Walter Bonatti – L’uomo sogna di scalare

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L’ alpinismo, è uno sport particolare: non c’è una competizione codificata. Non ci sono spettatori, non ci sono cronometraggi né punteggi.
C’è la passione, la sete di avventura, la competitività, le rivalità personali e la possibilità di sognare di andare sempre più in alto.images-1-4

21 Febbraio 1965, vetta del Cervino.
Le telecamere inquadrano un uomo, solo.
Abbraccia la croce sulla montagna come se fosse un uomo, un caro amico.
Era l’ultima scalata di Walter Bonatti, uno dei più grandi scalatori e avventurieri che la storia moderna ricordi.
La parete nord del Cervino è molto ripida, e durante l’inverno non viene minimamente toccata dal sole.
È una lastra di marmo al buio.
Pochi l’hanno scalata in quel periodo e chi lo ha fatto era in gruppo.
Lui no. La sua indole solitaria lo spinge ad andare da solo.
Non si divide la paura” e’ solito dire Bonatti.
Al TG1 ogni sera tutti gli italiani seguono uno degli ultimi eroi esistenti alle prese con la sua ultima avventura estrema.
Arriva in cima dopo 4 giorni, affrontando un passaggio che da lì in poi prenderà il nome di “traversata degli angeli”, perché effettuata praticamente a volo d’angelo.

Sentivo di amare la montagna per le sue visioni, per le mie conquiste, per i suoi ricordi, ma soprattutto per un senso di evasione, di libertà e di gioia di vivere che solo lassù riuscivo a trovare.epoca_walter_bonatti
E dopo aver lasciato l’alpinismo estremo nel 1965, non può che dedicarsi interamente ad una vita dedita all’avventura e all’alpinismo tradizionale. Partirà in giro per il mondo, costantemente seguito dal settimanale Epoca.

Diventa l’icona italiana dell’avventura.
Tanto che nel 1980 un attrice, Rosanna Podestà, durante un’intervista, alla domanda “con chi ti piacerebbe trovarti su un’isola deserta?”, fa il nome di Bonatti.
Lui da bravo avventuriero non si fa attendere e la chiama immediatamente.
Si farà però attendere al loro primo appuntamento, in centro a Roma. Un luogo troppo cittadino per far sentire Walter a suo agio.
Preferiva altri ambienti: cime tempestose, vasti deserti, foreste inesplorate.

Nel 1951 si innamora di una vetta del Monte Bianco.
Lo chiamano il Gran Capucin.
Un massiccio di granito rosso che ricorda vagamente la forma di un frate (da qui il suo nome) e che non può non affascinare l’occhio avido di

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La vetta del Gran Capucin

imprese di Bonatti.
Quel picco lì è vergine, e Walter lo sa. Nessuno l’ha scalata prima d’ora, nessuna mano si e’ posata su quella cima, nessuna mano ha sentito il granito riscaldarsi al suo contatto.
Le sue attrezzature sono tutt’altro che all’avanguardia, niente a che vedere con quelle complesse che si usano oggi: chiodi fatti a mano e corde di canapa.
In cima lui ci arriva.
Per la prima volta una via porterà il nome di Bonatti.

Tornato a valle viene festeggiato in pompa magna; ma la gioia dura poco.
Agostina, la madre di Walter, muore di infarto durante la festa organizzata per il figlio.
Da qui in avanti le grandi conquiste di Walter verranno sempre accompagnate da dolori altrettanto grandi.
Durante un’intervista, alla domanda “Cosa ti ricordi di più delle tue scalate?”, risponderà con un lapidario “Anche i momenti più tragici lasciano qualcosa di indimenticabile”.

Nel 1954 il Club Alpino Italiano annuncia al mondo intero che l’Italia conquisterà per prima la cima del K2.
Insieme al Nanga Parbat (Pakistan), al Annapurna (Nepal) ed altri undici massicci montuosi, il K2 fa parte di quelle 14 vette al mondo che superano gli ottomila metri: il sogno di ogni scalatore.
La montagna selvaggia, la seconda più alta del mondo e, a detta di molti, la più complessa da scalare.
È un’impresa storica e la scalata diventa un affare di stato.
La selezione degli alpinisti viene fatta a seguito di durissime prove fisiche: ne vengono scelti 13 e tra questi figura Walter Bonatti.
Con i suoi 23 anni è il più giovane della spedizione; ma è stato il migliore durante i test, la sua struttura fisica sembra avere dell’incredibile, secondo i medici è fatto per scalare.
A comandare la spedizione viene scelto Ardito Desio, un uomo duro, rigoroso, una guida esemplare.scalata
Il K2 è tra gli “Ottomila” una di quelle vette col più alto tasso di mortalità.
E anche questa volta non si smentisce: a 6000 metri Mario Puchoz muore a causa di un edema polmonare.
È la prima tragedia per la spedizione, e il terrore inizia a serpeggiare.
Quando si pensa già a mollare interviene Desio che riporta tutti al dovere. La bandiera italiana va piantata su quella cima.
Arrivati a 8000 ci si blocca.
Le condizioni climatiche sono durissime, il respiro e’ difficile, le strade bloccate. La spedizione rimane lì, in attesa.
Il 29 Luglio Compagnoni e Lacedelli, i più esperti del gruppo, vengono scelti per arrivare in vetta.
Devono superare quota 8000, la zona della morte, mettere un campo e aspettare che qualcuno porti le bombole di ossigeno, per poi ripartire la mattina dopo con l’ossigeno per conquistare la vetta.
Il carico di bombole di ossigeno ammonta a 18kg, impensabile per i due, serve qualcun altro che le porti per loro una volta sistemato il campo.
Il prescelto è il più forte del gruppo, Walter Bonatti, accompagnato da Mahdi, uno dei più grandi alpinisti pakistani del suo tempo, reduce dalla scalata del Nanga Parbat.
I due partono. Quel peso a quell’altitudine non sono facili da gestire, e le condizioni non sono delle migliori: si fanno 100 metri in 1 ora.
Arrivati al punto stabilito non trovano nessuno.
Niente campo.
Bonatti inizia a urlare i nomi dei compagni, ma non c’è risposta.
Dopo qualche ora la risposta arriva: “Lasciate le bombole e scendete”.
Walter non ci crede: è quasi notte ed è impossibile pensare di scendere a quell’ora. La soluzione è solo una: lui e Mahdi devono passare la notte all’aperto.
Sopravvivono.
La mattina dopo Compagnoni e Lacedelli arriveranno sulla cima del K2. Al ritorno i due sostengono di non aver respirato ossigeno, e che anzi fosse stato Bonatti ad averglielo rubato.
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Desio li crede, o sceglie di crederli.

La versione ufficiale della spedizione dice che l’Italia ha conquistato il K2 senza l’utilizzo di ossigeno.
In seguito questa versione verrà dichiarata falsa, a favore della verità di Bonatti.

La spedizione del K2 sarà il punto di svolta nella carriera di Walter, che da qui in avanti sceglie la solitudine.
Le sue spedizioni saranno solo in solitaria o accompagnato da fedeli amici.
Non può più fidarsi dell’uomo.

Nel 1955, in solitaria, decide di scalare le Aiguilles du Dru.
Nello specifico il Petit Dru, un pilastro di granito tutto d’un pezzo. È il più difficile, e lui è il primo a scalarlo in solitaria.
I chiodi possono essere messi solo nelle fessure preesistenti, troppo duro per crearne di nuove.
Dopo 5 giorni di scalata verticale, la linea tracciata si interrompe.
Non può andare avanti, non può tornare indietro, è in trappola.
Decide di prendere tutto il materiale che ha ancora e creare una specie di grappino da lanciare su un masso sporgente sovrastante e usarlo come pendolo per salire.
La follia riesce, ed è una una tappa indimenticabile della storia dell’alpinismo, tanto che da quel momento quella parete viene chiamata “Pilastro Bonatti”.images-3-2

Nel 1958 è la volta della Montagna Lucente, il Gasherbrum IV.
Nessuno l’ha mai scalata prima, ma questa volta deve portare con se l’amico Mauri, il suo unico vero amico.
Ancora oggi nessun altro ha messo piede sulla cima di quella montagna.

La montagna mi ha insegnato a non barare, a essere onesto con me stesso e con quello che facevo. Se praticata in un certo modo è una scuola indubbiamente dura, a volte anche crudele, però sincera come non accade sempre nel quotidiano. Se io dunque traspongo questi principi nel mondo degli uomini, mi troverò immediatamente considerato un fesso e comunque verrò punito, perché non ho dato gomitate ma le ho soltanto ricevute. È davvero difficile conciliare queste diversità. Da qui l’importanza di fortificare l’animo, di scegliere che cosa si vuole essere. E, una volta scelta una direzione, di essere talmente forti da non soccombere alla tentazione di imboccare l’altra. “

Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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