The Last Of Us part II: raccontare l’impossibile

 In Uncategorized, Videogiochi

Parlare di The Last Of Us part II è complicato, sia per la mole di temi trattati, sia per ciò che hanno suscitato.
Le critiche al gioco, e al suo team, sono state tanto violente ed infami, da non meritare nemmeno una parola a riguardo, annoverandosi fra la serie di storture del nostro tempo che un’ossessiva capacità di espressione, e facile possibilità di farlo, stanno creando nella nostra società.
Mi piacerebbe partire dal prodotto, o dall’opera, che alla fine è l’unica cosa che conta. 
Già il primo capitolo aveva alzato l’asticella della narrazione videoludica, dando luogo ad una reazione a catena che ha reso la narrativa dei videogiochi sempre più di alto livello; Neil Druckmann e soci si sono resi protagonisti di un altro cambiamento epocale che fonde il sublime con l’interattivo, abbandonando in toto il mero scopo d’intrattenimento, imprimendo, in chi lo attraversa, la stessa forza della letteratura. 
Parlo di letteratura anziché di cinema perché i videogiochi godono della stessa partecipazione soggettiva che ha il libro, diversa dall’impeto agente che ha la settima arte.

the last of us

Una delle scene più emozionanti della storia dei videogiochi.

Partendo da questa premessa, la giocabilità in un videogioco non è però roba accessoria, ed è qui che con part II The Last Of Us disattende, non delude, le aspettative forse troppo alte che c’erano: non ha attuato infatti la rivoluzione che si era proposto, dimostrandosi un’evoluzione, certo impeccabile e strabiliante, delle stesse meccaniche adottate dal primo capitolo. Sebbene stiamo parlando comunque di un capolavoro, l’ingolfamento del sistema ibrido open-world/action a livelli è piuttosto evidente, soprattutto ai livelli di difficoltà standard. Il mondo di gioco ha un’interattività incredibile, e gli spazi sono studiati alla perfezione, lasciando al giocatore la possibilità di decine di approcci diversi alla stessa situazione; purtroppo però permane un’eco di ripetizione nei vari ambienti, tutti troppo simili e retti sostanzialmente dalla stessa logica, e l’enorme spazio a disposizione diventa un contenitore vuoto e dispersivo, che l’azione non arriva mai ad occupare. Per di più, la parte centrale cozza anche malamente con la narrazione, risultando monotona e noiosa, cosa che io, e credo molti altri, non ci saremmo mai aspettati. Menzione a parte merita la colonna sonora, impeccabile nella sua semplicità ed efficacia a sposarsi con l’ambiente circostante.

Il viaggio epico di Joel ed Ellie attraverso tutti gli Stati Uniti rimane il ricordo sbiadito di un crescendo emotivo che culminava in un epilogo senza eguali nel genere, ed è qui che comincio con gli SPOILER per la prima volta nella mia vita, e suggerisco a chi non ha finito The Last Of Us part II di non andare avanti e continuare in un secondo momento, a gioco finito, la lettura.

Un aspetto radicale di The Last Of Us part II in effetti c’è, ed è la figura di Abby, senza dubbio una delle più controverse che la comunità videoludica abbia mai affrontato: l’odio nei suoi confronti è tale che giocare nei suoi panni risulta davvero fastidioso ed irritante; effetto sicuramente voluto e cercato dagli ideatori, che tuttavia sfocia in una storia collaterale davvero blanda e poco sfaccettata, che occupa quasi metà delle ore di gioco non costituendosi come parte integrante della trama, se non in alcune intersezioni, e non adeguandosi al livello della parabola di Ellie e Joel che attraversa i due episodi. Le situazioni che Abby affronta fuori dal binario maestro, hanno l’amaro retrogusto di qualcosa creato ad hoc per riempire un tempo vuoto. Anche tutto il mondo circondariale, le fazioni che si fanno la guerra senza quartiere fra le strade di Seattle, sono poco convincenti e poco originali, impedendo che la via secondaria coinvolga e assorba come il filone principale. Forse, invertire cronologicamente le due parti, ovvero completare tutta la parabola di Abby per poi prendere in mano Ellie, avrebbe aiutato a creare un crescendo di suspense ed emozioni più coerente che avrebbe reso quel segmento più piacevole da giocare. Eppure, nonostante il vortice di sceneggiatura abbia le sue lacune, The Last Of Us part II rimane un pugno nello stomaco incredibile, uno dei viaggi più completi e sfumati nelle accezioni profonde delle emozioni umane, attraverso Ellie e del suo rapporto con Joel, che rimane presente come un fantasma nella sua vita dirigendola e tormentandola.

Il livello di spessore psicologico di questa storia è senza pari nella narrazione moderna, e la deformazione emotiva che provoca è una delle più forti a cui abbia mai partecipato.
Non si tratta della paura nell’affrontare i clicker o della semplice commozione per la perdita di questo o quel personaggio: è la devastazione del romanticismo proprio del primo capitolo, la discesa nella crudezza che simboleggia e rappresenta quella dei nostri tempi, la definizione, attraverso un’allegoria, di un sentire generazionale mondiale che non trova sbocchi se non nell’ossessione e nella violenza. Questo vortice malsano sprofonda Ellie lontano da ciò che più conta per lei: Joel, l’idea di famiglia, accudimento e amore che quell’uomo le trasmetteva, che si rompono nel momento in cui lei scopre cosa è successo con le Luci, e che si contorce definitivamente su se stesso alla morte di lui. Le sessioni di combattimento corpo a corpo, l’assenza di caricamenti, e una resa dei movimenti vista in poche occasioni, rendono la spettacolarità del gioco altissima, facendo sentire ogni colpo, graffio, sparo e violenza come se fosse accaduta realmente. Il peso dei movimenti, e delle uccisioni, si avverte con enorme realismo, variando radicalmente fra i due personaggi giocabili e contribuendo alla totale immedesimazione fisica, a cui consegue quella emotiva.

Questo perché l’immersione deve essere totale, in grado di creare una simbiosi tanto immediata da farci soffrire amaramente nei punti chiave, farci piangere di disperazione e sentire il petto lacerato dalla vita di Ellie, definitivamente compromessa dalla scoperta della verità sugli eventi dell’ospedale e della morte di Joel. L’incredibile connessione della figura di quell’uomo negli eventi successivi alla sua morte, come egli riesca ad accompagnare Ellie nel suo tormento attraverso cose fatte o dette in precedenza, è una delle cose più commoventi dell’intero intrattenimento, una commozione adulta e intelligente, che esplode in un non-finale a sorpresa che, per quanto spiazzante, trova la sua coerenza nelle parole che i protagonisti si sono detti.

the last of us

In definitiva, con alcuni limiti che ostacolano la perfezione, The Last Of Us part II è il gioco dell’anno; forse non della decade o della generazione come il primo, di cui sa mantenere sapientemente l’eredità pur non acquisendone il peso specifico. Un viaggio orrendo e vero, che tratta la questione omosessuale con la normalità che merita, e che travolge con la sua capacità di sollevare temi talmente spinosi da non riuscire a darne una risposta, perché non ne hanno neanche nella realtà. La continuazione di una narrativa interattiva portata alla massima espressione, capace di coinvolgere il pubblico e porsi come metro culturale di un’intera epoca.
Un’opera che cerca di parlare dell’impossibile, come la malsana crescita di una brava ragazzina in un mondo ostile, terribile, che alla fine è riuscito a lasciare la propria traccia di buio su di lei.

Enrico Zautzik

Enrico Zautzik

Non sono responsabile delle censure di quei %&*"°# degli autori
Enrico Zautzik

Latest posts by Enrico Zautzik (see all)

Post suggeriti

Leave a Comment

Contact Us

We're not around right now. But you can send us an email and we'll get back to you, asap.

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca