, con forza dirompente, le emozioni. Fred non dirige più nessuna orchestra, ma non riesce a trattenere la musica che è in lui e nell’universo circostante: suona in continuazione la carta di una caramella, facendola frusciare tra le dita, e dirige una sinfonia di campanacci per mucche brucanti e uccelli in volo. Mick, affiancato da un gruppo di giovani sceneggiatori, lavora senza sosta al suo film, L’ultimo giorno della vita; è tutto ciò che gli rimane, ma non importa: con i sogni che ha, la vecchiaia diventa un dettaglio irrilevante. La stessa amicizia che lega Fred e Mick è una bella amicizia, perciò parlano soltanto di cose belle. E persino nelle microstorie che gravitano intorno a loro scorgiamo personaggi che non sono vittime del tempo, ma uomini che si prendono piccole pause per un po’: Maradona, ad esempio. Sì, c’è anche un omaggio al Numero 10, che è tra gli ospiti del prestigioso hotel (non surriscaldatevi: non è davvero lui, ma un attore argentino, tal Roly Serrano). El Pibe de Oro è un uomo obeso, goffo e stanco, che fa rimbalzare una pallina da tennis e pensa al futuro…

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È questo dunque il passo con cui Sorrentino si muove tra il suo cast internazionale: delicato, ironico, soffice. La cornice del film è la cornice della montagna: quella Montagna Incantata in cui Thomas Mann aveva racchiuso i resti di un’era del mondo, serve a Sorrentino per contenere ciò che rimane di tante piccole vite.

Sono pochi, ma forti e necessari, gli intervalli di struggente angoscia, in cui la vecchiaia è dipinta come una condanna in un lager nazista, dove i prigionieri (o gli ospiti) dell’hotel sfilano nudi e apatici, controllati da cameriere invadenti, per arrivare ai bagni turchi e alle saune. Il tutto puntellato qui e lì da piccole parentesi di straordinaria capacità registica, in cui sono concentrati chiaroscuri quasi caravaggeschi e immagini indimenticabili.

Youth non è un film del tutto perfetto: a volte rallenta e a tratti sembra quasi diventare l’eco di se stesso. Ma niente più.

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Magari suona snob affermare che chi ama il cinema ama Sorrentino. Ma chi ama il cinema, il più delle volte, si sente trainato, quasi costretto da misteriose forze universali a ringraziarlo. Paolo Sorrentino è un visionario che offre al pubblico il suo sguardo sul mondo, uno sguardo che è tanto più unico quanto più riflette immagini comuni di profonda e sacra bellezza. La grande bellezza è la bellezza contenuta nelle cose piccole. Ricordate la scena di American Beauty in cui Ricky mostra a Jane il video della busta di plastica?

“Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E questa busta era lì, danzava con me. […] A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla.”

L’epifania è lo svelarsi delle realtà: è il momento in cui Maradona scorge una pallina da tennis abbandonata, è quando Jimmy Tree (un sempre più maturo Paul Dano) fissa un bastone di legno, è quando Lena scopre il motivo del rifiuto del padre, che non vuole dirigere l’orchestra a Buckingham Palace, è la scena in cui Mick vede sfilare le sue donne (perché lui è stato un grande regista di donne), è una bici che si impenna e scende giù dalla montagna, senza cadere…

Questi piccoli attimi di vita Sorrentino li coglie e li fissa, scena dopo scena. Regalandoci, ancora una volta, una grande bellezza.

 

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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