Venga il tuo regno, “i miti erediteranno la terra”

 In Cinema e Teatro

Nel Salmo 37, l’apostolo Davide dice che i poveri sono beati perché erediteranno la terra (riferendosi a Canaan, il territorio su cui oggi sorge Israele); nella traduzione greca del settanta, Gesù nella terza beatitudine si riferisce al salmo parlando invece di “miti” o “mansueti” a seconda delle interpretazioni semantiche.
Prays è la parola greca, che sostituisce anawin, quella ebraica per “povero”.
Ed è proprio dalla parola prays che il regista Michele Mangini parte, edificando su di essa il corto Venga il tuo regno, prodotto grazie al sostegno del Mibac e SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”. In questo climax di abile regia e sofferta empatia, il protagonista, Fabio (interpretato da Marco Montecatino), si scontrerà proprio sull’effettiva consistenza di questa beatitudine, lasciando infine allo spettatore la considerazione morale più opportuna con cui giudicare gli eventi della sua vita.

Impiegato in una ditta truffaldina, che millanta di occuparsi di cani per chi non può più, e che invece intasca i soldi per poi sopprimere gli animali, Fabio vive una condizione miserevole: è alienato da tutti, sia per le sue carenze sociali che per i difetti fisici. Deriso e bistrattato dai colleghi, gli unici esseri umani che incontra (capitanati da un crudele e sublime Ernesto Lama), la sua stabilità esistenziale si complica ulteriormente quando si innamora di Anna (la cui meschinità è perfettamente messa in scena da Simona Petrosino), sua vicina di ufficio, e raccoglie l’ardire di invitarla fuori a cena.
Venga il tuo regno è una breve ma intensa rappresentazione delle storture sociali su cui la struttura delle nostre relazioni è basata: non importa il valore interno, la qualità intrinseca e ideale di una persona, ma solo la confezione, il guscio. Il regista usa con astuzia luoghi comuni e rappresentazioni quotidiane caricandole di una potenza parodistica quanto critica: il filo sottile su cui verte la parte ironica del corto risiede proprio nella crudeltà eccessiva dei personaggi, la quale, con maestria e nessun espediente, sa trasformarsi in dramma e riflessone, rendendo le risate amare e sofferenti.

Se quindi il principio di partenza può sembrare banale, Michele Mangini riesce ad estrapolarlo dalla retorica, dando vita ad una condensazione di emozione e tecnica davvero impressionante, che restituisce un’umanità perdente ma non impotente (come vedrete) alla propria natura esistenziale, rispolverando la dignità degli ultimi.
L’altro effetto di Venga il tuo regno è innescare una profonda riflessione proprio sul concetto dei miti, dei mansueti; il finale è allo stesso tempo risposta e domanda disattesa da un giudizio superiore, un rimescolamento della morale pungente e controverso che permette al corto di sviluppare un dibattito, interiore e comune, principio che dovrebbe essere sempre alla base di un lavoro artistico.
Le considerazioni di ognuno non potranno prescindere dalla soluzione finale della trama, impossibilitati però a dimenticare la semplicità di Fabio e la pietà, nel senso più alto del termine, che essa genera, merito di un Montecatino davvero strabiliante a cui sarebbe colpevole negare una menzione d’onore.
Venga il tuo regno ci riporta quindi ad una disillusione umana, un vuoto sociale della nostra società che, per quanto idealistico e sempre meno possibile, fa sentire tutta la sua assenza nella furia inesorabile degli eventi messi in scena, portandoci a chiedere quando finalmente lo terremo da conto.
Quando sapremo edificare un sistema di valori che esuli dalla superficialità mendace, quando sapremo riconoscere le solitudini degli altri come le nostre; Venga il tuo regno lo domanda con forza allo spettatore, scuotendolo con uno strattone emotivo di quindici minuti ed obbligandolo a porsi la questione.

Del resto, Davide aveva detto poveri, non mansueti.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
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