Nella delicata situazione del post-colonialismo, War Machine, distribuito su Netflix dal 26 maggio, è un magnifico spunto di riflessione.
Fin da subito è chiara l’intenzione della pellicola di analizzare lo spaccato di storia recente che riguarda le guerre in Iraq e Afghanistan, infilandosi in una ferita ancora scoperta ed attuale. Meno che mai avviata verso la guarigione.

David Michôd riassume un comunissimo vizio del genere umano in una sola domanda: “perché chiederci della storia solo quando questa è passata?”
Lui non sembra starci, e punta un occhio discreto ma furbamente critico sulla questione mediorientale. Non fra 10, 20 o 30 anni, ma adesso, quando sforzarsi di capirci qualcosa, e soprattutto di riflettere al di là del proprio impulso soggettivo, può ancora fare la differenza e determinare quello che sarà.
war machineCon ironia pungente ma mai scostumata, ci viene presentato il generale Glen McMahon, carismatico ranger dalla fama di gran condottiero, personalità tanto eccentrica quanto amata dai suoi sottoposti, colma del simbolismo e del fascino che tanto sono cruciali nel mondo militare. Eppure, con furbizia narrativa, il generale non è mai presentato come portatore di proposte sconvolgenti ed avventate o di azioni proprie dell’eroe hollywoodiano, ma piuttosto come uno strambo idealista, operoso e determinato nelle sue idee, ma realisticamente inserito nel contesto in cui si trova.
E la narrazione gioca benissimo nella dialettica fra il suo punto di vista (la soluzione dell’ “eroe”) e l’impoetica realtà che lo circonda.
McMahon sembra detentore di un sogno impossibile, risolutore di un problema spinoso ed incancrenito, che, attraverso la semplicità del suo buon senso, forse troverà un lieto fine.

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Perfettamente viene resa la paradossale situazione dei militari della coalizione occidentale stanziati in Afghanistan: uomini e ragazzi invischiati in una guerra che non è guerra, in cui il nemico non si distingue in alcun modo dal civile da preservare. Uno dei miei più cari amici c’è stato davvero, in Afghanistan, ed è stato notevole constatare come il film riproponesse fedelmente sia la situazione che i sentimenti che mi ha raccontato al suo ritorno.
Il quadro di un dramma inspiegabilmente tranquillo, una quieta assurdità vissuta in modo quasi spensierato, che va avanti in nome di non si sa cosa e soprattutto senza che se ne war machinecapiscano i reali benefici.
Questo è di gran lunga il più grande pregio di War Machine: sottolineare l’assoluto nonsense di alcune politiche internazionali, di come esse vadano avanti per inerzia, invischiate in inutili complicanze che si legano l’una all’altra, dirottando vite umane verso un non meglio specificato bene futuro.

Il film riesce, con la perfetta dose di ironia e serietà, a mostrare il nervo scoperto di un errore perpetrato solo in funzione di se stesso, senza mai suggerire una soluzione chiara, decisa, semplice e definita. War Machine non osa troppo (per esempio spingendosi a delineare l’effettivo motivo del conflitto in Afghanistan, o approfondendo la seppur accennata questione dell’oppio) ma limita il suo sguardo, forse anche per questioni di tempo, all’aspetto idealistico di tutta la vicenda. Il punto focale della narrazione è costruito sulla legittimità di un’occupazione tesa a ricostruire, l’ennesima arroganza di un occidente nel pieno del proprio delirio di onnipotenza e convinto di poter stabilire che cosa gli altri paesi debbano fare.
Si gioca per due ore intorno agli opposti: lasciare il campo e dare l’impressione, ai paesi del mondo e agli stessi talebani, di aver “perso”, o rimanere non desiderati in una nazione che, suo malgrado, finisce per percepire la presenza straniera come un’oppressiva occupazione. Cruciale è l’esempio che il generale McMahon espone cercando di spiegare la “controguerriglia” alla conferenza stampa di tutti i paesi membri war machinedella coalizione: partendo da un numero di 10 terroristi, se ne uccidiamo 2, non avremo 8 terroristi bensì 20; questo perché la motivazione ideologica dell’evento drammatico allontana la popolazione occupata dall’idea di un occidente amico, spingendo eventuali indecisi sulla strada della ribellione agli occupanti.

Attraverso la figura del protagonista, War Machine si ricollega all’insieme più ampio e importante, portando a termine un perfetto ritratto del rapporto individuo-nazione.
Lo stesso McMahon infatti è presentato colmo di buone intenzioni: un brav’uomo la cui ossessione è segnata dalla linea di demarcazione fra vittoria e sconfitta, che non sfocia mai però in sanguinari propositi da pazzo guerrafondaio. Il suo idealismo romantico va a sbattere contro la fredda praticità del reale, che non ammette la coesistenza delle parti sul podio dei vincitori. Il proposito della ricostruzione civile, diplomatica, attraverso un clientelismo furbo ma buonista, va duramente a scontrarsi con l’evidenza di uno status quo potenzialmente insolubile, in cui un male mediocre salvaguarda tutti da un ipotetico male maggiore.war machine
Brad Pitt ci prova a calarsi nei panni difficili di un personaggio così sfumato: se all’inizio pare spaesato, contratto in una smorfia forzatamente ironica che non convince del tutto, man mano che il film va avanti riesce a mettersi a suo agio e a donare a McMahon la giusta dose di profondità umana ed emotiva.

MacMahon incarna perfettamente l’umiltà arrogante, l’ipocrisia del buonismo comandante che si impone in virtù della propria conclamata supremazia. Dal micro al macro, la stessa arrogante umiltà che impregna la politica estera degli USA, autoproclamatisi spesso detentori e difensori dei valori di libertà e democrazia. War Machine evidenzia con stile e leggerezza il limite di quest’idea, attraverso la parabola di un uomo buono ma troppo convinto; ed è la convinzione nella propria ragione ad uscire perdente dal messaggio della narrazione: una convinzione che si basa su fattori ideali e poco concreti, e che dimentica troppo facilmente che le opinioni delle altri parti in causa potrebbero non corrispondere alla propria.

In sostanza, War Machine è un lavoro davvero originale e sottile, pregno di un’onestà intellettuale che lo salvaguarda sia dal diventare mero vagito propagandistico della parte “buona”(come, ahinoi, troppi film spesso fanno), sia dal cadere nella war machineritrita logica opposta della denuncia incondizionata, evitando abilmente di far leva su sentimentalismi che avrebbero compromesso l’analisi logica della questione. Un’ironica e leggera riflessione importante, critica quanto basta per essere intelligente e soprattutto informativa.
Non a caso il soggetto prende forma dal libro The Operators: The Wild and Terrifying Inside Story of America’s War in Afghanistan di Michael Hastings, che racconta la vicenda dell’articolo pubblicato su Rolling Stone dallo stesso Hastings (che gli valse la candidatura al premio Pulitzer) e degli effetti che ha avuto sul malcapitato protagonista, il generale Stanley McChrystal a cui il personaggio di Brad Pitt è ispirato.

Un film da vedere con serenità per imparare a riflettere oltre gli allarmismi, le voci faziose e le false ideologie delle parti in gioco.
Il tipo di riflessione, cioè, che si dovrebbe sempre fare.

 

Valutazione dell'autore

 

Enrico Zautzik

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