Un articolo sul mio ultimo viaggio in Turchia e su quello che mi ha fatto.

di Nanni Schiavo

Conosco un posto a Londra dalle parti di Victoria Station, non ricordo il nome, dove se lasci uno di quei libri con la guida turistica di una città nella loro libreria ti danno caffè e torta gratis. Quando ci sono stato io c’era la cheescake e la torta brownies, le ho provate entrambe, la seconda era meglio.

Dico questo perché di tutta la grandezza della Turchia potrete saperne molto attraverso una guida piuttosto che con i miei articoli, e quando ne avete abbastanza potete sempre scambiarla per caffè e torta. Come un giovane Holden, semplicemente non mi va. Condividerò allora con i lettori di FuoriPosto solo alcune riflessioni che ho fatto durante questo periodo in Medio Oriente, allo stesso modo qui lascerò solo foto che non dicono nulla del luogo ma parlano piuttosto di quello che più ho amato, alle quali ho dato un titolo (in inglese, per poterlo condividere anche con chi era con me in questa esperienza).

“Roof of others love”, Adana Erten Hotel rooftop.

Al termine di un mese passato in viaggio quasi senza interruzioni scrivo questo articolo in un autobus che ha appena lasciato Piazza Garibaldi. (Rileggendolo invece adesso nella mia stanzetta che per arredamento e dimensione ricorda molto la slaapkamer di Van Gogh mi rendo conto che scrivendo a caldo ci ho messo un certo sentimentalismo di cui chiedo scusa in anticipo) Sto tornando dal versante Est della Turchia, quello in cui non andrete mai, quello che ha fatto preoccupare mia madre, quello che se sai fare veramente bene un aereo di carta puoi farlo arrivare in Siria, quello che è la prima volta che sono stato in Asia, quello che appunto è alla fine del mondo e dopo c’è solo morte, distruzione, paura e dolore. Sono stato in questi luoghi per un progetto sul flusso migratorio siriano che non sto qui a spiegarvi. Per me questo è stato anche una specie di compleanno perché Adana è stata la 150° città che ho visitato nel mondo. Forte, ah? Adesso sono come una specie di drogato che ha sempre bisogno di averne di più e di più.

“Coal little box”, (future) artist’s drawing portable kit.

Tornato dalla Turchia voglio tenere per tutta la vita un occhio aperto per far uscire le cose brutte che ho visto e uno chiuso per tenere dentro quelle meravigliose. Voglio rimanere così, sempre.

Il Paese è senza dubbio impressionante e incredibilmente diverso da noi eppure – lo dico con il cuore – così simile a Napoli, a provare il fatto che il Mediterraneo ci ha messi insieme per vivere come fratelli litigiosi. L’Occidente arriva solo con le automobili, la Coca-Cola e qualche altro vezzo, il resto è una porta fra due mondi, è un posto dove siedi a colazione con donne interamente coperte e a cena con ragazze in minigonna. Ah, già che ci siamo, nella volgarità dell’essere sempre così italiani medi non ci siamo mai accorti del fatto che le donne turche sono bellissime. Sugli uomini non so dire, ma hanno dei bei colori se vi piacciono davvero mori perché vi conquistino come una Terra Santa.

“Freiheit”, GoPro photo by Monika Gorgievska, Somewhere in Turkey.

A proposito di terre, un ricordo che ho è di quando percorrendo una strada rurale seduto sul gradino di un autobus che per difendersi dal caldo viaggiava con le porte aperte ho pensato che quella era la forma della libertà, freiheit. La Turchia è il paese non libero dove mi sono sentito libero liberissimo in quel momento. Libertà era sedere su un gradino sporco senza curarsi dei vestiti, sfidare la paura di cadere fuori, fregarsene delle regole che ha dato la signora maestra, il prete di turno, la mamma e il papà, e godere persino del vento rovente di un posto costruito così vicino al Sole. Per il resto delle libertà invece, spero che facciano al più presto una rivoluzione.

“I went back home”, pen on a german skin, Room 503.

La Turchia è una delle dittature di questo tempo, profondamente diversa da quelle che sono arrivate prima. Un posto dove non sai cosa voglia da te la polizia, non sei sicuro se questa cosa si possa fare o no. Anche persone intelligenti devono spesso far finta di non capire, purtroppo.

Oltre a questo posso dire che qualche giorno fa ho visto la guerra e adesso voglio dire ai tanti che si riempiono la bocca di cazzate che essendo nati nell’Unione Europea non possono neanche immaginare cosa sia davvero la guerra, né per sentito dire, né per averlo letto sui giornali, né per averlo visto nei film. Prima di giudicare, prima di parlare e persino prima di pensare dobbiamo ammettere con modestia e capo chino che noi non sappiamo cosa sia. Ho visto casa per casa le vittime, i sopravvissuti, quelli che devono arrangiare una vita adesso anche se tuo padre è stato ucciso da un cecchino mentre era uscito a cercare cibo. I bambini, i vecchi, i ragazzi che ora vivono nei sobborghi della Turchia in case che non hanno mobili né letti e le finestre sono sostituite dai cartoni. Ho stretto la mano a quegli stessi siriani che vediamo nelle foto, mi hanno tradotto la loro lingua affinché potessimo parlare. Poi, siccome non sapevo cos’altro fare, mi sono messo in un angolo e ho pianto un po’.

Una brutta mattinata, altroché. Nel complesso è stata una esperienza anche molto divertente ma quella è stata una brutta mattinata.

“Last day”, Back of a van, Adana’s streets.

Ho riflettutto fra le altre cose sul fatto che forse non posso vivere tutta la vita in un tempo per andare ma devo capire com’è fatto il tempo per rimanere, come si fa a non essere tentati, cosa c’è da trovare. Nell’ultima settimana sono stato chiamato più volte “collezionista” e io so che fa spesso più male che bene. Tutto questo è qualcosa su cui ho ancora bisogno di pensare comunque. In riva ad un fiume ho capito tutto il tedesco che mi veniva rivolto, perché se la comunicazione verbale non è che una piccola parte della comunicazione in generale essa è evidentemente sopravvalutata. In Turchia mi sono sentito desiderato. In Turchia ho avuto la conferma di quello che ho sempre pensato, che molti riescono a vivere in un solo luogo, una sola vita, e io invece proprio non capisco come si fa.

“I should go now quietly, for my bones have found a place to lie down and sleep, where all my layers can become reeds, all my limbs can become trees.”

Smother, Daughter.

In Turchia sono stato nel flusso della vita, delle cose, che mi ha accolto come se fossi mancato da tempo e stare lì dove le cose accadono, dove dopo il sasso la superficie dell’acqua resta increspata come carta piegata che tiene la memoria di dov’eravamo, mi ha fatto sentire vivo. Vorrei, se possibile, passare tutto il resto della vita nel flusso delle cose.

“The flux of life”, books in chronological order on the floor of a stranger, An house in Adana.

Nanni Schiavo

Nanni Schiavo

Sono nato a Salerno e da allora ho (quasi) sempre vissuto a Potenza. Studio Giurisprudenza e nel tempo libero scrivo, imbratto carte. Ho pubblicato un primo libro e in questo periodo sto cercando di finire il secondo. Quando me lo posso permettere un viaggiatore, l’ultima volta che una ragazza mi ha lasciato ho deciso che in cinque anni avrei finito il giro dell’Europa. Disprezzo i trolley.