THE WALKING DEAD: Come Ti Spaccio Gli Zombie

 In Serie Tv

Lo ammetto dall’inizio: gli zombie non mi sono mai piaciuti. Niente di personale, non dipende dal loro aspetto trasandato, dal corpo putrefatto, dal colorito giallognolo, da quei pezzi di carne appesi o dagli occhi iniettati di sangue, né dal fatto che provano ad agguantarti e morderti per condannarti al loro stesso supplizio. A nessuno sano di mente può letteralmente piacere un’immagine simile. E parlando della figura popolare degli zombie, intesa qui come mito da schedare in un freak show in mezzo a Dracula, il Lupo Mannaro, Loch Ness, Bigfoot e la Mummia, nemmeno in quel caso è il mostro che prediligo. Sono romantica, io, ho una passione per i Fantasmi. Che poi, sempre di ritorno dall’Oltretomba si tratta, ma almeno i fantasmi non fanno tutto quel macello.

Perciò ritenevo indispensabile chieder(me)lo: perché gli zombie sono così popolari? Passino i vampiri, sbrilluccicanti o meno, che fanno sempre la loro bella figura da gentlemen, e al mattino puoi esser certa di trovarli al loro capezzale… ma gli zombie?

Era inevitabile questa domanda, visto che poco fa era il 14 ottobre. E chi mastica zombie non ha bisogno di parafrasi: questa data segna l’inizio della quarta stagione di The Walking Dead, mandata in Italia e doppiata con un solo giorno di scarto dagli Stati Uniti. Un fenomeno alla Lost, ma meno intrippante, più crudo, senza storie articolate, la realtà per come è: il mondo è finito, un branco di persone sono salve, fuori infuria l’Apocalisse. E ora? Una parola: sopravvivere. Ma per chi? Per cosa? In previsione di qualche deus ex machina che salverà l’umanità? D’accordo che il protagonista della serie, Rick Grimes (interpretato da Andrew Lincoln), è un vicesceriffo con tanto di cappello e cavallo, ma cosa puoi fare davvero quando ti ritrovi a capo dell’ultimo baluardo umano, rifugiatosi dietro le sbarre di una prigione (ironia del destino, o degli sceneggiatori), con due figli a carico, qualche rotella fuori posto e un’influenza letale che imperversa fra i vivi? Senza pensare alle masse di zombie che provano ad entrare dall’esterno, e per un pelo quasi ci riescono (niente più spoiler, promesso).

L’ho detto dall’inizio, gli zombie non mi sono mai piaciuti. Ma The Walking Dead è un altro discorso. E quando si apre un altro discorso, si prospettano anche nuove possibilità. Pensate anche al semplice fatto che la parola zombie non viene pronunciata neppure una volta in tutta la serie: l’idea è lì, palpabile, che vaga nell’aria infetta, ma in fondo siamo noi telespettatori a dare ai morti viventi questo nome, noi cresciuti a pane e Romero, spinti dal bisogno di etichettare qualunque cosa per avere l’illusione di conoscerla. Loro sono i Vaganti (i termini utilizzati sono walker, biter, roamer, lurker, floater e geek). Sono spaventosi, ma mai quanto i vivi.

Adesso però facciamo un passo indietro: TWD nasce come fumetto dalla china di Robert Kirkman, edito dalla Image Comics a partire dal 2003; ad oggi conta 115 albi ed è ben lungi dall’essere concluso. Il 31 ottobre 2010 è una data azzeccata che segna l’ascesa al successo di questa storia apocalittica, destinata a sfidare tutti i record televisivi, e portata sul piccolo schermo da Frank Darabont, che ha passato il testimone prima a Glen Mazzara e poi a Scott M. Gimple. Quello che colpisce della serie, assolutamente ineccepibile da un punto di vista registico, con effetti speciali cinematografici e personaggi e sceneggiatura credibili, è la sua brutalità. Non ci sono sconti per nessuno, la verosimiglianza è la parola d’ordine. Ti porta a chiederti cosa sarebbe del mondo “se all’inferno non dovesse esserci più posto“. Cosa farebbero i sopravvissuti, come si comporterebbero, e perché sarebbero in grado di dividersi, combattersi e uccidersi perfino in una situazione disperata come questa. Ti porta a chiederti se devi avere più paura dei morti viventi o dei vivi che la morte ce l’hanno nel cuore. Nella terza stagione, ad esempio, dei 17 personaggi sterminati, soltanto 3 sono stati uccisi dai Vaganti: tutti gli altri sono vittime di esseri umani. Non è dunque la natura mostruosa degli zombie ad attirare masse di telespettatori, ma quella più bestiale dell’uomo, che svincolato dalle regole e dall’etica pensa solo a sopravvivere.

Il telefilm, da parte sua, ha una formula vincente e un contorno che lo ha reso cult. Diciamo che era la storia giusto, al momento giusto e al posto giusto. Potremmo parlare di un vero e proprio fenomeno, della serie tutti pazzi per gli zombie, iniziato già da qualche anno, prima del famigerato 21 dicembre 2012 e di catastrofici scenari. Per questo motivo ho avvertito il bisogno di indagare. Perché gli zombie piacciono tanto? D’accordo, la verità è che piacciono perché spaventano. Ma perché? Chi sono davvero? Per scoprirlo, dovrò spostarmi un po’ nel tempo e nello spazio.

Andiamo ad Haiti, per esempio. Per un attimo dimenticate Rick Grimes e la sua combriccola dei morti che camminano, cancellate le nottate spese a giocare a Resident Evil (non è facile, lo so), non pensate a Danny Boyle e al suo 28 giorni dopo, rimuovete Io sono leggenda, che pure è tratto da quello che si crede sia il primo romanzo zombie della letteratura; eliminate Romero, e sì, dite per un attimo addio anche a quel gran simpaticone di Simon Pegg che nell’Alba dei morti dementi ammicca con il suo british humour e sbeffeggia un po’ tutti, gli zombie, la società, i rapporti umani, Bill Nighy…

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Zombie, o nzumbe, dalla lingua bantu. Direttamente dall’Africa ecco a voi i fantasmi del continente nero: il termine, con molte probabilità, si riferirebbe proprio agli spiriti. Con la deportazione degli schiavi, questa parola si insinuò anche nelle Americhe, accompagnata da una tradizione animista nota ai più come Vudù (voodoo). Non parliamo di magia nera, bensì di una vera e propria religione praticata oggi da oltre 60 milioni di persone in tutto il mondo. Il Vudù si basa essenzialmente sulla manifestazione del divino nel mondo, che avviene su due piani, uno spirituale e un altro materiale, l’uno compenetrato nell’altro. Una sorta di Velo di Maya separa le due realtà, ma di base materia e spirito sono imprescindibili l’una dall’altro. Quando dicevo che preferisco i fantasmi agli zombie, forse non avevo ben chiaro questo concetto: se per la religione vuduista materia e spirito rientrano nella medesima realtà, o sono due facce di una stessa medaglia, è anche ragionevole che il loro concetto di anima sia diverso dal nostro, e di fatto lo è. Stando alle loro credenze, l’anima di ogni individuo si scinderebbe in due parti: una resterebbe sempre legata al corpo che l’ha ospitata (il gros bon ange, o grande angelo guardiano), e l’altra, più volatile, che rappresenta la volontà e l’individualità, si ricongiungerebbe al divino una volta sopraggiunta la morte (il ti bon ange, ovvero piccolo angelo guardiano). Dunque, mentre i nostri spettri con conti in sospeso sono più simili a fuochi fatui che danzano nelle brume notturne, i fantasmi della cultura vuduista non sono altrettanto inconsistenti e impalpabili, e questo accade perché la parte dell’anima che abbiamo chiamato ti bon ange, il piccolo angelo guardiano, resta imprigionata sulla terra, seppur priva di quella forza vitale, di quella volontà che fa di un uomo un uomo libero, e dunque vivo. Ma perché condannare a un simile supplizio? Dove finisce questo pezzo di anima che spetterebbe al cosmo e che invece, bloccato da qualche parte, fa di un morto un non morto?

A questo punto dovete sapere che la religione Vudù annovera anche una serie di stregoni chiamati Bokor, una sottocategoria di sacerdoti (houngan) e sacerdotesse (mambo), che si dilettavano a strappare proprio quella parte di anima a cui abbiamo appena accennato, il ti bon ange, gettando l’individuo in uno stato di catalessi letargico, un finto decesso, insomma. Credendolo morto, i familiari e i parenti lo avrebbero seppellito, e a quel punto compito del Bokor era passare sotto il naso del malcapitato stecchito una fialetta contenente il pezzo di anima perduto. Al richiamo di quell’odore, l’uomo si sarebbe ridestato, ma il Bokor avrebbe avuto su di lui un controllo totale e si sarebbe così procacciato uno schiavo per le piantagioni di canna da zucchero.

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Lo so, ci muoviamo ancora nell’ambito del sovrannaturale, ma spiegazioni scientifiche accreditate non ve ne sono. Non accreditate, ho detto. Negli anni ’80, un giovane scienziato, tale Wade Davis riuscì a procurarsi con estreme difficoltà la polverina che i Bokor haitiani usavano per creare gli zombie, polverina che alla luce delle analisi mostrò un’elevata quantità di tetrodotossina, sostanza presente nel pesce palla, insieme ad altre tossine estratte da molluschi gasteropodi: un cocktail di veleni, insomma, che ti squarcia se preso solo in dosi maggiori. Al contrario, assunto in dosi minori, provoca uno stato catatonico di trance confondibile con la morte. Wade Davis però credeva che fosse indispensabile una predisposizione psicologica e culturale perché questo veleno avesse effetto, e perché il suo antidoto, somministrato dagli stessi stregoni dopo la sepoltura, permettesse di creare stuoli di schiavi senza volontà, vivi solo per metà, e dunque dei veri e propri zombie. Nel suo libro, The Serpent and the Rainbow, Davis presenta l’incredibile caso di Clairvius Narcisse, contadino stroncato da una terribile febbre nel 1962, sepolto da amici e familiari, che venne avvistato da oltre 200 persone, compresa la sorella, negli anni ’80. Egli stesso raccontò di essere stato vittima di un Bokor, che avrebbe usato ulteriori allucinogeni e manovre psicologiche, sfruttando input culturali e autosuggestione, per convincere Narcisse di essere un morto vivente e di dover sottostare alle sue richieste.

Forse quest’idea, screditata dagli ambienti scientifici, non spiega esaustivamente un fenomeno e una paura così radicate in un’intera comunità. Ma non dimentichiamo che stiamo parlando di contadini, di persone educate con favole e superstizioni, per le quali la magia è più che una realtà: essa è una condanna. Questa gente era terrorizzata dai potenti sacerdoti, dai ricchi proprietari terrieri e in ultimo dal regime dittatoriale della famiglia Duvalier, al potere ad Haiti fino agli anni ’80, che esasperava questo clima di superstizione sostenendo che i Tonton Macoutes, capi della polizia segreta, fossero in possesso e in diritto di disporre di queste droghe capaci di trasformare qualunque ribelle in zombie (di fatto, la famiglia Duvalier non era che un manipolo di contrabbandieri sul seggio della presidenza, coinvolti nella compravendita di cadaveri).

Ora che abbiamo esplorato l’aspetto leggendario, quello scientifico e quello storico, possiamo capire di più il senso dietro la parola zombie. Magari rivalutarli, e comprendere tanti piccoli dettagli della letteratura e del cinema, come nel film L’isola degli zombies (1932), con Bela Lugosi, in cui sono presenti alcuni elementi citati più sopra: ricchi signori di Haiti, zombie-schiavi delle piantagioni da zucchero… non a caso, questo è il primissimo film sugli zombie della storia. Un altro esempio è il libro del futurista e futuristico Robert Heinlein, La porta sull’estate (1957), dove il protagonista ingerisce una droga con la quale viene schiavizzato dai suoi falsi amici.

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Nella seconda metà del ‘900, l’immagine degli zombie cambia, reinterpretata da George Romero nel film capostipite di tal genere: La notte dei morti viventi (1968), liberamente ispirato al libro Io sono leggenda di Richard Matheson, in cui tuttavia si parla ancora di vampiri, seguìto da Zombi (1978), più che un horror una satira sociale, dove orde di cadaveri vanno a spasso in un centro commerciale. Da qui in avanti la storia del cinema annovera decine e decine di film sugli zombie (uno degli ultimi, davvero poco indispensabile, è stato Warm Bodies, perché a quanto pare dopo i vampiri e i lupi mannari anche i morti viventi meritavano una love story) e poi romanzi, fumetti, centinaia di videogiochi (Resident Evil ha fatto per le nuove generazioni di fan di zombie quello che Romero ha fatto per le vecchie, ovvero ha creato un cult), manuali, saggi, conventions, forum e blog dedicati a coloro che sono convinti che un’invasione zombie sia prossima, e che si stanno preparando, armi in mano e bunker sotto i piedi, contro un attacco massiccio. E davvero, chi più ne ha più ne metta, tanto che inizio a sospettare di essere rimasta indietro.

Raccontare tutto questo per capire cosa ci spaventi e perché ci affascini la cultura dei morti viventi. Ancora ve lo state chiedendo? La più grande paura dei contadini di Haiti era di essere trasformati in zombie, creature senza volontà, schiavi di un sistema al potere, controllati nelle loro azioni da forze superiori, messi ai lavori forzati, drogati di realtà illusorie, condannati a vivere una vita a metà, morti che camminano…

Ecco, nella società del 2000, c’è da chiedersi dove si nascondano i non infetti.

 

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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