Welcome home, old shit

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Ho iniziato a vedere Welcome Home con tutte i pregiudizi del caso: un film con Aaron Paul, Emily Ratajkowski e Riccardo Scamarcio non può essere certo un capolavoro, considerando che la scelta di questo cast è già, in sé, un’operazione commerciale. Per carità, anche kolossal che amiamo, o ridondanti film d’autore, adottano la stessa furba amalgama di popolarità dei protagonisti e fedeltà dei loro fan, quindi il risultato non è scontato.
Certo è che chiunque approcci a Welcome Home non si aspetta niente di che.

Si deve dire però che non è tutto uno scatafascio il thriller sentimentale che vede Bryan (Aaron Paul) e Cassie (la Ratajkowski) prenotare una settimana di vacanza in una magione di Todi, piccolo comune nell‘Umbria; inizialmente, la resa di una coppia traviata da problemi di fedeltà regge bene, complice una regia molto asciutta ed una sceneggiatura piuttosto realistica, che ci presenta un incipit convincente. In particolare, Welcome Home analizza bene lo psicodramma che il tradimento crea in chi è tradito, analizzandone i principi, se non con invettiva particolare, con metodo credibile. L’immaginazione conflittuale e tossica che affligge il tradito, che si traduce in un impedimento relazionale anche oltra la stessa volontà del subente. L’intervento di Federico (Scamarcio) nell’economia di questa già minata struttura è poi crudelmente calzante e conflittuale, ponendosi come ulteriore elemento di disturbo nei rapporti fra i due protagonisti.
Certo, l’intera premessa è una specie di spot di e per la Ratajkowski, inseguita dalla camera per tutta casa nelle sue innumerevoli docce, giocando sempre al vedo non vedo.

Quello che decisamente non funziona in Welcome Home è la parte thriller: se l’introduzione funziona grazie ad un asciutto realismo, questo stesso diventa un boia insensibile per l’atmosfera di suspense e inquietudine a cui il film anela. Da un lato Welcome Home accantona ogni sorta di sensazionalismo hollywoodiano, e questo è un bene; allo stesso tempo non riesce però a sfruttare gli spunti che semina, rimanendo piatto e poco emozionante. Aaron Paul, quello da cui ci si aspetta di più, è forse il meno convinto di voler partecipare a questo film: nonostante tutto il mondo abbia potuto ammirare le sue doti drammatiche, non fa mai nulla fuori dal dovuto, limitandosi alla sufficienza interpretativa per portare a casa la fine delle riprese. Questo limita anche la sua fidanzata, anch’ella sufficiente (che diventa invece tanto per le aspettative iniziali, soprattutto ripensando alle sue passate avventure cinematografiche) ma che difetta di un Anfitrione ispirato che renda la sua parte più profonda. Scamarcio se la cava piuttosto bene nella parte del disturbato, ma in generale nessuno dei tre produce qualcosa di memorabile, né riesce a restituire un’emotività degna di nota.
Avvizziscono tutti nella narrazione poco intraprendente dell’opera, che si appoggia sulla scuola di thriller anni ’90 più scialba che sia mai esistita, senza osare sotto nessun aspetto.

Il facile intreccio tra erotismo e violenza è un cliché che ne trascina con sé molti altri, tutti beatamente rinchiusi nell’ora e mezza di visione. Per niente sfruttato è l’ambiente, che con quell’aria gotica e medievale ben si presterebbe a sollecitazioni intimidatorie, ma che viene lasciato lì, buttato, come sfondo neutrale alle vicende. Il risultato rende Welcome Home un film banale, prevedibile, e poco emozionante. Non la rovinosa immondizia che ci si può aspettare, ma nemmeno niente da ricordare una volta terminata la riproduzione. Il finale è anch’esso abbastanza realistico e vive di momenti di frenesia promettenti, ma poi si chiude in un nulla di fatto che lascia un po’ di amarezza, oltre allo spettro che, magari, fatto con maggior cura, Welcome Home avrebbe potuto dare anche qualcosa in più.

Enrico Zautzik

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