When they see us, il razzismo senza morale di Ava DuVernay

 In Serie Tv

When they see us è una miniserie di quattro puntate rilasciata su Netflix il 31 maggio 2019.
Due settimane fa ci è stata fornita l’occasione di poter vedere forse il miglior prodotto originale della piattaforma streaming. When they see us è un capolavoro a tutto tondo, una coltellata di umanità, critica civile e sociale, che si concretizza con sapienza artistica, senza perdere tono nemmeno per un minuto delle oltre quattro ore di visione.
L’ideatrice e regista, Ava DuVernay, ci mostra finalmente cosa è possibile fare con la tanto millantata libertà d’azione concessa dalla produzione Netflix, confezionando un’opera magistrale perfetta sotto ogni aspetto.

La prima cosa di cui parlare (paradossalmente la meno importante) è la perfezione tecnica di When they see us: la regia riesce a stravolgere e ricomporre una storia tutto sommato statica, avvincendo lo spettatore per tutte le quattro puntate; il ritmo non è dato dalla concatenazione di eventi, ma dall’abilità artistica della DuVernay, che si giostra come un vero mostro sacro tra le vite dei cinque protagonisti e la loro tragedia giudiziaria.
I colori, la fotografia, le musiche, tutto il comparto tecnico è devoluto perfettamente alla causa, sapendo quando esaltare, affliggere, esitare su uno sguardo o passare oltre. Il dramma cola dalle immagini in modo naturale, senza la ricerca spasmodica dell’impressionabilità, riuscendo a scoprirsi attraverso un’ottima interpretazione corale (difficile dire chi prevalga sugli altri) e curando ogni minimo particolare.
Il ritmo è sempre serrato, fatta eccezione per l’ultima puntata, dove per necessità narrative il tempo s’arresta di colpo, trasportando lo spettatore in una dimensione immobile lontana dallo scorrere del mondo.
Non approfondirò oltre, ma posso dire con certezza che il rallentamento è cruciale per assorbire totalmente ciò che si vede.
Si potrebbero fare decine di esempi su come When they see us si proponga vero e proprio capolavoro cinematografico piuttosto che serie a cui affezionarsi per il binge-watching, ma il punto importante è un altro.
when they see us

La potenza di When they see us è il significato, il senso: tutta la filosofia antirazzista; la critica civile, sociale, individuale e filosofica che ispira nella mente; l’incredibile stato emotivo che lascia al termine dei suoi sparuti episodi, e l’empatia tremenda, aggressiva e amara, che solleva nel petto dello spettatore.
Innanzitutto si schiera contro il razzismo senza moralizzare.
Questo è un aspetto importante per chi, come me, è un medio uomo bianco della classe media tutto sommato mediamente innocente: When they see us colpisce duro senza colpevolizzare, riesce a dipingere la sfumatura realistica e sottile di un razzismo sostanziale non attraverso il biasimo e l’ammonimento, ma avvalendosi del racconto dello stato di cose che, con delicatezza e umanità, non ci punta il dito contro, facendoci capire piuttosto dall’interno cosa significhi essere un afroamericano.
Guardando When they see us non ci si vergogna di essere bianchi: viene voglia di combattere per i neri.

Il parallelismo tra quei tragici fatti del 1989 ed il presente è di una genialità ed intelligenza commoventi; nulla rinchiude questa storia nel passato che la ospita, e le deformazioni culturali di ieri sono esattamente quelle di oggi. La DuVernay è una furia di intimità, dirige da psicologa navigata la trasposizione di un’ingiustizia permeata, indelebile, troppo radicata nello svolgersi stesso del pensiero bianco per essere condannata.
Questa è la grandezza di When they see us: insegnare senza moralismi, condannare con comprensione mostrando il fianco, il lato debole ed umano del Black Pride.

Un rimando più preciso, e parimenti encomiabile, è l’attacco senza mezzi termini all’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump: protagonista egocentrico e volontario degli avvenimenti realmente accaduti, la sferzata a Trump rappresenta l’unica, e sacrosanta, lezione impietosa che la DuVernay si concede. Facendoci esultare tutti, com’è ovvio.
Essa fa parte di un concetto più ampio che When they see us propone, ovvero la lotta fra classi come motivo fondante e vero carburante del razzismo: quello che l’uomo bianco disprezza del nero è la miseria, l’imprevedibilità dovuta al disagio, e il vero colpevole non è il razzista inconsapevole, ma il cosciente mattatore aristocratico, che abbandona i suoi simili alla miseria per poi permettersi pure di giudicarli.
Il razzismo fra classi è identico a quello etnico: e la simbiosi che la serie mette in scena passa attraverso il giudizio borghese che l’opinione pubblica dà ai poveri ragazzi, rei di essere poveri e neri di Harlem ancor prima di essere criminali.

Un altro concetto che ci ricollega immediatamente ai giorni nostri è l’inferno mediatico: la superiorità borghese (e bianca) prende forma fra le mani del giudizio frettoloso e micidiale del cittadino medio, pronto ad espiare con la forca i peccati degli altri senza chiedersi dei propri. E tutto questo marasma sociale, ribollente e famelico, si traduce in legge attraverso i media, che si precipitano sull agognato premio dello scoop travolgendo vite umane; si passa così, senza accorgersene, dal collettivo al privato, denudando e crocifiggendo madri specifiche, persone sole e deboli, in nome della notizia.
When they see us ci mostra una città di New York che non rimane spettatrice nella vicenda dei Five Of Central Park, piuttosto diventa patibolo, maciullando i brandelli delle loro vite già frantumate dalla “giustizia”.
when they see us

Questa ossessione, unita al razzismo etnico, fa sì che le parti coinvolte non cerchino oggettività nel giudizio di un crimine: seguono piuttosto la propria strada, difendendo il loro interesse di gruppo d’appartenenza a qualunque costo e con qualunque mezzo. Così la società di una metropoli viene sgretolata in universi che non comunicano, barricati dietro le proprie certezze e comodità, pronti a farsi la guerra. E sappiamo tutti quanto gli uomini bianchi siano spietati nel difendere i propri interessi particolari, historia docet.
Il medesimo concetto vive su più livelli: oltre la gerarchia etnica, il conflitto del proprio conto è messo in scena anche tra i cinque ragazzi, che condividono una sorte comune ma si sviluppano in modi completamente diversi, rappresentando un altro punto a favore per la DuVernay, capace di gestire una storia così drammatica con così tanti protagonisti senza perderne i tratti singolari, evitando di mischiare tutto nella stessa pentola.

Attraverso le loro vite, da quella notte dell’aprile 1989 a numerosi anni a seguire, la serie si propone anche come denuncia del sistema carcerario e soprattutto del concetto di reintegrazione dei detenuti. When they see us ci mostra cinque vite private di dignità da una giustizia cieca, umiliate dai propri simili prima in quanto neri, poi in quanto accusati di un crimine orrendo, rinchiudendoli in una spirale di solitudine dalla quale sembra impossibile uscire.
Erano neri, poveri, dopo pregiudicati, poco più che infezione da espellere per una società newyorkese dandy e benpensante, che li ha denigrati e ridotti in cenere solo in base al pregiudizio, alla volontà di redimere le proprie mancanze attraverso la punizione del malcapitato di turno.

Guardando When they see us (e questo lo rende davvero speciale) non si vedono bianchi e neri, solo ragazzini accusati senza prove e uomini distrutti dal prossimo.
La DuVernay riesce a tracciare una trama intensa su un dramma realmente accaduto, dimostrandosi capace di gestirlo, potenziarlo, esprimerlo attraverso i concetti che lo compongono. L’umanità che trasuda da questa serie è toccante ed inimitabile: è quella vera che rifugge il sensazionalismo, si difende benissimo dalla pesantezza accademica di arte sociale, ispira commozione e immedesimazione reali, sentite.
Tra le mille emozione, idee e contraddizioni che solleva, When they see us ci pone un quesito più ampio e d’impossibile risoluzione, fondamentale tuttavia per la dichiarazione di qualsiasi stato democratico: è possibile giudicare qualcuno in modo imparziale?
Possiamo giudicare il prossimo oltre ogni ragionevole dubbio se i dubbi attanagliano la costituzione stessa della nostra società?

Enrico Zautzik

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