The Irishman, l’importanza dei simboli

 In Cinema e Teatro

The Irishman è l’attesissima ultima opera del regista Martin Scorsese, rilasciata per un breve lasso di tempo nelle sale i primi del mese, e definitivamente disponibile alla visione dal 27 novembre su Netflix. Ci sarebbe molto di cui parlare proprio sul rapporto fra cinema e masse, sull’ipotetica consacrazione dello streaming a danno delle sale, e su come orientarci, ma andremmo troppo per le lunghe. È stato proprio un punto fermo di Scorsese quello di distribuire il film in anteprima nei cinema, caso unico fra le produzioni Netflix.
Al di là delle questioni socio-culturali, la domanda principale però rimane: com’è The Irishman?

Non come pontificano magnificenti reazioni in giro per il mondo, questo è sicuro; certamente un gran bel film (il maestro non ha mai sbagliato un colpo), ma non l’opera epica che ci si poteva lecitamente aspettare. The Irishman è il titolo di un libro del 2004 (o meglio, della riedizione italiana, perché il vero titolo è I heard you paint houses, citato nel film) scritto da Charles Brandt, ex procuratore che ha fedelmente riportato la storia raccontatagli da Frank Sheeran in persona, l’irlandese protagonista delle due opere, interpretato nel film da Robert De Niro.
Un primo problema nasce proprio dall’attendibilità della fonte: negli Stati Uniti si è sollevata nuovamente la polemica intorno alla credibilità di Sheeran, le cui gesta, seppur effettivamente avvenute, non sono mai state ricondotte direttamente a lui, e “nessuno lo ha mai incolpato di niente se non lui stesso“. In particolare, questo dibattito verte su un punto principale della trama, che ovviamente non menzionerò (a proposito, non aprite la pagina wikipedia del film a priori, poiché contiene uno spoiler di proporzioni epiche nel titolo stesso della prima edizione italiana del libro di Brandt che renderebbe quasi inutile la visione del film), un mistero ancora insoluto della storia degli States che all’epoca ebbe risonanza enorme.

the irishman

Seguendo le dichiarazioni di Scorsese, a cui “non interessa” l’effettiva attendibilità di Sheeran, in effetti questo rappresenta il problema minore per lo spettatore: l’intero The Irishman è una mastodontica e ben amalgamata fusione di realtà, finzione e teorie più o meno convincenti, che gioca abilmente con tutto ciò che vi è di irrisolto nei fatti che racconta, per arrivare alla meta di definire la collusione fra mafia, sindacati, e politica, cementata dalla corruzione, per tre decenni di storia americana. Quello che manca è la precisione, la specificità, ed il certosino completamento di un’enciclopedia che avrebbe potuto essere davvero epica. Si ha come la sensazione di attraversare un racconto preciso, ma superficiale, che lascia in tutta onestà insoddisfatta la curiosità che solletica. Ci sono davvero tanti personaggi, e tutti realmente esistiti, ma è come se la via maestra fosse solo una scenografia, una tela abbozzata su cui far risaltare un oggetto preciso, che tuttavia manca di mordente (anche a causa, probabilmente, dell’enorme durata della pellicola) e del carisma potente a cui Scorsese ci ha sempre abituato.

The Irishman segue la vita di Frank Sheeran molto da vicino, senza però riuscire a farci entrare dentro di lui: De Niro si addentra in tutte le scene con l’aria da brutto ceffo che l’ha sempre contraddistinto, eppure di questo personaggio, se non nell’ultima mezz’ora, non sapremo mai nulla: è un mero traghettatore, verso qualcosa di più ampio che ha una bellissima definizione, ma pecca anch’esso di insufficiente profondità. Con questo tempo a disposizione si sarebbe potuta fare davvero un’enciclopedia della mafia, invece si galleggia sulla superficie, increspando l’argomento senza nuotarci dentro; intendiamoci, The Irishman è un bel film che vale la pena vedere, ma rimane perdente e insipido, se paragonato a quella prova di maestria fotografica, emozione e filosofia che è Silence, penultima opera del maestro. Quella sì che è roba epica, da spaccare il cuore e parlarne per dieci giorni.

La tecnica in The Irishman è sempre sopraffina, con alcune scene di perfezione totale, che fanno venir voglia di cercare Scorsese ovunque si trovi semplicemente per ringraziarlo: un esempio è la scena dell’assassinio di Kennedy, a cui alcuni personaggi assistono alla televisione, nella quale il silenzio esplode nella testa come un peso sofferto da poco, e sentito davvero, quasi avessimo assistito noi allo sparo. La fine del film poi, riprende totalmente le redini di tutto, riportando l’obiettivo su qualcosa di più personale, autobiografico anche, ed è la parte dove The Irishman sfoga tutto il proprio potenziale, dove Scorsese si racconta (in maniera squisitamente volontaria) in modo intimo attraverso De Niro, Joe Pesci, e riflessioni individuali potenti e toccanti.
Ma in tutta onestà non basta a reggere le tre ore precedenti, che paradossalmente si fanno seguire, il ritmo per il maestro non è mai stato un problema, ma non lasciano il segno atteso.

Ed è così che motivo la mia analisi: con l’importanza dei  simboli.
Scorsese è ormai un simbolo, e lo stesso The Irishman, a sua volta, è il simbolo del contributo dell’autore e di un genere alla storia della cinematografia, un congedo, se vogliamo, che si lega con fitti nodi a Quei bravi ragazzi, Mean streets, Casinò, ma anche al Padrino, ovviamente, o Scarface e Carlito’s Way con cui il maestro sembra dire addio ad una parte fondamentale del suo e del nostro immaginario.
Ed è proprio l’adesione al simbolo, personale e ideologico, che ha fatto la fortuna di The Irishman, che era già capolavoro prima di uscire, già immemore perla da ricordare, ed io credo che sia proprio l’affezione a quell’immaginario che ha guidato un giudizio eccessivamente pomposo e ridondante, affibbiando a questo gran lavoro la promozione da bello a immortale.
Anche Frank Sheeran è un simbolo, almeno alla fine, quando rappresenta l’alienazione della vecchiaia e l’intimità della fine nonostante il potere ottenuto, nonostante le gesta incredibili.
La sua parabola ricorda una famosa citazione di Michel De Montaigne: “anche sul trono più alto del mondo si sta seduti sul proprio culo“, anche se in effetti, come ho detto, Sheeran non è l’apoteosi del poveraccio che diventa re, ma comunica comunque la disfatta dell’amoralità, del sacrificio del sentimento a beneficio del pratico.

In sostanza, è il fascino del simbolo a fare il fascino di The Irishman, non il film stesso, appesantito da uno svolgimento privo del movimento intellettuale, visivo e significativo con cui Scorsese ha sfornato un capolavoro dopo l’altro. Ed è sempre la simbologia filosofica, emotiva, che il maestro ha acquisito con maggior forza negli ultimi anni, a rappresentare la parte memorabile di The Irishman, a ricondurlo su una comunicazione vera, sentita ed emozionante.
Seguire un simbolo non è sempre sbagliato, è un istinto umano dei più imperscrutabili e significativi, che dà origine all’aggregazione, all’identità, alla rivoluzione e all’empatia: dobbiamo solo ricordarci che a volte si può toppare.

Enrico Zautzik

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