Viva la Vida (di Frida Kahlo)

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Dal diario di bordo, venerdì 15 novembre. Io e la mia collega di penna Alessandra Farro, ospiti a Parigi di un più rinomato autore, ci svegliamo con un pensiero: oggi si va alla mostra di Frida al Museo dell’Orangerie.

L’Orangerie è un’antica serra d’aranci, ubicata all’inizio dei suggestivi Giardini di Tuileries, dove l’autunno è già sfociato in inverno, posato con eleganza (perché tutto a Parigi è elegante, perfino il cambio di stagione) sui rami secchi e le foglie gialle di quegli alberi che si stagliano contro i tipici palazzi dai tetti grigi, un po’ bombati, che ti fanno invidiare le piccole mansarde francesi e i loro abitanti. Dietro di noi, Place de la Concorde, la ruota panoramica e l’obelisco egizio di Luxor, 3300 anni suonati; davanti, una fila ordinata all’aperto, due ore di attesa avvolte da un gelo tagliente, una sciabolata artica che noi del sud non conosceremo mai. Le dita sono congestionate, le guance rosse, le labbra bianche, eppure quelle due ore volano. Alla fine siamo dentro.

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Precisiamo un dettaglio. Avere meno di ventisei anni ed essere residente da lungo tempo in un paese europeo: questi presupposti bastano ai signori di Parigi per non farti sborsare neanche un centesimo, quando si tratta di arte e musei. È un segno di civiltà, di quella a cui preme l’istruzione più che l’incasso, e la cultura è al primo posto sul podio, se si parla di formare i cittadini dell’Europa che sarà.

Una volta varcate le soglie, tre vie si spalancano davanti a noi: da una parte, le Nymphéas di Monet, il ciclo di otto dipinti ad olio che occupano le pareti di due gigantesche stanze ovali; nel piano interrato, in fondo alle scale sulla destra, la collezione di Jean Walter e Paul Guillame, ovvero una sfilata di Renoir, Modigliani, Picasso, Cezanne, Matisse, Sisley, Utrillo e Rousseau… provate a dirli tutti d’un fiato e l’anima si eleva. La terza via è la più battuta di tutte: un’altra fila di mezz’ora per visitare le tre stanze dedicate alla coppia di artisti più celebre del XX° secolo, Frida Kahlo e Diego Rivera.

15 novembre, L’arte in fusione, al Museo dell’Orangerie. Ecco, quel giorno ho visto una delle cose più belle di tutta la mia vita. E io ho visto Petra in Giordania, l’aurora boreale in Alaska e Christian Bale da vicino a Londra, quindi potete credermi.

L’esposizione inizia con le opere di Diego Rivera (1886-1957). Mi perdonino i sostenitori del pittore e muralista, ma a mio modestissimo, inesperto e ingenuo parere, se Rivera si trova dove si trova, lo deve alla moglie Frida Kahlo e alla loro tumultuosa storia d’amore. Nulla da togliere alle sue capacità artistiche e ai suoi splendidi murales in cui racchiude la miserabile storia e la lotta del popolo messicano, ma il talento è un discorso diverso dalla fama, il genio è il lasciapassare per l’immortalità, e Rivera questo salvacondotto non l’ha mai avuto. L’eternità Diego se l’è guadagnata non con i suoi quadri, che sono il risultato di forti ispirazioni e deboli imitazioni di quei circoli artistici della Parigi dell’irripetibile Belle Époque, ma per essere stato la miccia che ha fatto esplodere una donna come Frida Kahlo. E in effetti vi è un’esplosione dietro ogni quadro della pittrice messicana. Uno scoppio di disarmante dolore, di crudezza grottesca, di macabra ilarità, di odiato amore, di speranza che muore.

Possiamo dirlo a gran voce, senza pentimenti o remore: Frida Kahlo è un’artista straordinaria, perché è stata, innanzitutto, una donna straordinaria.

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Dalla prima sala, che accenna agli spunti della piacevole (ma priva di impatto) arte di Rivera, si passa a un corridoio che termina con un muro dipinto di blu, con una scritta che dà il benvenuto nella Casa Azul, la casa dove Frida Kahlo nacque, visse e morì, trasformata dal marito in un museo aperto al pubblico dal 1958.

La seconda sala è dedicata alla vita di Frida. È importante, perché la sua arte e la sua vita sono l’una il riflesso dell’altra. Si raccontano le origini della sua famiglia, il suo spirito indipendente e rivoluzionario, l’incontro e il matrimonio-divorzio-matrimonio con Diego Rivera (non tollerarono più di un anno di separazione: se restare insieme era difficile, dividersi sarebbe stato impossibile), dei tradimenti del marito con la sorella di Frida, Cristina; si parla del suo schierarsi dalla parte degli oppressi e dei deboli, forse perché Frida si sentiva così, debole e fragile, a causa di quel corpo che fin da bambina l’aveva punita con la malformazione della spina bifida, e poi l’incidente… già, l’incidente. Siamo adulti abbastanza per sostenere l’idea di questa piccola, grande donna, che a 20 anni, al ritorno da una lezione all’università di medicina, a cui era iscritta, viaggiava su un autobus che si schiantò contro un tram. Subì una serie di fratture che la segnarono per il resto della vita: due alle vertebre lombari, cinque al bacino, undici al piede destro; un corrimano le perforò il fianco e le uscì dall’inguine. Passò anni bloccata in un letto, il busto ingessato, costretta a subire ripetute operazioni chirurgiche, condannata da dolori lancinanti, per sempre incapace di sopportare il peso di un figlio nel grembo. Immobile in quel letto della Casa Azul, Frida iniziò a dipingere. A questo periodo risalgono una serie di autoritratti, la cui esecuzione fu possibile grazie a uno specchio che i genitori di Frida sistemarono sopra il baldacchino.

Mi viene da pensarci, mentre osservo il disegno che fece in ospedale, subito dopo l’incidente. Magari se quell’incidente non fosse avvenuto Frida sarebbe diventata medico, magari se quel giorno avesse deciso di farsela a piedi avrebbe potuto avere dei figli, sposare un uomo qualunque, avere una vita qualunque, e io il 15 novembre sarei andata al Centre Pompidou a vedere Kandinskij. Ma io ora sto parlando di Frida, non di Kandinskij, a riprova del fatto che la storia non si fa con i se.

Ecco, da un lato sono grata di essere andata all’Orangerie quel giorno, perché avevo un appuntamento con lei. Dall’altro, mi sento triste. Non è facile vedere Frida Kahlo, sappiatelo, vi lascia l’amaro in bocca. È che attraverso l’osservazione di quei ritratti, unici figli che abbia mai concepito, ho percepito un legame sovrannaturale con lei, che non è solo quella complicità che ammicca dai quadri di un vero artista, scuotendo le corde degli animi che esaminano le sue opere, al di là del dove e del quando. Quello che ho avvertito studiando i suoi dipinti era un filo, sottile eppure indistruttibile, una luce che deflagra nei suoi occhi, che senti viva, vera e potente, che si ripercuote come un’eco da ogni autoritratto, da ogni singola pennellata… Frida è come se ti guardasse. O meglio, è come se tu guardassi Frida.  Frida ti permette di farlo, lei è un guardiano che lascia libero accesso al santuario della sua anima, senza vergognarsi di ciò che è (una donna che piange, dalla colonna vertebrale distrutta), di ciò che non sarà mai (una madre, felice). Basta un niente per rendersene conto: basta pensare a quelle sopracciglia che la contraddistinguono, così famose che anche se non conoscete il suo nome, le sue sopracciglia le avrete viste di certo. Frida non ha paura dei suoi difetti, e arriva addirittura a farne il suo segno di riconoscimento: ha voluto che ci ricordassimo di lei per ciò che è stata.

Io la vedo così, una pittrice intimista, che mette a nudo la sua anima travagliata, esibendo davanti al mondo quel suo corpo distrutto, dal quale non usciranno che feti morti. E anche nei ritratti del popolo messicano, dove bambini, donne e vecchi sono protagonisti del nulla, sembra di percepire il dolore e la disperazione che quel popolo si trascina dietro, come catene di fantasmi. Ricchi di simbolismo, in quelle immagini è rappresentato il carattere del Messico, con la sua natura arida, le sue favole, i conigli nella luna, il folklore, l’astrologia. E man mano che il tempo passa (leggevo le date e i titoli di ogni ritratto, parlano entrambi quasi quanto le sue immagini), Frida si lascia trasportare lontana da quel corpo e da quel letto, così lontana che finisce in luoghi che non esistono: gli ultimi quadri si tingono del colore dei sogni, divengono onirici, surrealisti, fantastici, metaforici, autoironici (che meravigliosa prova d’intelligenza, l’autoironia!) fino a sfociare nell’assurdo, alcuni terribili, densi del rosso del sangue o del bianco delle lacrime che ancora una volta Frida non ha timore o disagio di mostrare.

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Sempre più vittima della sindrome di Stendhal mi aggiro per quella terza, ultima sala, dove sono concentrate una trentina di opere, le più belle che abbia prodotto: La Colonna Spezzata, La mia Balia ed Io, Ritratto di Luther Burbank, La Niña Virginia, Senza Speranza, Ritratto di Donna Rosita Morillo, Viva la Vida, Perdita del Figlio… Mi sembra di essere in un sogno, mi sembra di sentirla accanto a me che mi guida, che mi indica i dettagli invisibili, che mi sussurra: Vedi quella lì? Quella era la mia balia, non ricordo il suo volto, è una maschera ormai, sfocata di nero, ma dal suo seno succhiavo la natura e l’anima del mio paese…

Ok, magari mi sono lasciata trasportare, ma sfido chiunque a restare indifferente. Non puoi conoscere Frida Kahlo e dimenticarti di Frida Kahlo. Perfino gli Stati Uniti hanno prodotto un francobollo con il suo ritratto. E poi ci sono un paio di film, ovviamente, come da tradizione: Frida, Naturaleza Viva (1986), e Frida (2002), con la bellissima Salma Hayek nei panni della pittrice, nominata agli Oscar per la sua performance; e c’è un libro, anche, ¡Viva la vida!, di Pino Cacucci, il cui titolo richiama una frase scritta da Frida sul suo ultimo quadro, in onore di una vita dolorosa, in tutti i modi in cui si possa esprimere il Dolore, ma vissuta fino in fondo, fino al 1954.

“Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.”

Così diceva, prima di morire.

Ma Frida Kahlo non ha bisogno di tornare. Frida Kahlo non se ne va più.

E ho una sorpresa per voi: se volete un incontro da vicino, se volete farvi un po’ di male e tanto bene, la prossima primavera la mostra sarà a Roma, alle Scuderie del Quirinale.

A voi, che non temete gli abissi e le sublimità dell’animo umano, auguro una buona visione.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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