Visto il momento così delicato, iniziamo subito col precisare che nonostante il topic di oggi siano letteralmente “i Vaccini”, prendiamo le dovute distanze dalla sfera medica per abbracciare invece una sfera puramente musicale, fatta di idee, di suoni e perché no, anche di sostanze stupefacenti (che di certo non necessitano di prescrizione del nostro medico curante). The Vaccines, band originaria di Londra formata da tre ragazzi: Árni Hjörvar, Freddie Cowan, il recentissimo Pete Robertson (nella band dal 2016), un turnista e una testa di cazzo – nonché frontman della band – Justin Young. Non fraintendetemi, il termine va interpretato nella sua accezione più artistica, dove l’essere “testa di cazzo” rappresenta la marcia in più, il valore aggiunto per riuscire a distinguersi dall’ordinario. Nel caso del nostro amico Justin, il suo essere testa di cazzo trova la massima espressione nel modo in cui presenzia sul palco e davanti ai riflettori. Nel lontano 2011 ho avuto il piacere di ascoltarli dal vivo quando erano alle prime armi e posso confermare che l’impatto della band sul pubblico deve tantissimo al suo frontman svitato, dallo sguardo dissociato fisso negli occhi di ogni spettatore, che mette sì a disagio ma allo stesso tempo coinvolge di brutto nel fare casino. Ebbene, dopo 3 anni dal loro ultimo disco la band torna con Combat Sports. Prima di parlarne però, è necessario andare per ordine.

Justin Young

La loro storia inizia da un capolavoro chiamato What Did You Expect From The Vaccines, album del 2011, dal quale tiriamo fuori i brani fondamentali per chi non conoscesse a fondo la band: Nørgaard, If You Wanna, Wetsuit, Post-Break Up Sex, All in White. E la storia prosegue nel migliore dei modi con il loro secondo album, Come of Age, esattamente un anno dopo e dal quale tiriamo fuori altri 3 brani di purissima qualità: Bad Mood, Wish I Was A Girl, Teenage Icon. Leggermente sottotono invece English Graffiti, uscito nel 2015, che rispetto ai precedenti ci lascia decisamente meno materiale – solo Denial e Minimal Affection meritano di essere menzionate – per il loro ingresso nella Hall of Fame del Brit-Pop, per tenere alto il nome di questa categoria musicale, davvero unica se pensiamo a cosa è venuto fuori dagli anni ’90 ad oggi.

Veniamo adesso a parlare di Combat Sports, studio album al quale partecipa Ross Orton, vecchia canaglia che ha collaborato a quel capolavoro chiamato AM degli Arctic Monkeys, che non fa altro che dissuadere i nostri eroi dalla precedente produzione più “digitale” riportandoli sulla retta via. L’album è composto da 11 tracce e scorre alla grande alternando ritmi sostenuti e serrati – tipicamente da isola britannica – a schitarrare da cena a casa di amici che fanno cantare a squarciagola. Grazie a Spotify ci siamo potuti imbattere già da tempo in alcune tra le migliori tracce, come Put It On A T-Shirt, brano che apre le danze suonando proprio come i primissimi brani del lontano 2011 e Your Love Is My Favourite Band, in assoluto il manifesto della ritrovata ispirazione della band: una vera e propria hit che per orecchiabilità del ritornello e arrangiamenti, piace un casino. All’elenco aggiungiamo la splendida Maybe, brano che personalmente mi fa venire in mente una crasi tra Strokes e Tame Impala. Segnaliamo anche Surfin in The Sky e Nightclub, che invece fa felici tutti gli appassionati dello sballo mentale pronti a dimenarsi sotto il palco. Particolarissima Young American, la dolce ballata fuori tono che fa un po’ le veci di Pea dei Red Hot Chili Peppers (One Hot Minute, 1995). Molto ben fatta Take It Easy: neanche il tempo di arrivare al ritornello e ci viene subito voglia di suonarla.

Insomma, possiamo tranquillamente sbilanciarci affermando che probabilmente siamo di fronte al miglior album della band fin ora. Un percorso di crescita molto ben riuscito e una grande capacità di risolvere lievissimi problemi nel riuscire ad arrivare proprio a tutte le categorie di fan, dai fedelissimi ai nostalgici della brit anni ’90.

Quindi recuperate dal cascione il vostro vecchio Walkman e provate a dare un ascolto a questi quattro londoneers, perché in fin dei conti sono le sopracitate “teste di cazzo” a portare avanti la baracca nel mondo della musica (chiedere a Mac deMarco per conferme).

Enjoy!

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.