The Young Pope

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The Young Pope e la disperazione sorrentiniana

L’inspiegabile sensazione di un viaggio che coglie al termine, la consapevolezza dell’epilogo che attraversa tutto il tempo trascorso per ritornare all’inizio. E’ questo The Young Pope: lenta comprensione di quello che si vede, graduale e metodico sviluppo del messaggio che si congeda alla fine, finalmente chiaro e capito.The Young Pope

L’ambivalenza di quest’opera è per un lungo tratto disarmante: c’è dentro il peggior Sorrentino, le surreali visioni di merda, le improbabili e discutibili (ma a volte azzeccatissime) scelte musicali, un intellettualismo vanitosamente inafferrabile, radical chic, menate inutili, dialoghi fumosi che non significano niente e sono forzatamente altisonanti.

Ma c’è qualcos’altro.

 

Un qualcosa che si fa strada pezzo dopo pezzo, un’inquadratura perfetta di Jude Law alla volta, una parola giusta qui, una massima azzeccata là. L’encomiabile papa che si ammazza di sigarette, il circo perfetto di personaggi secondari veri come non mai.  Un vorticoso percorso artistico, finalmente ascendente e non più fastidiosamente immobile come ne La grande bellezza o in Youth. Tutto per arrivare al tema più caro al regista campano: la disperazione.

The Young PopeL’essere umano potente e patetico, portatore, nel suo paradosso, di un’infinita e ridicola bellezza che costituisce l’unico vanto di cui può fregiarsi; la medaglia al merito dei disgraziati, e di tutti noi disgraziati che conserviamo nella fragilità del conflitto fra i nostri istinti e la nostra ragione, la nostra democratica e speciale caratteristica.

Altre volte Sorrentino aveva provato a rappresentarla, fallendo miseramente con uno sfumato abbozzo d’umanità malata; perdendosi (per eccesso di superbia) in raccolte di foto bellissime ma che amalgamate insieme producevano narrazioni sterili, inquinate dal tetro aspetto di sermoni intellettuali. Aveva rimesso tutto nelle mani dell’infida potenza dell’immagine, illudendosi che uno stormo di fenicotteri su un tetto di Roma vicino ad una suora cieca significasse un cazzo di qualcosa.

Ed ora con The Young Pope, dopo un grigio Youth (che già si avvicinava meglio ad un’identità umana riconoscibile e simpatica), finalmente coglie il centro della sua ossessione; il fulcro di questa bestia colma di sentimenti e perversioni: la disperazione e la sua dignità. Che vanno a braccetto, e si palesano nella storia di ogni personaggio mediocre che attraversa gli episodi senza necessariamente un percorso di maturazione, di cambiamento. Alcuni lo hanno, altri no, altri forse; proprio come nella vita reale. Dove dogmi e dottrine fanno da padrone tanto quanto nel piccolo Stato Vaticano, e sotto i quali le coscienze dei mediocri disperati si dibattono ognuna con la sua croce, ognuna con la sua ossessione.

The Young Pope

Questo ci aiuta a capire anche la scelta dell’ambientazione: ottusamente avevamo pensato ad un atto di ribellione nel rappresentare paganamente la Santa Chiesa, già pregustavamo scandalose scene grottesche da stupore pubblico, attacchi feroci a quell’istituzione tanto antica quanto controversa. Ed invece no, non c’è né più né meno che il grottesco di un qualsiasi quotidiano, del patetico di una vita a caso, e nessun accanimento contro la figura dei preti; solo metafore più che destinatari di un’opera enorme dal senso sottile.

Sorrentino è riuscito, tra l’altro, nell’arduo compito di rispolverare la morale cristiana e donargli veste comprensibile, condivisibile, estraendo il meglio di tutto il dogma e concretizzandolo nelle storie dei protagonisti.

Sotto l’egida del carismatico Lenny Belardo si raccolgono tutte le vite di ogni giorno, ed è lui stesso ad involvere, da determinato fanatico integralista a semplice essere umano. Mentre infatti tutto il filo narrativo acquista consistenza nel tempo, Lenny va nella direzione contraria, perdendo pezzi della sua figura e mostrandoci poco alla volta l’anima fragile della sua natura.
E se si storce il naso nei primi episodi, pensando che il tutto si riduca al disilluso atteggiamento iniziale, e che la potenza di questa serie si esaurisca con il cardinale vestito con la divisa del Napoli, con gli intransigenti diktat del papa sopra le righe, o con la insopportabile attitudine ascetica di quella demente con gli occhi azzurri, si rischia di sbagliare di grosso.

The Young Pope, come nella più classica delle iconografie cristiane, è una rivelazione, e si affida alla pazienza, alla fede e all’attenzione di chi guarda per mostrarsi.

The Young PopeL’aria di perdono e di bellezza che circonda tutti quei poveri cristi (e lo stesso Belardo, nient’altro che orfano ferito ed incattivito dal dolore) pervade chi accompagna lo spaccato d’umanità che viene presentato. Ed anche noi come Lenny partiamo diritti e irremovibili nel percorso della vita, poi ci ammorbidiamo, toccati e scalfiti dalla disgrazia, dal dolore, dai fantasmi che ci rendono tanto patetici quanto speciali. Un enorme abbraccio artistico viene fuori da quest’opera, ricordandoci che è proprio la nostra natura sofferente, debole, patetica ed ossessiva, il motivo della bellezza di cui siamo ricoperti.

Alla fine, in un messaggio così universale e discreto, così timidamente reale da inghiottirci il cuore, possiamo veramente ritrovarci tutti figli di un Dio di cui non ci interessa il nome.

 

Enrico Zautzik

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