Years & Years – Communion – Recensione

 In Musica

Agosto 2014: era da un po’ di tempo che MTv aveva perso la mia fiducia, tra sedicenni incinte e giovani calciatori, eppure, per caso, mi sono imbattuta in una piccola perla musicale che tra echi elettronici british mi ha ricordato qualcosa a cavallo tra i Pet Shop Boys e i Chemical Brothers, Disclosure et similia. Era il 2014 e Michael Goldsworthy, Emre Turkmen e Olly Alexander (che sicuramente i fan di Skins e della più recente Penny Dreadful riconosceranno) ovvero gli Years & Years, mi ipnotizzarono immediatamente con un singolo da paura –Take Shelter– tra l’electro e il caraibico. Dovevo documentarmi assolutamente, così, sono andata subito alla ricerca di informazioni e nuove tracce. Il loro canale YouTube, che all’epoca non contava ancora i milioni di visualizzazioni di oggi e aveva solo pochi video, mi portò a sperare in un immediato rilascio di un disco, cosa che in questi mesi è stata la mia unica ragione di vita (non è vero ma diciamo che l’attesa è stata davvero spasmodica). La fama del gruppo, in quel momento, stava crescendo anche grazie anche ai tour con il collega britannico Sam Smith, trovando l’apice quest’anno con la vittoria del prestigioso BBC Sound of 2015 award.

Luglio 2015: finalmente Communion è stato rilasciato e ve lo dico già prima di iniziare la recensione: è bellissimo.

La copertina del disco

La copertina del disco

Si inizia da subito con ritmi martellanti come nella vibrante Real, in cui tra un battimani e un ritmo in crescendo, la fanno da padrone le vibrazioni RnB non mancano però pezzi più lenti come Foundation, che sembra quasi preso in prestito da In the Lonely hour, del re mida Sam Smith. Il sound underground miscelato con la moderna elettronica sembra davvero andare d’accordo con il trioLa voce di Olly unisce i due generi senza apparenti legami, con quelle note in falsetto che ricordano un giovane Michael Jackson come nel caso di Worship e dei suoi cori quasi da chiesa futurista.

Già dalla terza traccia si inizia a capire l’andazzo, Shine brilla di luce propria, non a caso è uno dei singoli scelti per presentare l’album. Testo intimista per la traccia più orecchiabile e danzereccia, quasi un contrasto, che però riuscirà a mettere in moto le gambe, non importa dove ti trovi o con chi tu sia, la voglia di ballare ti dominerà come non mai, come nel caso di Take Shelter. Qui però si va verso altre spiagge, siamo ai Caraibi, e il loro sound viene sapientemente mixato con suoni urbani, lasciando la voce di Alexander a mitigare lo strano miscuglio.

Pensavo di aver inquadrato lo stile a questo punto ma questi tre inglesi ne sanno una più del diavolo! Eyes Shut  è totalmente diversa dalle tracce precedenti. Uno splendido piano guida tutto il brano in maniera perfetta. La voce soul, poi, fa da calmante naturale, per questa electro-ballad a dir poco stupenda. Cambio d’atmosfera, con un coro ripetitivo che entra in testa da subito per Ties, pezzo synth-pop un pochino angosciante. Non è tra le migliori ma è una di quelle tracce che dimostra quanto il gruppo sappia spaziare tra i generi. Chapeau!

Ed ecco il momento delle mie preferite: King e Desire, con la prima, i ragazzi ci riportano alla electro-dance radio-friendly perfetta per le piste da ballo, come anche la seconda, che, grazie al suo ritornello orecchiabile, potrebbe benissimo diventare una di quelle canzoni che rimarranno in testa per sempre dopo l’ascolto. A volte si sente un po’ una mancanza di originalità come con Border, un folk-dance scattante e melodico in cui il coro interviene a salvare il brano, che non è tra i più brillanti, cercando di ricalcare atmosfere molto alla Florence + The Machine. Per fortuna con Gold riescono a recuperare alla grande con un sapiente uso dei synth e un testo dinamico che vengono accompagnati dalla voce dannatamente orecchiabile del frontman, riuscendo a dare un’intensità tale al brano da ricreare quasi l’energia di un cuore pulsante.

Sam Smith e Olly Alexander

Sam Smith e Olly Alexander

È quasi come fosse una persona in carne ed ossa, che dopo essersi scatenata sulla pista da ballo ha bisogno di riposare, il disco sul finire inizia a perdere la carica danzereccia iniziale, Without. Un lento che rientra prepotentemente di nuovo nell’RnB degli anni ’90 accompagnato da alcuni dei  migliori vocals dell’album mentre la delicata Memo è forse la traccia più soul.

L’accompagnamento di pianoforte ci ricorda ancora una volta Sam Smith ed è la perfetta conclusione per un disco così mutevole che rispecchia totalmente l’anima di questo trio che può dare davvero tanto all’electro-pop moderna. Nonostante non abbia portato chissà quale innovazione o invenzione, ha saputo regalarci un bel disco che si distanzia molto dai lavori piatti e scialbi a cui le industrie discografiche ci hanno abituato.

Non siamo di fronte a un semplice album: Communion è un melting-pot che varia tra pop, electro e RnB  legati sapientemente in un modo lontano anni luce dalla musica commerciale e da quella porcheria immensa che è l’EDM dagli anni 2000 in poi. Il lavoro degli Years & Years si mescola in maniera naturale piccole gemme e canzoni meno pretenziose, incoraggiando sempre chi  ascolta a pensare a questo genere in modo diverso, dimenticando per un attimo i “rumori da fax o da modem”, abbandonandoci a testi ricchi e riflessivi che si distanziano di gran lunga dalla melassa che popola questo tipo di musica. Un album davvero bello per chi come me è cresciuto negli anni ’90 che potrà ritrovare così i suoni dell’infanzia e anche un po’ di fiducia in più nella musica contemporanea, come è capitato a me.

Marinella

Marinella

Un nome singolare ma cognome plurale. Estremamente ostinata e sospettosa, amante degli anni '90 e dei minipony, medaglia d'oro nella maratona di serie tv. David Bowie unico Dio.
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