Vietnam. Oltre l’eredità della guerra

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Quando si dice Vietnam è inevitabile che la mente vada a raccogliere frammenti e immagini di quei vecchi (e nuovi) film di guerra, alle contestazioni dei giovani americani negli anni ’60 e all’apripista delle guerre di potere fatte a casa d’altri.
Il Vietnam è molto più dell’eredità di una guerra insensata e sanguinosa ma fatica ad abbandonarne il ricordo.

Saigon rivestì un ruolo cruciale nella guerra, quando la sua liberazione nel 1975 segnò la definitiva vittoria del Fronte di Liberazione del Vietnam e la fine della guerra. Da allora cambiò nome in Ho Chi Min City dal padre fondatore del Vietnam socialista.

Il Vietnam non sembra essersi però liberato dai fantasmi della guerra: musei interamente dedicati alla guerra e gite turistiche nelle claustrofobiche gallerie dei vietcong: la guerra è ancora ovunque e si fa fatica a vedere oltre.
Nonostante ciò, HCMC è oggi una città vibrante e moderna in cui convivono tre anime differenti: l’anima europea, l’anima del sud est asiatico e l’anima dello sviluppo capitalista.
Mai come in Vietnam è evidente l’impatto che le altre culture hanno avuto sulla cultura locale: il dominio francese ha lasciato tanto nelle città, nel cibo e nei modi di fare; il periodo americano ha modificato i caratteri di un popolo dolce e docile in un popolo sospettoso e diffidente.
Entrando ad Ho Chi Min dall’aereoporto si è accolti da un imponente ponte illuminato da luci dai colori cangianti: il biglietto da visita è di quelli sfarzosi in contrasto con le aspettative della solita città asiatica architettonicamente depressa.

Basilica di Notre-Dame ad Ho Chi Min City

Qui ci sono persino scorci di architettura francese (chiese, teatri) eredità del periodo coloniale e una boccata d’aria per chi vive da tempo in Asia; in fin dei conti risulta piacevole passeggiare e sentirsi un momento in Asia e un momento dopo in Europa, come è piacevole alternare gusti di cibi asiatici con gusti europei.
Infatti la cucina vietnamita è quella che più di tutte ha risentito dell’influenza coloniale: ingredienti della tradizione francese sono molto presenti nei piatti vietnamiti accompagnati spesso da sapori tipici, esempio più lampante è il Banh mi, una baguette ripiena spesso di carne ed erbette. Il cibo risulta davvero un’esperienza piacevole ed interessante tra scoperte di nuovi gusti e rivisitazioni interessanti (ho mangiato una delle anatre all’arancia più buone).
Consiglio a tutti di avventurarsi negli involtini vietnamiti con l’involucro esterno composto da foglie, nel Pho: la zuppa di noodles e carne che è il piatto nazionale e soprattutto nel caffè vietnamita, la mia più grande scoperta gastronomica in Asia.

I puristi del caffè storceranno il naso, ma per un profano che morirebbe ricoperto di zucchero come me è un’illuminazione.
La preparazione del caffè vietnamita è l’antitesi del nostro espresso in quanto porta via parecchio tempo: mettendo del latte condensato in un bicchiere di vetro si posiziona poi la caffettiera su di esso. Versandoci dell’acqua bollente il caffè inizierà a gocciolare pian piano nel bicchiere.
Pace e dolcezza.

Tra le cose che colpiscono maggiormente ci sono i nomi: facilissimi da ricordare, impossibili da pronuciare.
Si chiamano tutti Nguyen (i fan di Bojack capiranno) ma la loro è una lingua fatta da pronounce impossibili, parlano come Paperino rafreddato.

Per chi non conoscesse la geografia del luogo, il Vietnam è una strisciolina di terra lunghissima costeggiante il Mar Cinese Meridionale, attraversabile da Sud a Nord con bus, treni o aerei e con alcuni stop obbligati: Huè e Hoi An.
Huè è stata l’antica capitale del paese, però conserva ora solo i resti dell’antico splendore, in una meravigliosa cittadella imperiale.
Hoi An è invece un gioiellino ed una delle esperienze più particolari da fare in Asia: un perfetto mix tra Cina e Francia regala una cittadina attraversata da canali, templi, edifici coloniali, ponti che di sera si illumina grazie alle migliaia lanterne cinesi.


Ci si sente un po’ in Francia ma anche in Asia, ed è una sensazione stranissima e meravigliosa da vivere sorseggiando un caffè vietnamita in una veranda di un palazzo di teak.

Salendo a Nord si arriva alla capitale, Hanoi, profondamente diversa dalla più moderna Ho Chi Min, differenza simile alle nostre Milano e Roma.
Hanoi è fatta da piccolo stradine, palazzine coloniali e da pullulanti edifici governativi.
È un’anima molto diversa da quella vista finora, molto più caotica ma anche europea: le stradine strette del centro città, tipiche del sud Europa, sono un problema non indifferente per il traffico fatto essenzialmente da motorini e piccoli veicoli.

Un caos acustico di clacson e urla misto ad un traffico inaudito il cui effetto finale è un grosso mal di testa.

Conviene scappare velocemente dal caos cittadino ed esplorare la vera natura selvaggia del Paese, che ha la sua massima espressione nella baia di Halong Bay.

Composta da 2000 isolette e grotte con forme speciali da cui ogni isoletta prende un nome diverso; dall’isola del gorilla si passa all’isola degli amanti e così via.

Meravigliosa la leggenda che ne parla: molti anni fa mentre i vietnamiti combattevano gli invasori cinesi, gli dèi mandarono dei dragoni per aiutarli. Questi iniziarono a sputare gioielli che si trasformarono negli isolotti che punteggiano la baia, unendoli poi per formare una muraglia contro gli invasori e riuscendo a fondare il Vietnam.

Il Vietnam mostra appieno le sue tante anime: modernità, caos, tradizione coloniale, sofferenza, bellezza selvaggia e naturale. È un viaggio attraverso tante personalità piuttosto che attraverso i luoghi.

Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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