Vice: l’uomo nell’ombra che viene scoperto

 In Cinema e Teatro

Vice: L’uomo nell’ombra, è una pellicola diretta da Adam McKay, regista de La grande scommessa ma anche di fortunate commedie recenti come Poliziotti di riserva, Anchorman o Fratellastri a 40 anni.
Il film usa la forma della black comedy per raccontare di un personaggio davvero poco divertente: Dick Cheney, membro centrale del partito repubblicano con varie mansioni governative dagli anni ’70 fino al suo ritiro dalla vita politica nel 2009, attraversando, seduto su poltrone diverse, i governi Nixon, Carter, Bush padre fino al suo ruolo di spicco (per il quale è diventato famoso nella cultura di massa) come vicepresidente dell’amministrazione Bush (figlio).

Invischiato nei fatti di Panama, nella prima Guerra del Golfo, e soprattutto nella gestione della politica estera statunitense dopo i fatti dell’11 settembre 2001, (sfociata poi in quella che viene definita la Seconda guerra del Golfo) trattare Dick Cheney poteva essere una faccenda piuttosto complicata.
Ci si sarebbe aspettata una disamina più grave, come abbiamo visto di presidenti o personaggi dell’intelligence americana come J.Edgar Hoover; invece, Vice: l’uomo nell’ombra riesce in modo intelligente e critico a parlare delle responsabilità politiche “spietate” di un uomo ultraconservatore in modo divertente, ma che non rinuncia alla volontà di spiegare determinate dinamiche aggressive e losche dell’amministrazione Bush figlio e, più in generale, della mentalità repubblicana di un certo tipo di esecutivo. Ora, sorvolando sui fatti di cronaca e di politica, sui quali ci sarebbe da scrivere vari libri, quello che Vice: l’uomo nell’ombra riesce a fare è sottile, complicato e onorevole alla verità dei fatti e l’imparzialità di un giudizio che non vuole essere politico, ma fattuale, e costituisce senza ombra di dubbio il punto di forza del film e rende meritevole, piacevole e necessaria la sua visione.

vice: l'uomo nell'ombra
In primo luogo i vari personaggi (Cheney interpretato dal solito superbo e trasfigurato Christian Bale, Donald Rumsfeld da un meno demenziale Steve Carell, l’ambiziosa Lynne Cheney, storica Second Lady, da un’intensa Amy Adams) non sono per niente caricaturali: la loro deformazione cinematografica è semplice e realistica, non strizza l’occhio ad una facile e poco rilevante, dal punto di vista informativo, dissacrazione ma, piuttosto, si sofferma su una normalizzazione e analisi di dinamiche umane e politiche degli individui in questione, dimostrandosi così meno schierata e molto più interessante.
La scelta del regista di Vice: l’uomo nell’ombra di evitare il ridicolo ed il distruttivo è coraggiosa, e dimostra una precisa e ragionata intenzione: sarebbe stato più conveniente ed attraente smantellare (forti dei fatti di cronaca) la iniqua storia recente del partito repubblicano pre-Obama, approfittando magari della polemica e sul facile stomaco dello spettatore, sia in senso di un’approvazione che di un apposito scandalo.
Invece, viaggiare sul filo sottile di una critica se vogliamo anche comprensiva, poteva prestare il fianco ad una disfatta al botteghino e ad una insipida riuscita della ricetta: ma qui entra in gioco l’abilità di McKay (già ampiamente dimostrata ne La grande scommessa) di scrivere una sceneggiatura quasi giornalistica, a cui sapientemente ha saputo accompagnare un’antitesi ideologica a quello che uomini come Cheney hanno rappresentato per la storia americana, senza attaccarli sul personale o renderli patetiche caricature.

Vice: l’uomo nell’ombra, infatti, in più parti, sembra quasi un documentario recitato: le informazioni, dette o lasciate intendere, sono tante, precise ed interessanti, e lo spettatore non subisce mai la noiosa parvenza di una lezione di storia, immerso com’è tra le ottime interpretazioni recitative e le nozioni che assume, magari non conoscendo a fondo il “dietro le quinte” della questione Iraq.
Esemplare è una frase del film in cui un personaggio, riportando l’esito di un sondaggio, afferma che il 70% degli americani intervistati credeva in una diretta connessione fra Saddam Hussein e l’attacco alle Torri Gemelle, cosa del tutto falsa.
E’ proprio questo anche il valore sociologico di Vice: l’uomo nell’ombra: informare evitando la tentazione di essere di parte, pur essendo chiara attraverso la visione, quale sia la“giusta” ideologia seguita dagli autori e da un qualsiasi buonsenso.
Ed arriviamo al secondo punto che mi ha piacevolmente impressionato: nel film non c’è assolutamente alcuna mitizzazione sulla “malvagità” dei personaggi in questione e, ancor più onorevole, alcuna ossessiva insistenza su complottismi o ambiguità varie. Anzi, sembra addirittura aleggiare un’indulgenza sul non approfondire o sollevare determinati fatti dell’amministrazione repubblicana tutta e del secondo Bush in particolare. Questo riporta la critica costruttiva direttamente al cervello dello spettatore che, per un paio d’ore, si allontana dalle facinorose veemenza di internet o del secondo decennio del 2000, imparando di nuovo a poter “empatizzare” con il nemico.

vice: l'uomo nell'ombra

Ciò non vuol dire che vedendo Vice: l’uomo nell’ombra qualcuno empatizzi con Dick Cheney, assolutamente.
Sta a significare semplicemente una moderazione che aiuta il ragionamento costruttivo, anche di condanna, a favore di una più elevata comprensione che non si limiti all attacco generalizzato di un’elitè o di una diversa squadra politica, ma promuova la possibilità di capire cosa è stato fatto, il perché, e quale motivazione ideologica e politica avevano questi uomini, o quando non ne avevano affatto.
Il non ridurre Cheney e company ai “brutti e cattivi del pianeta” rende plausibile e più facile capire come non emularli, il perché sono stati gretti e, possibilmente, cosa li muovesse.
Oltretutto c’è una diminuzione del complottismo a favore di una più veritiera e semplice avidità o incompetenza degli interessati, visione molto più vicina alla realtà di quanto si creda oggigiorno.
La linea adottata da McKay nella sceneggiatura e regia di Vice: l’uomo nell’ombra, rappresenta un ottimo esempio di utilizzare il cervello ed informare, un vero fiore all’occhiello delle black comedy odierne che spesso peccano o di eccessivo intellettualismo (del tutto assente qui) o di un’esagerata dissacrazione che tende a far perdere il significato ultimo della storia raccontata, a favore dell’esilarante temporalità di una scena o di un’immagine ridicola.
Tuttavia non si risparmia il divertimento che, anche se più sottile, c’è, e la rappresentazione critica di un uomo che, nell’ombra, ha tirato i fili di uno degli esecutivi più elitari e conservatori della storia americana, cercando di riscrivere il ruolo del potere esecutivo stesso negli Stati Uniti (concentrato nella figura del presidente e del suo team fidato, a spese del contraltare Congresso) ingannando l’opinione pubblica e gettando le basi del macello che è ora il medio-Oriente, con il solo scopo di lucro a supporto di tutto.
La domanda che sorge spontanea vedendo Vice: l’uomo nell’ombra è perché aspettiamo di vedere spiaccicata la frittata prima di chiederci chi manteneva il piatto, e quello che capiamo è che puntare il dito non serve a nulla, se intanto l’ignoranza diventa connivenza e nessuno si prende la briga di fermare democraticamente e con intelligente calma, distaccandosi dalla facinorosa opposizione tanto per, queste derive losche e truffaldine dei nostri governi.

Una lezione fondamentale oggi più che mai, per capire ciò che è stato e capire quando succederà di nuovo.
O forse quando sta succedendo.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
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