Una serie di sfortunati eventi 3: la conclusione del ciclo

 In Serie Tv

 


Il 2019 ha portato su Netflix la nuova stagione di Una serie di sfortunati eventi. Terza e ultima, come sottolinea la sigla stessa ad inizio puntata, è la degna conclusione del ciclo di romanzi per ragazzi, scritti da Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler).

La scivolosa scarpata, L’atro antro, Il penultimo pericolo e La fine sono i titoli delle ultime avventure, o meglio disavventure, affrontate dai fratelli Baudelaire. Disagio e sventure, infatti, continuano senza sosta né pietà, ma il tono e l’intensità raggiungono un altro livello. L’assurdo e l’esasperazione diventano più realistici: la narrazione e la maturità della serie è cresciuta nelle tre stagioni, seguendo la crescita dei personaggi e quella degli spettatori, così come i romanzi hanno seguito quella dei lettori.

Il primo cambiamento in questa direzione è la fine dei travestimenti di Olaf, interpretato dal sorprendente Neil Patrick Harris, che perde stavolta la possibilità di essere camaleontico. Il malvagio, da cui gli orfani fuggono fin dall’inizio, si mostra in tutto se stesso, entrando in contatto con le proprie emozioni e con il proprio passato. Si iniziano ad avere delle risposte sui misteri rimasti irrisolti, sull’organizzazione segreta dei VDF, ma anche sui retroscena dei molti incendi dolosi che hanno colpito le ville familiari in città. Accanto e contro Olaf allo stesso tempo, compaiono i due personaggi nuovi più curiosi ed interessanti: l’Uomo senza capelli ma con la barba e la Donna con i capelli ma senza la barba. Ma avere chiaro l’intreccio e i misteri svelati si rivelano ben presto un’immensa illusione: non sono le risposte e le soluzioni a contare in questo show, bensì la disavventura e l’assurdo, che a volte sfociano in confusione, fanno da motore ruggente.

Grandi ritorni in scena, a partire da quello del giudice Strauss (Joan Cusack) rimescolano le carte in tavola. Nel cuore della serie si riuniscono, infatti, tutti i personaggi che hanno avuto in qualche modo a che fare con Violet, Klaus e Sunny per un mancato finale, che ancora una volta lascia l’amaro in bocca. Gli insegnamenti di Lemony (Patrick Warburton), narratore, osservatore e personaggio, continuano e rinsaldano l’intento pedagogico del ciclo, che stavolta si distacca dall’area linguistica per addentrarsi un po’ di più nella sfera filosofica o diventando vere e proprie lezioni di vita. Una serie di sfortunati eventi sottolinea ancora una volta che ci si abitua più alla felicità che alla disperazione: un’ennesima disgrazia fa male quanto la prima, se non di più; la medesima fortuna ricevuta più volte non provoca la stessa gioia della prima.

La fotografia vivida e la suggestività degli ambienti, che partono dalla montagna per poi sfociare nell’oceano, ripassando per luoghi già noti, continuano ad essere uno sfondo perfetto per l’incontro tra bontà e malvagità, i cui limiti non sono più così netti, ma si confondono e si intrecciano in più sfumature, proprio come accade nella vita vera.

Continuano i riferimenti letterari e metaletterari: tra i tanti autori e le tante opere citate spicca il Robinson Crusoe di Defoe tramite un personaggio di nome Venerdì che accoglie i Baudelaire su un’isola deserta.

La genialità di Violet e la conoscenza di Klaus si completano con il talento per la cucina della piccola Sunny, protagonista indiscussa della stagione. La minore degli orfani inizia a pronunciare le prime parole comprensibili e si dimostra una vera eroina coraggiosa e perspicace, pronta a mettersi in gioco, a risolvere le situazioni più pericolose e a salvare i fratelli, ormai stanchi e frustrati.

A parte qualche superficialità e approssimazione, come quella che riguarda la vicenda dei trigemini Pantano e dei fratelli Snicket, la terza stagione di Una serie di sfortunati eventi procede e conclude la narrazione con linearità, puntualità e quel pizzico immancabile di assurdo. I sette episodi conclusivi riescono a raggiungere un equilibrio perfetto tra disavventura, aspetto pedagogico, curiosità e dinamicità.

Il rapporto ironico, allo stesso tempo distaccato e coinvolgente, tra lo show e il suo pubblico raggiunge l’apice e resta sospeso a mezz’aria tra fantasia e realtà.  
L’emblematica sigla che guida lo spettatore tra le disavventure mantiene il suo fascino.
In una delle varianti recita così: “Non guardare, non guardare… Se state ancora guardando la serie, avete perso la ragione.” Felici di non aver seguito il suggerimento neanche questa volta.

Monica Viscido

Monica Viscido

Laureata in filologia moderna, cerca la sua strada. Adora leggere, guardare film e serie tv. Lotta quotidianamente contro la pigrizia e si mette sempre in discussione. Odia parlare di sé e stare al centro dell'attenzione, quindi in questo momento non si trova esattamente a proprio agio.
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