ULTRAS : ti compro e ti vendo

 In Cinema e Teatro

Ultras fa pensare ad un modo di dire napoletano: “t’accatt e te veng”.
Ti compro e ti vendo: 
questo è quello che ormai fanno con la nostra città. L’intera produzione che gravita intorno a Gomorra (o ne è figlia, o ne subisce l’influenza), prima si è accaparrata il monopolio della narrazione di Napoli, ora non fa altro che rivendere lo stesso prodotto in una serie indistinguibile di ripetizioni, tutte pervase dallo stesso odore, che usano lo stesso registro comunicativo, la stessa passione spicciola per toni da guappi e malavita.
Ultras, purtroppo, è l’ennesima di queste copie: pur trattando un tema diverso da quello dell’universo di Gomorra ne condivide ogni punto debole, ogni vizio, ogni approssimazione.

ultras

Il problema non è, come una parte dell’opinione pubblica vuole far credere, radicalizzandosi, cosa viene mostrato: non è certo mostrare violenza, sopraffazione e abusi che rendono questi prodotti napoletani moderni una brodaglia tutta uguale; è piuttosto il come, la superficialità malsana e generalizzante con cui queste questioni vengono maneggiate
La mancanza di un pathos effettivo che delinei i personaggi, l’ambiente, le tematiche che attraversano la trama.
In questo Lettieri, alla sua opera prima, è di certo superiore a Sollima e compagni: in Ultras qualcosa c’è, si avverte (come la splendida fotografia), e la stessa costruzione narrativa ha la giusta distanza fra dramma e denuncia, fra singolo e collettivo. 
Il problema è che il poco che c’è di valore viene adombrato dal solito linguaggio vaneggiante, la prosopopea di “Oh” “Frat’m”, battute di cazzo ossessive e indisponenti. Sempre questa maledetta prevaricazione continua, come se vivere a Napoli fosse una specie di inferno militare in cui il più alto in grado ti deve costantemente respingere sotto.
Non è così, o almeno lo è ma solo in parte.

Il mondo Ultras, ad esempio, raccoglie una gamma enorme di personaggi diversi: di diversa estrazione economica, di diversa istruzione, di diverso limite etico. Elementi con visioni politiche differenti a seconda dei gruppi, di età diverse (unica cosa a cui viene dato spazio nell’opera, e anche bene), che hanno occupazioni e ruoli nella società di ampio prospetto, insomma un popolo eterogeneo che non può essere ridotto a macchietta, per di più intercambiabile con una di Gomorra. In Ultras l’appiattimento verso il substrato popolare ai margini della società è totale, e non per farne oggetto d’analisi: solo per attrazione, per appeal, perché ormai si sa che questi personaggi funzionano. Non è un caso, a mio avviso, che nel salvabile di Ultras si ascriva la storia intima di Sandro, il mohicano protagonista, piuttosto che le dinamiche del gruppo o delle scene di violenza.

Aniello Arena si riconferma di nuovo perla rara della recitazione, dando vita ad una credibilità di narrazione che scompare dal resto del film; anche Antonia Truppo dimostra la sua esperienza, gravitando intorno a questo arco narrativo e completandolo con un’ottima recitazione. Fra loro si respira l’aria di vite marginali, abbandonate dal quadro sociale di rilievo ma ben capaci di suscitare immedesimazione e sentimenti.

Il resto è una confusione totale: messe a parte considerazioni generali sui toni dell’opera, in Ultras compaiono anche una marea di problemi di montaggio, di coesione fra le parti, che rendono i primi venti minuti un’accozzaglia indefinita di immagini che sembrano slegate. Più in là il filo tiene, ma strizza troppe volte l’occhio alla grossolanità dei video musicali, sprecando di fatto tempo che avrebbe potuto costruire scene più incisive, soffermarsi sui propri protagonisti.

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E’ davvero stancante assistere all’ennesima generalizzazione, al nuovo modello dello stesso marchio di fabbrica che venderà pure, ma ha esaurito il suo potenziale comunicativo e soprattutto non significa più nulla. Io sono stanco di vedere la mia città venduta come una cartolina underground di personaggi grezzi, nuovi pulcinella di una capitale divenuta mero sfondo di queste parabole monotematiche. In 5 è il numero perfetto (per quanto non sia un grande film) Napoli ritrova, paradossalmente, dignità quando viene lasciata a sé: perché Napoli parla da sola, non ha bisogno di venire tradotta, per giunta male, da grugniti e maleparole, di venire sempre incanalata in una visione che trasuda presunzione e diffidenza borghese, vedendo relegati i propri figli in una genealogia monocorde di cafoni, ottuse maschere plastiche di quello che il pubblico si aspetta.

Si può parlare di camorra, di violenza, di Ultras, di quello che si vuole: questo non ci danneggia né ci marchia, ma si deve fare bene. Altrimenti, senza cognizione di causa, diventeremo quello che gli altri vedono di noi, seguendo il vecchio assunto filosofico per cui l’identità la fanno gli altri, non l’Io, e ci abbandoneremo a queste pantomime.
Perché la voce della cultura è la voce di un popolo, e la nostra non è questa.
Questa è quella che fa fare più soldi.

 

Enrico Zautzik

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