Vorrei rinascere Zinedine Zidane

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Quando nelle scuole calcio si insegna come calciare il pallone al volo. il mister porta tutti in una stanza e mette una cassetta.
I più avanzati proiettano da youtube.

La perfezione.
45’ minuto della finale di Champions League 2002.
Su un cross dalla sinistra di Roberto Carlos, “Zizou” Zidane vede il pallone arrivargli sul piede “debole”, si coordina e lo gira in porta al volo.
Non solo è un gol meraviglioso, è anche il gol-vittoria della Champions League.

Pelle chiara, occhi chiarissimi, quel viso dai tratti berberi e quella calvizia che lo accompagna fin da giovanissimo, ma che non si è mai preoccupato di mascherare.
Zizou è un’icona.
Un’icona francese, un’icona marsigliese, un’icona di quella Francia multiculturale che lotta per l’integrazione.

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È il calciatore per eccellenza.
Probabilmente l’ultimo grande giocatore esistito, inteso come l’ultimo dal sapore passato (prima di questo calcio/business), il calciatore che sa fare tutto, che fa giocare meglio i compagni, che non ha bisogno di forza fisica per eccellere.
Soprattutto possiede ciò che differenzia i grandissimi giocatori dalle leggende: la capacità essere decisivo nelle partite che contano.
L’uomo delle finali.

1 Luglio 2006, Francia – Brasile non è una finale, ma “solo” un “quarto” mondiale. Zidane ha 34 anni, ed è l’ultima competizione della sua carriera.
In quella partita, lui mostra al mondo cosa vuol dire essere un fuoriclasse del calcio.
Prende la squadra per mano, si trasforma in artista e dipinge sul prato impensabili geometrie: tocchi di prima, pallonetti, sombreri, veroniche.
I brasiliani lo marcano sempre in tre, ma non c’è nulla da fare.

Quello che gli altri fanno con difficoltà, per Zinedine è la normalità.
Combina efficacia, bellezza ed eleganza in ogni dribbling, probabilmente l’ultimo a regalare questo tipo di spettacolo su un campo di calcio.
Ed è per questo che il suo simbolo è la “ruleta” o “veronica”, il dribbling più elegante e piùzidanne-roulette efficace che ci sia.

Nella Bibbia Veronica è colei la quale, durante la passione di Cristo, lo aspettava con un velo in mano per asciugargli sangue e sudore.
Da qui il termine veronica è stato usato nella corrida per indicare quel momento in cui il torero attende la carica del toro, per poi girargli intorno sfruttando la sua stessa carica.
Così è nel calcio: piede sulla palla ad aspettare il difensore e poi movimento ad aggirarlo.
È un dribbling elegante, un dribbling che sa di arte e storia.
Coincidenza vuole che Santa Veronica sia anche la santa protettrice della Francia.

Per cui nel 1998 quando la Francia ospita il Mondiale, non può che essere il prescelto di Santa Veronica ad essere il leader e l’anima di quella squadra.
L’unico che può portare fantasia in una squadra prevalentemente costruita sulla difesa.
Si è detto che le leggende sono quelle che fanno la differenza nelle finali, e Zidane leggenda lo diventa proprio quell’anno, a casa sua, sotto la protezione della sua santa.

12/07/1998. MONDIAL 98: LES CHAMPS FETE LA VICTOIRE

Un’immagine del volto di Zidane adorna l’Arco di Trionfo con il messaggio “Grazie Zizou”. All’indomani della Coppa del Mondo 1998, durante le celebrazioni sugli Champs Elysees a Parigi, Francia

Il 12 Luglio 1998 Zidane da grande giocatore diventa leggenda.
2 gol di testa al Brasile ne fanno il primo giocatore a portare la Francia sul tetto del Mondo, meglio persino di Le Roi Michel.

E pensare che era lo stesso giocatore che, arrivato in Italia nel ’96 impiegò più di un anno per integrarsi ai ritmi della Serie A, lo stesso giocatore che perse due volte la finale di Champions con la Juventus.
Ma nel ’98 Zidane vince il Pallone d’Oro e da allora entra di diritto nell’Olimpo del calcio.

Nel 2001 Florentino Perez deve costruire il Real Madrid, vuole formare la squadra più forte della storia, vuole vincere tutto e per realizzare i suoi sogni vuole Zidane.
Ad una festa gli fa arrivare un fazzoletto con sopra scritto ‘Would you like to play for Madrid?’.
La risposta non può che essere affermativa, e per la cifra record di 75 milioni di euro (con i quali la Juventus comprò Buffon, Nedved e Thuram) Zinedine arriva a Madrid per indossare la “camiseta blanca”.

L’avventura madrilena non portò i successi sperati da Florentino nonostante in campo ci fossero Zidane, Figo, Beckham, Raul e Ronaldo, a dimostrazione che spesso per rendere grande una squadra non bastano i grandi nomi.

Zizou annuncia il ritiro alla fine del Mondiale 2006.
Con il Brasile dimostra che è lui l’uomo in più.
Quando addomestica palloni difficilissimi con una semplicità disarmante, quando taglia la difesa con passaggi geniali, o quando danza sul pallone tra tre difensori sfiorando la palla con la suola, non si può non rimanere stregati da tanta eleganza.
Zidane è l’unico giocatore per cui vale la pena pagare il biglietto” (Platini).

Dopo aver insegnato calcio ai brasiliani, Zizou si presenta dunque alla finale, contro quegli italiani che lui conosce fin troppo bene.
Dopo pochi minuti la Francia può usufruire di un rigore.
Il numero dieci prende il pallone e lo mette sul dischetto.
Di fronte a lui uno dei migliori portieri della storia.
Intorno a lui, lo stadio di Berlino. Dietro di lui una nazione intera.
E quel fenomeno lì, pensa bene di fare un cucchiaio.
In finale Mondiale.
La palla tocca la traversa e rimbalza di poco oltre la linea.
Classe, orgoglio, tracotanza: tutto quello che un genio deve avere, Zidane lo mostra con un tocco. E sono tre gol in due finali mondiali.

L’ultima immagine di Zizou su un campo di gioco lo vede però abbandonare il campo anzitempo a testa bassa, passando di fianco all’oggetto del desiderio cui una violenta testata rifilata poco prima a Marco Materazzi lo costringe a dire addio.

È il passato che emerge dall’inconscio quando meno dovrebbe farlo, è la vita dura a Le Castellane, quel quartiere di Marsiglia che respira aria di mare ma anche aria di violenza, dove ti insegnano che se vieni provocato troppo a lungo devi difendere il tuo onore, anche se il prezzo da pagare è alto. E lui lo ha pagato.

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Se avete dieci minuti rifatevi gli occhi con questo:

Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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