Con “A Deeper Understanding” gli americani The War On Drugs, capitanati (e anche prodotti) da Adam Granduciel, toccano il traguardo del disco numero quattro. Se, come dice Caparezza, “Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”, è altrettanto vero che più si va avanti con la propria produzione musicale e più diventa difficile interessare e sorprendere gli ascoltatori con qualcosa di nuovo, ricompensando la loro attesa con un lavoro che potranno apprezzare. Nel caso specifico della band di Philadelphia abbiamo a che fare con dieci nuovi brani, per un totale di poco più di un’ora, dominati da melodie anni ’80 e nostalgici richiami al rock classico americano (Bruce Springsteen, vi dice niente?) e, allo stesso tempo, fortemente intrecciati a sonorità e sperimentazioni più moderne. I veri protagonisti di “A Deeper Understanding” sono i synth, le atmosfere sognanti e il timbro ovattato del frontman Adam, che in più di un’occasione mi ha ricordato Bryan Adams (ma solo un pochino).

I The War On Drugs

Se dovessi indicare un difetto in questo disco, direi probabilmente la sua durata. Alcuni brani si dilungano in maniera un po’ eccessiva, a partire già dal numero uno, Up All Night: un pezzo orecchiabile, delicato e sognante con una base che si ripete e allo stesso tempo si arricchisce man mano di particolari e dettagli sonori, ma che forse avrebbe reso di più con un minuto, un minuto e mezzo in meno. L’effetto “salto nel tempo”, dovuto a quella nostalgia del rock americano di cui parlavamo, è presente in tutte le tracce ed in alcuni punti sembra quasi di avere in cuffia un lavoro di più di trent’anni fa arricchito con tecnologie e sonorità attuali. Basta ascoltare Pain per avere un esempio concreto.

Non mancano i ritmi più lenti e dolci, quelli da ballata che tante volte abbiamo visto nei balli scolastici dei film, e i The War On Drugs ce li propongono in due pezzi consecutivi, l’introspettiva Strangest Thing e Knocked Down, con i suoi accordi da sapore blues: se siete degli inguaribili romantici li amerete senz’altro. Se invece preferite melodie che vi facciano agitare le braccia e saltellare sul posto vi raccomanderei Nothing To Find e la sua armonica a bocca.

Sempre parlando di durata, il pezzo più lungo è Thinking Of A Place con i suoi undici minuti complessivi, eppure non mi sento di puntare il dito per colpevolizzarlo. Sì, undici minuti non sono pochi, ma paradossalmente qui non ne avrei tagliato nemmeno uno, perché siamo davanti a una canzone leggera, eterea, scorrevole e piacevole, che non annoia e riesce ad evolversi e a crescere soprattutto dal punto di vista strumentale, che ha stavolta un ruolo più importante di quello vocale.

I The War On Drugs ci hanno regalato un disco omogeneo e senza troppe sorprese, eppure godibile e delicato; non posso però non pensare, di nuovo, che probabilmente avremmo ottenuto un risultato migliore tagliando qualche minuto o qualche ripetizione. Non siamo davanti a un’esplosione di novità, piuttosto a un piacevole arrangiamento di frammenti di melodie del passato tornate ad intrattenerci e farci sognare, circondate stavolta da un’aura di modernità più tipica della musica indie dei giorni nostri.

Valutazione dell'autore
Elisa Mucciarelli

Elisa Mucciarelli

Roaming the Earth da 27 anni, senza una fissa dimora da circa 8. Fan dello humor nero, Grammar Nazi per vocazione, sostenitrice dell'eclettismo musicale (che nel mio caso tende al disagio). In parole povere, una rompipalle.
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