Unastoria – Recensione dell’ultimo fumetto di Gipi

 In Letteratura

Recensire un fumetto come “unastoria” (Coconino Press), l’ultimo lavoro di Gipi (Gianni Pacinotti, Pisa, 1963), è impresa tutt’altro che facile, che si sarebbe tentati di abbandonare, se non fosse per la voglia di consigliare a tutti di comprarlo, di leggerlo, di regalarlo, di regalarsi 126 pagine di acquerelli di vedute cupe e cieli infuocati e alberi nodosi e scene di guerra e lampioni che esplodono come bombe, alternati ai disegni grezzi e appuntiti, a china e matita, di personaggi con gli occhi sbarrati, spaventati, alla calligrafia da bambino delle lunghe riflessioni-digressioni dell’autore.

Due sono i protagonisti, e due sono i piani temporali: uno scrittore cinquantenne in crisi, oggi; il bisnonno dello scrittore quando era soldato al fronte, durante la prima guerra mondiale, ieri. Lo scrittore ha scoperto le lettere che il bisnonno mandava a casa mentre era in battaglia, e intanto la sua vita va a pezzi: è fuori di sé, fuori da sé, uomo contemporaneo occidentale che si ritrova a non credere più (ma a cosa?), che si (auto)reclude in ospedale. Offeso, confuso, spaventato da una natura malevola, che giorno dopo giorno gli consuma il volto, così che, come viene ripetuto come un’orrida nenia nel libro, se il diciottenne di oggi si svegliasse, e di colpo si trovasse cinquantenne allo specchio, vomiterebbe, morirebbe.Gipi-14-copy
Se lo scrittore è fermo, incantato dietro alle sue elucubrazioni, alle sue visioni di giganteschi e scheletrici alberi che appaiono fuori alla finestra così come in un campo da tennis (Malevola tanto è la natura, quanto amorevolmente protettiva è la nostra cecità. La natura non c’entra. Sì invece. Ascolta, per una volta), in continuo movimento è l’avo, immerso dentro i tetri paesaggi di guerra, accanto a scoppi di fucile, nascosto dentro lugubri trincee, sempre impegnato a scrivere all’amata e al figlioletto, quando non lo è a combattere. Scopriremo fino a dove avrà il coraggio di spingersi per fare ritorno da loro.

Per fare una storia (e in questo caso unastoria) serve una trama? O meglio, serve una trama avvincente? Nulla accade allo scrittore, al di fuori dello spazio dei propri ragionamenti; incontriamo, fugacemente, i suoi familiari, lo ricordiamo camminare nudo sul bordo della strada. Cosa l’ha portato a stare male? Cosa lo guarisce?
Subito prima di andar via dall’ospedale, al medico che gli chiede che cosa abbia capito, perché pensa di poter uscire, lo scrittore risponde e dice di non saperlo.
E poi? Poi cinque pagine di voli d’uccelli, in acquerelli: una pacificazione, un’inclusione nel mondo, come racconta lo stesso Gipi in un’intervista al Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/24/unastoria-il-fumetto-di-gipi-lautore-e-il-mio-certificato-di-pacificazione/824602/):

“unastoria è il certificato di pacificazione. Le ultime parole di Landi (lo scrittore ndr.) al medico sono “ero solo stanco”. Come dire, non è un dramma: “Fanculo, capita. Ero stanco”. E lì “parte” il mondo”
E se unastoria è il racconto di una riappacificazione col mondo e con la natura soprattutto, noi non possiamo non fare altrettanto con l’arte e col fumetto, chiudendo questo libro.

Marco Colacurci

Marco Colacurci

Nato, cresciuto e - almeno per ora - sempre vissuto a Napoli. Allenatore di sci, laureato in giurisprudenza, dottorando in diritto penale presso la Seconda Università di Napoli, ma si tratta soltanto di pretesti per raccogliere materiale letterario. Sta disperatamente cercando il modo di non dover lavorare.
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