Wild Wild Country, l’uomo nuovo

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Wild Wild Country è una descrizione perfetta dell’apologia dell’uomo nuovo attuata, barbaramente e alla rinfusa, dalla cultura New Age.
In questa docu-serie, recentemente uscita su Netflix, si concentra tutto il materiale necessario a smascherare, mettere a nudo, l’enorme vacuità del movimento culturale (che si fregia anche di essere controcultura) del pensiero moderno, analizzandone una vicenda, ed una figura, che ne rappresenta gli albori. Quando sentivo parlare di Osho, nella mia cronica ignoranza, mi veniva in mente una figura simile al Dalai Lama: un santone originario di un paese di cui non conosco nulla, che si appoggia su fondamenti teologici lontani dalla mia cultura, ma che tuttavia affascina la mia immaginazione. Ricordavo vagamente frasi telegrafiche trovate in internet qua e là, testi mimetizzati nelle librerie di molte case, ed un generale senso d’importanza che questo nome incuteva. Tutta la filosofia di Osho, nato come Chandra Mohan Jain, poi noto per molto tempo come Bhagwan Shree Rajneesh, sembra vertere su principi incontrovertibili, fondatori, più o meno consapevolmente, di tutto il pensiero progressista degli anni ’90 e duemila.
Questo non perché Osho ne sia il precursore, ma semplicemente perché la sua dottrina non era altro che una rivisitazione di sentimenti avvertiti fortemente dalla classe media, e mediamente acculturata, globale, quindi fortemente radicati nel contesto socio-economico dell’epoca.

In effetti, il primo a parlare di “uomo nuovo”, costruito sulle ceneri della vecchia morale, era stato Nietzsche: il suo Ubermensch, fondato interamente sul superamento dei valori canonici della civiltà così com’era costituita all’epoca, era il primordiale riferimento di tutta la controcultura antropocentrica del ‘900, che non ha fatto altro che rimescolare la dottrina del filosofo tedesco incentrata sulla vittoria del dionisiaco sull’apollineo.
Il concetto di uomo che non subisce più il Fato (incarnato culturalmente dalle autorità morali e religiose) ma costruisce, come un dio, il proprio destino solo in base alla propria volontà, è l’humus di partenza di molte dottrine e correnti di pensiero moderne, compresa quella di Osho.
Egli infatti ripeteva, come sentiamo spesso in Wild Wild Country, che la sua non era una religione ma, anzi, una non-religione, in cui il suo unico ruolo di rilievo era quello di permettere ad altri di scoprire se stessi. Osho aveva studiato filosofia, possiamo supporre conoscesse bene Nietzsche, e la sua estrazione culturale gli permise di essere abbastanza furbo da comprendere che non dipingersi come un profeta, ma come un esempio per altri pari a lui, faceva una gran differenza, sotto molto aspetti. Il difetto maggiore di Wild Wild Country infatti, è quello di mantenere una neutralità che, spesso e volentieri, nelle sei lunghe puntate, rischia di sfociare nella superficialità, evitando di approfondire alcuni concetti importanti della filosofia del guru e, soprattutto, delle sue ripercussioni sociali e legali.
Osho sapeva bene che non dichiararsi come un profeta, ma lasciare che fossero gli altri a farlo, avrebbe reso la sua dottrina meno avversa alle religioni comuni, alle loro istituzioni, e, soprattutto, lo avrebbe reso meno controverso.
Non voglio dire che lui non credesse in ciò che diceva, anzi: egli riutilizzava un pensiero nietzschiano sposandone i principi, allo stesso tempo traendo profitto pratico dal farlo.

Lo stupore maggiore che si ha guardando Wild Wild Country infatti, non è dato dall’incedere della sua figura, quanto piuttosto dai suoi seguaci. Migliaia di persone invaghite di un guru indiano, disposte a mollare ogni cosa, vendere case, abbandonare vite e affetti, pur di raggiungerlo nel suo ahsram, in India prima e in Oregon poi. Attraverso una serie di principi abbozzati e contrastanti, la cui superficialità permetteva di gestire le contraddizioni, Bhagwan riunì una schiera di fedeli dichiarati praticanti dell’auto-illuminazione ma, a conti fatti, completamente dipendenti dalla sua guida. La carenza della docu-serie è proprio quella di non sottolineare più di tanto queste contraddizioni, approfondendo le fonti che le trattavano (ed erano tante): Wild Wild Country è completamente incentrato sull’epopea di Bhagwan e Sheela, la sua autoritaria assistente, in America, del loro sogno di creare la comune perfetta per l’uomo nuovo (con i soldi degli uomini vecchi) e delle assurde vicende legali che ne seguirono
Per quanto sia una storia incredibile anche solo da credere, e molto interessante da ascoltare, al finire delle sei ore di visione si rimane un po’ insoddisfatti, ben consci di non aver avuto una panoramica ben approfondita della questione.

Il sistema edificato verte unicamente sulla contrapposizione fra i Rajneesh e la società rurale di Antelope (cittadina nella quale si insediarono i sanyassin, che poi la ribatezzarono Rajneeshpuram), saltando a piè pari una contestualizzazione che questa storia incredibile avrebbe meritato. Ad esempio, tracciare un profilo dell’uomo occidentale dell’epoca, svuotato dalle ideologie sessantottine ma ancora travolto dalle sue speranze, dalla sua voglia di partecipazione. La fortuna di Osho nel mondo occidentale si basò proprio sul tempismo di convogliare un bacino di persone senza una base culturale, ideologica e religiosa ben precisa: all’alba degli anni ’80 i movimenti strutturati che cercavano di reinventare “l’uomo nuovo” erano decaduti, e milioni di loro militanti non avevano direzione. Questo permise alla dottrina di Bhagwan di trovare terreno fertile in una fetta di società benestante e condizionabile, capace di foraggiare con la propria ricchezza l’indipendenza del culto fino ad arricchirlo a dismisura. Per di più, la faciloneria con cui Osho ricuciva materialismo occidentale e spiritualismo orientale (affermando semplicemente che l’uomo nuovo avrebbe dovuto raccoglierli entrambi) ben si prestava ad una spinta positivistica che annullava, di fatto, ogni spirito critico nei confronti dei sistemi di vita da cui queste persone provenivano, opponendosi allo stesso tempo alla mortificazione del benessere che le autorità sottintendono, e la religione cristiana promuove attraverso l’elogio della sofferenza (cosa che criticava anche Nietzsche). Quindi, nella superficialità più imperante, queste persone potevano raccogliersi alla ricerca di un millantato spiritualismo senza mettere in discussione nulla della propria esistenza.

Questo non vuol dire che i principi a cui anelavano i sanyassin fossero deprecabili: concetti come l’amore universale, il sesso libero, il rifiuto del dogma e di qualsiasi autorità potevano essere anche principi nobili e, in certa misura, perseguibili. Non c’è molta differenza dal movimento hippie, guardando le immagini, se non per l’aspetto esotico della cultura indiana.
Il fatto è che per Bhagwan fu estremamente facile farsi seguire e, più che per il valore della sua dottrina, la sua fortuna si deve al contesto. Pensare che sia un caso che la maggior parte dei sanyassin fosse benestante, anglosassone e bianca, pur promuovendo una logica universale, sarebbe terribilmente miope. Un’altra enorme mancanza di Wild Wild Country è quella di non mettere in luce la somiglianza fra il culto di Osho e quello, tornato in auge in Occidente proprio fra gli anni ’80 e ’90, del divismo: l’idolatria spicciola hollywoodiana riempie le immagini sullo schermo, dove il guru in Rolls Royce veste abiti firmati e cosparsi di diamanti, portando al polso orologi da centinaia di migliaia di dollari, solo perché aveva sempre detto che il lusso non è un male. Non ci si chiede dov’era il problema del materialismo occidentale, per Osho, se bastava aggiungervi solo un po’ di meditazione. Eppure molti detrattori lo chiedevano.
Il misticismo spicciolo che ammantava questi individui è rintracciabile nell’importanza di figure di riferimento, in mancanza di istituzioni che raggruppino persone con idee simili: nel processo di transfert tra il devoto e la sua guida si trasmettono tutti i bisogni comunitari dell’uomo civile, che l’imponenza delle istituzioni sociali moderne, poi diventate globali, non riesce a soddisfare. Così i complessi liberi e democratici assistono impotenti alla devozione dei propri figli al primo santone che passa.

L’ultimo paradosso poco sviluppato in Wild Wild Country è quello dell’Osho guru-autorità, che, al netto di qualche ricerca più approfondita, risultava contraddittorio al limite dell’allucinante, oltre che superiore alla sua stessa dottrina. Molti osservatori americani, ed alcuni sanyassin stessi, sottolineavano come la comune di Rajneeshpuram vivesse di donazioni dei seguaci e della forza-lavoro dei seguaci stessi: mentre Bhagwan ripeteva di non possedere beni (attenzione particolare fu concentrata alle sua 93 Rolls Royce), in realtà erano i seguaci che, messo il naso fuori dal culto, non possedevano letteralmente nulla. Apice di questa contraddizione è la fase in cui, per salvarsi la pelle giuridicamente, e legiferare sull’esistenza della città di Rajneeshpuram, il culto andò in giro a raccogliere senzatetto da ogni parte d’America. Chiaramente, questo segmento di sanyassin aveva dalla comunità tutta l’assistenza che il grande sistema liberale americano gli aveva negato, abbandonandoli ad una vita di privazioni in attesa della morte. Quando furono poi scacciati da Rajneeshpuram, essi si ritrovarono di nuovo punto e daccapo: questo passo, messo in scena frettolosamente dalla serie, apre un mondo di considerazioni sul concetto stesso di comunità, evidenziando come questi culti vivano unicamente sulle spalle dei propri devoti, al contrario di come si affannano a dichiarare.
Osho fece una grande battaglia su questo punto, affermando come in realtà fosse lui a devolvere un’enorme ricchezza nella comune, in quanto la grande disponibilità di denaro di cui la comunità godeva (ed era tanta) proveniva dai fedeli alla sua dottrina. Un bel cul de sac filosofico, insomma.

In definitiva, Wild Wild Country è una serie da vedere, fatta davvero bene, la quale però si concentra troppo su un singolo aspetto di una questione enorme, e rischia di diventare superficiale nonostante il tanto tempo a disposizione. La lezione che se ne trae è un’enorme diffidenza verso le comunità senza istituzioni e costruite unicamente sull’autoritarismo personale, tenute in piedi da principi deboli.
La necessità, quindi, di organismi di potere superiori agli interpreti di quello stesso potere, capaci di ispirare però una fedeltà della propria comunità attraverso una vicinanza umana ai propri componenti, difetto che questi culti vanno poi sempre a colmare.
Se infatti sul primo punto, il potere spersonalizzato e fatto istituzione, si fonda l’idea intera di civiltà occidentale, sull’impellenza del secondo, dopo trent’anni da Rajneeshpuram, siamo ancora molto indietro.

Enrico Zautzik

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