Vivere o morire di Motta, cosa c’è alla fine dei vent’anni

 In Musica

Francesco Motta scrive per se stesso e di se stesso. Ne è testimone il fatto che quando canta lo fa sempre in prima persona e non è quasi mai banale e docile in quello che dice. Ci va giù pesante e si mette a nudo, cosa che ha fatto anche per questo nuovo disco Vivere o Morire, uscito a soli due anni di distanza dal debutto da solista La fine dei vent’anni.

Vivere o morire Motta

Il tempo trascorso tra i due lavoro è poco, soprattutto se si considera il tour infinito che lo ha portato in giro per tutto lo stivale, partendo dai piccoli club fino ad arrivare a quelli dai grandi numeri, ma nonostante questa breve distanza temporale, si avverte un Motta più consapevole di quanto ha vissuto, più sicuro di se stesso dopo quella fatidica fine dei vent’anni.

In questi nove brani di Vivere o Morire ascoltiamo racconti e confessioni sussurrate di una persona che sembra avere più dei 31 anni che effettivamente ha. Non tutti, a questo punto della vita, hanno la forza di fermarsi, accendersi una sigaretta al buio e pensare con tanta lucidità ed emotività alle cose che lo circondano. E questa parola, emotività, sembra un po’ un leitmotiv del disco. Se si ascolta senza pregiudizi di sorta l’album, è davvero difficile non avvertire una certa tensione di questo tipo, a partire dall’apridisco Ed è quasi come essere felice, passando per Quello che siamo diventati, Chissà dove sarai fino ad arrivare all’ultimo brano Mi parli di te, dolce e sincerissima canzone, dedicato al rapporto con il suo babbo.

L’impressione è che Motta sia davvero un cantautore un po’ vecchio stampo: il focus di tutto è sulle parole, non sulla musica, non sulla melodia. Non che questo significhi che gli ultimi due elementi non siano curati e studiati, anzi, ma semplicemente, spesso, gli arrangiamenti fungono da mero appoggio per le liriche. È l’artista stesso a cantare in Vivere o Morire, che di cambiare accordi non gliene frega niente. Le canzoni prendono così quasi la forma della litania, con giri ripetuti quasi all’infinito senza variazioni ma magari con aggiunte di piccoli elementi ad ogni battuta. Le aperture, nel disco, sono poche ma quando ci sono danno davvero la sensazione di liberare qualcosa di irrisolto, di sbloccare un ingranaggio inceppato, insomma ci scappa un FINALMENTE, è come veder spuntare il sole dietro un cielo grigio e nuvoloso.

Francesco Motta

Oltre all’attenzione alle liriche rimangono costanti le influenze del passato di Francesco da batterista/percussionista. In tutti i brani avvertiamo infatti la presenza di pelli e cimbali che aiutano a movimentare la staticità di cui sopra.

Per questi vari elementi, si stenta a credere agli ottimi risultati radiofonici che si stanno ottenendo e che stanno portando il cantautore toscano lì dove, dell’ambiente “indie” (brrr) sono arrivati sono Thegiornalisti e Coez, che lo hanno però fatto con progetti e mire palesemente diversi.

 

Vivere o morire è un disco che non rivoluziona nulla nella scacchiera della musica italiana ma serve senz’altro a confermare Francesco Motta come uno degli artisti “sicuri” all’interno della stessa: sappiamo che, possa piacere o meno la sua musica, non deluderà per qualità e autenticità del progetto.

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