Un viaggio tra le stelle, da Gravity a Planetes

 In Cinema e Teatro, Letteratura

di Marco Colacurci

(…)Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
Questo reo tempo (…)

Ugo Foscolo, Alla sera

Con questi versi Foscolo, nella poesia Alla sera, ci appare col naso all’insù, mentre attende, con un misto di ansia e di angoscia, che di nuovo scenda la sera. “Imago della fatal quiete”, la notte porta i pensieri del poeta dritti verso il “nulla eterno”, ma una volta arrivati lì, spaventati, annichiliti, subito si ritraggono, e tornano agli affanni quotidiani, al tempo che fugge. Per chi vive in città, riuscire a incantarsi sotto una volta stellata è impresa impossibile. Capita più spesso d’estate, in vacanza al mare, con la scusa di guardare le stelle cadenti la notte di San Lorenzo. A me capitava quando, in vacanza con i miei per le Eolie, viaggiavamo di notte a bordo del nostro gommone: m’infagottavo dentro al k-way e mi stendevo a poppa, sul prendisole. Il mare si apriva dolcemente sotto lo scafo ed io, sopra di me, vedevo accendersi un milione di luci bianche. A quel punto non sapevo più se benedire o maledire quella forza di gravità che mi inchioda per terra, che mi protegge ma anche che m’impedisce di saltare per avventurarmi nella galassie più profonde.

Quest’autunno, al cinema, dopo avere inforcato gli occhiali 3d, ho creduto per davvero di stare vagando per galassie sterminate. Il film era Gravity, di Alfònso Cuaron, e per i primi venti minuti almeno, mi sono trovato trasportato dentro l’universo infinito: lì ho seguito la macchina da presa che si muoveva sinuosa, e galleggiava attorno agli astronauti avvolgendoli e circondandoli. Ho ammirato dall’alto la Terra, azzurra e striata di bianco, insieme col Sole, che ora appariva accecante sulla destra, poi era in basso, quindi sopra, di nuovo a destra. Neppure uno stacco nel montaggio. Ho fluttuato insieme a Sandra Bullock e a George Clooney, di cui vedevo soltanto i volti, dietro i vetri opachi dei caschi. Ma il bello è finito lì.

Gravity ha aperto la Mostra del cinema di Venezia edizione 2013, e questa scelta ha sollevato polemiche: da una parte c’era chi non capiva perchè mai un prodotto da blockbuster dovesse invadere lo spazio ristretto del cinema di qualità da concorso, dall’altra chi vedeva nel lavoro del regista messicano un vero capolavoro, accostandolo immediatamente a 2001: Odissea nello spazio, di Kubrick, dunque dando piena legittimazione a quella collocazione.

A prescindere dalla questione, sicuramente complessa, della scelta dei film da concorso, e dalla spaccatura che spesso si crea tra vittoria ai festival ed incassi al botteghino, occorre invece dare una risposta rispetto a Gravity. Sì, il primo impatto è davvero fortissimo (in questo caso credo che rinunciare al 3d per vedere il film a casa significhi ammazzarlo): regia e fotografia (le immagini interstellari sono state messe a disposizione direttamente dalla NASA) sono incredibilmente efficaci, e riescono a districarsi nello spazio profondo senza scadere in manierismi – tranne, forse, quando la Bullock, nel rientrare nella navicella, assume per un attimo una posizione fetale, in un facile omaggio a Kubrick.

Gravity bullock

È tutto il resto, però, che sembra mancare.

La trama è brevemente sintetizzabile: in seguito al passaggio di uno sciame di detriti, che ha danneggiato una stazione orbitale statunitense mettendo fuori uso la navicella di salvataggio ed uccidendo i membri dell’equipaggio, i due astronauti sopravvissuti devono trovare il modo di tornare a casa. Dunque, un film che gioca con la tensione del thriller, e che si concentra su due soli personaggi.

Tuttavia, se l’atmosfera “alta tensione” riesce, tutto sommato, a funzionare (anzi, finisce per farlo anche troppo, visto il ritmo incessante con cui si presentano nuovi, all’apparenza insormontabili, ostacoli), il regista, anche sceneggiatore, fallisce del tutto la caratterizzazione dei personaggi, che diventano facili macchiette. L’ossessionato dal voler battere il record di permanenza in orbita e la mamma fuggita nello spazio dopo la morte della propria figlioletta, per come pensano-parlano-agiscono, sono la presenza “più bidimensionale” del film. Vengono date loro delle motivazioni per cui sono lì, in orbita, e loro si comportano per quello che sono destinati a fare: tornare ad amare la vita e voler ritornare sulla Terra. La Dott.ssa Stone e l’astronauta Kowalski non diventano persone reali neppure per un istante, anzi, ogni tanto i dialoghi rasentano il patetico, proprio perchè vogliono trasmettere un dolore, un’ansia, una voglia di vita che dovrebbe essere universale, ma che non riesce a convincere neppure chi parla in quel momento.

Una scena, però, è riuscita a ridarmi lo stesso senso d’angoscia che provo quando, steso per terra, osservo un cielo estivo:

La stessa scena l’avevo già trovata, sostanzialmente identica, nel mezzo di Planetes, manga di Makoto Yukimura (pubblicato in Italia da Panini Comics).

planetes lost spaceQui il protagonista, l’astronauta Hachirota (Hachi) Hoshino, durante una missione perde il contatto con la nave base e, investito da una serie di detriti, prende a roteare su sé stesso, precipitando verso gli abissi dello spazio, prima di venire recuperato in tempo da un compagno di equipaggio.
È un momento forte, centrale nell’evoluzione della storia: d’ora in poi Hachi dovrà fare i conti con i mostri che gli abitano la testa e che vogliono gettarlo nel panico durante le sue missioni.
Ma è l’intera storia ad essere raccontata attraverso l’intreccio delle vicende di personaggi (qui) indimenticabili: ciascuno con i propri conflitti, le proprie ossessioni, il proprio vissuto; tutti accomunati dalla necessità di confrontarsi col viaggio spaziale, sia che lo si affronti in prima persona, sia che lo si “subisca” (la madre di Hachi, che aspetta che i propri cari facciano ritorno; il fratello piccolo di Hachi, che vorrebbe partire ma ancora non ha l’età per farlo).

Siamo in un futuro prossimo, alla fine del ventunesimo secolo: l’uomo ha colonizzato lo spazio, la Luna è diventata abitabile, e le missioni puntano sempre più lontano, verso Marte, Saturno, a caccia di nuove fonti di energia. Quelle della Terra, infatti, si esauriscono rapidamente, e la conquista dello spazio ha finito per intasarlo con una marea di rifiuti: ogni incidente, ogni esplosione, producono migliaia di detriti. Il lavoro di Hachi e del suo equipaggio è proprio quello di raccoglierli, anche se il sogno del protagonista è quello di riuscire ad avere una propria navicella spaziale. Per questo farà di tutto per far parte di una pericolosa missione e così guadagnare a sufficienza per poterla comprare.

È una storia sul viaggio spaziale, sulla tensione dell’uomo verso il superamento dei propri limiti; è una denuncia contro l’inquinamento, un disperato invito a preoccuparci del nostro ecosistema prima ancora di quello spaziale. Ma, innanzitutto, è la storia di Hachirota, un ragazzo che cerca di essere un vero astronauta, che si sente inadeguato nel confronto col padre – più bravo e più esperto di lui e sempre in viaggio – e che si interroga su quale sia il significato dell’amore.

L’equipaggio della DS-12, la nave addetta alla raccolta dei rifiuti spaziali, è composito: c’è Yuri Mihalov, russo, che lavora come “spazzino spaziale” nella speranza di ritrovare la bussola-ciondolo, portafortuna che la moglie indossava il giorno in cui è morta a bordo di un viaggio aereo di linea, caduto per colpa di un detrito volante. La sua ricerca si incrocerà con i tentativi compiuti dal fratello minore di Hachi, troppo piccolo per volare nello spazio ma già capace di lanciare in orbita razzi potentissimi: di notte, guardando il cielo stellato da una spiaggia (guarda un po’), il russo racconterà al piccolo giapponese di come, anni prima, aveva finalmente capito che l’ansia di andare nello spazio era ingiustificata, perchè tutti noi, insieme al pianeta su cui viviamo, siamo già parte dello spazio.
La più giovane dell’equipaggio, invece, è Ai Tanabe: figlia adottiva di un’insegnante e di un cantante punk, incapace di parlare fino ai cinque anni, sembra continuare a comunicare con gli occhi e col cuore. È convinta che l’amore sia sempre una soluzione e, per quanto possa sembrare banale, forse è proprio lei ad avere ragione. Accanto a loro ruotano, fluttuano, galleggiano, si muovono, personaggi più o meno secondari: Yukimura, in questo modo, ricrea una situazione ordinaria, familiare, nonostante ci si trovi su di una stazione orbitante. La quotidianità del lavoro, i litigi, le insicurezze, i dubbi, saranno gli stessi che proviamo tutti i giorni, nonostante a viverli siano degli astronauti. In qualche modo l’autore giapponese riesce a farci sentire “a casa”, anche se siamo in mezzo a stelle e pianeti.

Ciascun personaggio crescerà, evolverà, in meglio o in peggio, Hachi su tutti. Alla fine sarà messo alle strette, dovrà dare ragione ad Abe, dovrà fidarsi dell’amore.
Perchè cos’altro può animare un uomo ad avventurarsi nell’oscurità stellare, se non la voglia, poi, di tornare indietro dai propri cari? Cos’altro può portare a sfidare la morte, ad avventurarsi nell’abisso nero, se non la certezza di avere qualcuno che ci aspetta?

La madre di Hachi, guardando dalla finestra della propria cucina un punto nel cielo, credendo di vederci il marito, ha sempre ripetuto quale sia l’unica, vera qualità che deve possedere un viaggiatore dello spazio: quella di saper fare ritorno a casa. Hachi, prima di partire per la missione più pericolosa, l’avrà finalmente capito, e noi con lui, senza che nessuno, come invece accade in Gravity, ce lo abbia urlato, o abbia pianto interminabilmente dentro scenari realizzati dalla NASA, ma grazie alla sola forza viva delle creature del maestro giapponese.

Marco Colacurci

Marco Colacurci

Nato, cresciuto e - almeno per ora - sempre vissuto a Napoli. Allenatore di sci, laureato in giurisprudenza, dottorando in diritto penale presso la Seconda Università di Napoli, ma si tratta soltanto di pretesti per raccogliere materiale letterario. Sta disperatamente cercando il modo di non dover lavorare.
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