Ascesa, declino e risalita di Donald Trump: un sogno americano

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Quanto ne sappiamo veramente di uno degli uomini più potenti della Terra? Da dove è saltato fuori Donald Trump, 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, e come è arrivato a rivestire questo ruolo? A spiegarcelo corre in aiuto San Netflix che, riprendendo il felice connubio con l’inglese Channel 4 (quello di Black Mirror e delle interviste ai dirigenti di Cambridge Analytica, per intenderci), dal 30 marzo, per soli 18 mesi, porta sugli schermi dei suoi abbonati il documentario Trump: un sogno americano realizzato dall’indipendente 72 Films, con David Glover e Mark Raphael nel ruolo di produttori esecutivi.

La docu-serie è articolata in quattro episodi, che durano dai 30 e ai 50 minuti, e sono: Manhattan, Il giocatore d’azzardo, Il cittadino Trump (che nel titolo originale “Citizen Trump” riprende il film di Orson Welles “Citizen Kane”, conosciuto in italiano come “Quarto potere” e definito dal presidente “la sua pellicola preferita”) e La politica.

Attraverso immagini di repertorio, interviste ad amici, nemici, ex soci, giornalisti dell’epoca e politogi il documentario ripercorre le tappe più importanti della vita di Donald Trump, mostrandone l’ascesa, le cadute e le risalite fino alla presentazione della sua candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti (e da lì in poi come si suol dire “il resto è storia”).

Glover e Raphael hanno l’abilità di raccontare questa storia senza accanirsi, non c’è simpatia nel parlare della vita di uno dei personaggi più discussi (e discutibili) del momento, ma neanche un compiacimento nel demolirlo, ma anzi riconoscendogli il merito innegabile di aver costruito un impero grazie alla sua astuzia e alla sua capacità di reinventarsi continuamente (sul come e a che prezzo, beh, ai posteri l’ardua sentenza).

Non a caso il titolo del documentario è Trump: un sogno americano perché l’american dream dell’uomo che sa farsi da sé, il motto per cui “chiunque può diventare qualsiasi cosa voglia se si impegna” e che era stato precedentemente attribuito ad Obama (primo presidente afro-americano della storia), trova la sua perfetta incarnazione in Trump.

Chi più di lui ha saputo infatti sognare in grande e l’ha fatto fin dall’inizio?

A soli vent’anni il giovane Donald, figlio di un costruttore di case popolari nei sobborghi di New York, ha la prima intuizione geniale: i soldi non girano nel Bronx, ma a Manhattan ed è là che bisogna edificare palazzi se si vuole fare il grande salto. Ma il nostro imprenditore non è solo un visionario ma anche uno con non poche manie di grandezza e allora ecco che nella sua mente si fa strada l’idea di qualcosa di mastodontico che avrebbe segnato l’inesorabile svolta: la Trump Tower, 202 m per 58 piani, un edificio che trasuda lusso e intorno a cui il proprietario crea un tale hype da vendere alcuni appartamenti al suo interno a milioni di dollari… prima ancora che sia costruito! Ma certo non è tutto rose e fiori per l’audace imprenditore, e per assicurarsi finanziamenti e prestiti per edificare il colosso diciamo che ha bisogno di sporcarsi le mani e far cadere qualche testa (sindaci e politici, principalmente).

Siamo negli anni ’80 e per Trump è il boom: è ricco, popolare e amatissimo dalla folla.

Ma il successo si sa ha vita breve, specie quando ci si lascia prendere la mano. L’inizio del tracollo arriva con la costruzione ad Atlanta del Taj Mahal nel 1990, gigantesco casinò extralusso che in un solo giorno consuma in elettricità più di quanto incassi dalle slot e dai tavoli. Trump si rialza a fatica (ma non senza l’aiuto del padre Fred), nel frattempo al suo fianco c’è Ivana Trump, la moglie, e Marla Maples, amante e poi futura seconda (ex)moglie.

Ci vogliono dieci anni per riprendersi del tutto e nel 2000 Trump, mai scomparso del tutto, torna all’attenzione dei media e comincia a parlare di una sua possibile candidatura alla Presidenza. La cosa inizia ad essere presa sul serio e auspicata dai suoi seguaci a partire dal 2004, quando debutta in TV con il programma The Apprentice e nessuno dimenticherà mai il suo “FIRED!” (“Licenziato!”) urlato in faccia ai concorrenti che si contendono un apprendistato alla Trump Tower.

La trasmissione va avanti fino al 2015, nel frattempo il supermiliardario è diventato una star, acclamato per l’aurea di successo che emana (soldi, potere e bellissime donne) e sempre più persone caldeggiano la sua candidatura.

Il momento giunge e il 16 giugno 2016, dopo vari ripensamenti e rimandi, Donald Jr. Trump si presenta nel partito repubblicano alle elezioni presidenziali. Il resto, come dicevamo, è storia.

Cosa dire a questo punto del documentario in sé: innanzitutto che la fotografia è pazzesca, con le riprese suggestive di New York dall’alto, ma oltre a questo la cosa che colpisce è che pur essendo di parte (si capisce che ai produttori il capo di stato americano non stia troppo simpatico) riesce comunque ad essere oggettivo, dando a Cesare quel che è di Cesare.

Inoltre, al di là del già noto o comunque reperibile nella rete, alcune informazioni date sono delle chicche: tipo l’accostamento tra Trump e Jesse “The Body” Ventura, ex star del wrestling e poi governatore del Minnesota (ma di questo non vi faccio spoiler perché è tutto da vedere tra sbigottimento e risate), la nascita dei “focus group” su twitter per decidere i temi della campagna presidenziale, o ancora l’acquisto da parte del team di Trump del copyright della frase “Make America great again” (pronunciata in realtà da Bill Clinton durante la sua prima corsa alla Casa Bianca) subito dopo l’elezione di Barack Obama.

A tutto ciò si aggiungono le voci di chi l’ha conosciuto, gli è stato accanto, l’ha odiato o amato, narratori di storie uniche in cui la politica, il gossip e l’aneddotica si intrecciano rimandando un’immagine prismatica dell’uomo più odiato (o amato, dipende dai punti di vista) del momento.

Insomma Netflix, che già da tempo ha mostrato un occhio di riguardo per i documentari, fa di nuovo centro presentando un lavoro appassionante, ben costruito, che spiega con fascino e precisione chi è colui che ha in mano le sorti di mezzo mondo e come è arrivato lì.

E se a questo punto siete diventati curiosi e vi è saltato alla mente il “Trump de noj artri”, il Donald nostrano, insomma lui, il Cavaliere senza macchia e senza paura (…) San Netflix vi soccorre di nuovo col doc di Friedman “My way” su Silvio Berlusconi, ma questa… è un’altra storia.

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Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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