Una guida indio, uno schiavo per l’esattezza, in una scena di The Lost City of Z dice al protagonista “Io sono libero ma per te, uomo bianco, non c’è via di fuga nella giungla”. Queste parole contengono una beffarda verità. I più brucianti desideri dell’uomo occidentale hanno da sempre abitato le frontiere più remote della natura, trovando nella giungla un habitat a dir poco favorevole. Con la sua inestricabile vegetazione che tutto copre e divora, con i suoi fiumi subdoli come serpenti e il suo clima febbricitante è la perfetta cassaforte per le paure, le speranze e le ossessioni di un conquistatore. Magnetica nella sua inaccessibilità, la giungla diventa un arcipelago dell’anima che non lascia alcuna speranza di ritorno a chi decide di seguirne il sentiero.

Doveva saperlo bene Perciew Fawcet, militare britannico che all’inizio dell’900 fu incaricato di aggiornare le mappe della Bolivia, preziose per lo sfruttamento degli alberi della gomma. Giunto alla sorgente del Rio Verde, trovò tracce di ceramica sparpagliata nella giungla. Per lui era il chiaro segno dell’esistenza di una civiltà sconosciuta, forse più antica di qualsiasi altra cultura europea. La chiamò “Z”, perché provarne l’esistenza sarebbe stato l’ultimo tassello per la comprensione della storia dell’umanità. Tornato in patria riuscì ad organizzare una spedizione dopo l’altra, tra mille difficoltà, piccoli tradimenti e il dubbio di aver abbandonato la propria famiglia. Da una di queste spedizioni Fawcet non sarebbe tornato. The Lost city of Z racconta la sua storia.

Film decisamente da non sottovalutare  The Lost city of Z, scritto e diretto da James Grey. Tratto dall’omonimo libro di David Grann e prodotto da Amazon, all’apparenza lo si potrebbe ridurre ad un semplice compitino tutto riecheggiante Aguirre Furore di Dio. Pur non mancando di innegabili riferimenti al capolavoro di Herzog, The Lost city of Z trova tuttavia la sua vera anima nell’intera opera di Rudyard Kipling. Non è un caso che ne venga citato un componimento. Kipling ebbe la meravigliosa capacità di essere allo stesso tempo orgoglioso inglese e consapevole anti-colonialista, sostenitore della conquista eppure commosso difensore delle ragioni dei conquistati. Era perfettamente integrato nel suo tempo ma non esitò a seguire le correnti del cambiamento. Ed è esattamente così che viene rappresentato Perciew Fawcet (Charlie Hunnam).

In The Lost City of Z ne vengono raccontati quasi vent’anni di vita. All’inizio la giungla è per Fawcet solamente campo di conquista per una medaglia da appuntare al petto, un riscatto dalle infamie paterne. La sete di gloria tuttavia finisce con il trasformarsi in altro: quasi in un desiderio di riscossa nei confronti della sua patria e del suo sistema di valori.  In The Lost City of Z,   il viaggio negli spazi mortali del  “deserto verde” finisce poi con il trasformarsi in un viaggio nel tempo. Sotto questo punto di vista la “Z” del titolo non indica soltanto l’ultimo tassello di una civiltà da ritrovare nel cuore della giungla. E’ anche il furioso colpo di coda di un’intera epoca, di quell’ 800 che affogherà nel fango delle trincee della prima guerra mondiale. Fawcett non può far altro che rivedere costantemente le proprie mappe interiori e esteriori, mantenendo tuttavia immutata la sua ossessione, al pari di una bussola con cui orientarsi. D’altra parte neanche la giungla muta la propria natura: immobile al cambiamento, sempre lì ad attirare con illusorie promesse l’uomo di ogni epoca. Nel bene e nel male, sarà ostile anche al conquistatore bianco che ha trovato un più equilibrato posto nel mondo. Questo è ciò che rende The City of Z un racconto complesso, meno lineare del previsto e coinvolgente (grazie anche alla colonna sonora di Christopher Spelman).

Peccato che la prima parte rischi di non decollare a causa della regia che a volte proprio non vuole sfruttare le possibilità offerte dalla sceneggiatura. Come intimorito da ciò che potrebbe farci vedere, l’occhio di James Grey sembra quasi fare un passo indietro nei momenti di più alta emozione. Buffo sapere che sua è anche la “penna”. Sul versante attoriale, azzeccato l’emaciato Robert Pattinson, aiutante di campo di Fawcet, molto meno convincente proprio il protagonista Hunnam. Magnifica invece Sienna Miller nei panni della moglie dell’esploratore. Indipendente, intelligente, moderna e mai insopportabilmente suffragetta, il suo personaggio è il vero motore del cambiamento di Fawcet. Anche per lei la giungla assumerà l’aspetto di desideri ben precisi. Nonostante ciò, è lei a sussurrare all’orecchio del rude militare la necessità di guardare oltre la collina, di cogliere la bellezza nascosta nell’ignoto senza scambiarla necessariamente con il luccichio di una medaglia.  Vogliatevi bene: ignorate Michael Bay e siate sufficientemente pazienti per intraprendere il pur non perfetto viaggio di The Lost City of Z.

Valutazione dell'autore

 

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
Michele Assante

Latest posts by Michele Assante (see all)