The Hateful Eight – Recensione

 In Cinema e Teatro

 

A volte ritornano, ma a volte si evolvono.

Tarantino sta facendo questo: una ricerca spasmodica di andare avanti, reinventarsi, scoprire, esplorare, per consegnare al pubblico qualcosa che sì abbia sempre il sapore del marchio di fabbrica, ma che non sia mai ripetitiva. Con la sua ultima creatura, The Hateful Eight, il regista pulp si impegna a non propinarci la stessa minestra condita in maniera leggermente diversa. Vuole innovarsi, pur cedendo alla tentazione di farsi aiutare dalla sua classica firma. Questo film è di Tarantino, ed è tarantiniano, ma esce completamente dagli schemi che siamo abituati ad aspettarci da lui.

the-hateful-eight-recensioneRiprende l’idea di strutturare la storia su vari personaggi (come già aveva fatto vedere in Jackie Brown, Pulp Fiction, Inglorious Bastards e Reservoir Dogs) ma, a parte questo, nulla, se non piccoli particolari come le sigarette RedApple, lega la trama di The Hateful Eight ai suoi precedenti (capo)lavori.

Chi lo pensa come un nuovo mattone sul filone di Django sbaglia di grosso: pur essendo ambientata solo 40 anni dopo, questa storia vede un contesto completamente diverso. Fa piuttosto parte di una tendenza più ampia, che il regista sta seguendo da qualche tempo ormai, iniziata con Inglorious Bastards, che ha l’intuizione di collocare una determinata vicenda in un preciso contesto storico che ne definisca i caratteri e funzioni anche come elemento di relazione per allusioni, spunti ideologici e caratterizzazione dei personaggi.

In questa nuova esperienza, Tarantino riesce nell’ardua impresa di creare una pellicola dai toni familiari che tuttavia sconvolge il suo classico metodo di fare film: mentre fino ad ora si era concentrato sull’azione, fissando maniacalmente la sua attenzione nel renderla artistica, questa volta si sofferma molto di più sulla psicologia e sull’attesa angosciante.the-hateful-eight-image-samuel-l-jackson

A fare da padrona in questo racconto ambientato nel 1898, in un’America brutale che si lecca le ferite dopo la guerra civile fra nordisti e sudisti, è la suspense. Il contorto intreccio dei vari, e caricaturali, personaggi che si ritrovano chiusi all’emporio di Minnie per ripararsi da una terribile bufera di neve. Tarantino, con abile maestria, riunisce una serie di stereotipi, che riassumono tutta la composizione sociale americana dell’epoca, e li chiude armati in un piccolo casotto di legno. Sono innumerevoli le allusioni ideologiche (sottolineate come sempre in modo popolare e brillante dai suoi dialoghi perfetti) al concetto di giustizia, alla guerra civile, al razzismo; più in generale alle complicazioni di un mondo che viveva in stretto legame con i pregiudizi, oltre i quali le persone avevano difficoltà ad andare. Più che un film d’azione a tinte splatter, The Hateful Eight ha la faccia di un thriller.

Il principio che salta subito all’occhio, e che costituisce il punto di forza della pellicola, è che non esiste un buono: ogni singolo personaggio è avvolto da un’aura di malvagità, di furbizia.

Lo snervante gioco delle parti va oltre quello che si era visto in Reservoir Dogs: in quell’occasione sapevamo ruoli e caratteri, veniva delineato un confine fra bontà e perversione, seguendo il quale tifavamo per il povero Tim Roth e inorridivamo di fronte allo spietato Madsen. Questa volta Tarantino mischia ogni elemento del totale in una nube confusa, spietata, che ci lascia incollati allo schermo per buona parte del film. L’attenzione danza su piccole frasi e gesti, su fantomatiche ipotesi che continuamente si formano e si distruggono nella nostra mente, accrescendo la fame di verità man mano che si va avanti.

Quello che è un meccanismo perfetto viene intaccato solo dal calante carisma di alcuni personaggi: come è ovvio pensare, essendo così tanti, c’è chi spicca e chi paga dazio. Si erge su tutti con un’interpretazione hateful-eight-01brillante l’unica dama della compagnia, Jennifer Jason Leigh, che si cala nei panni della sconsideratamente pazza Daisy Domergue. Si può dire tranquillamente che per una buona metà il film si regge completamente sulla sua figura che con follia inquietante sembra giocare con gli altri personaggi.

Ad un gioco che però esiste solo nella sua testa.

Trascinata a destra e a sinistra da un grande Kurt Russell che, come da programma, non delude.

Il personaggio di Samuel L. Jackson, seppur pieno di caratterizzazioni, inizia a far storcere un po’ il naso. Forse proprio perché carico di informazioni e di obbligata riverenza, sembra stridere con l’alone vago e misterioso che aleggia nello sgangherato emporio. Eppure è difficile dire che non sia un grande personaggio. Ma lo vedrete da soli. Quelli che mancano il colpo forse sono Madsen e Roth, il primo eccessivamente assente e quasi da ornamento, ed il secondo un ibrido non perfettamente riuscito delle recenti interpretazioni di Cristoph Waltz; pare infatti proprio di rivedere lui nella forma del personaggio Oswaldo Mobray, dovendo constatare però che lui non c’è e che forse questa logorroica e forbita ironia ha un po’ stancato.

Grande merito va invece a Bruce Dern e Walton Goggins (soprattutto al secondo) per calarsi in modo asciutto e realistico nella parte dei sudisti disillusi, ormai obbligati a vivere con l’amara consapevolezza della sconfitta ma decisi a non rinunciare ad un’altisonante considerazione del loro onore.

Un altro elemento che può essere considerato una pecca è l’eccessiva lunghezza (è il film più lungo di Tarantino) a cui il regista ci ha abituato ma che mal si concilia con questa tipologia di film. A pensarci dopo non c’è nessuna parte di cui si farebbe a meno (forse alcune andrebbero un po’ sveltite) ma allo stesso tempo le due ore e mezza piene non passano proprio senza colpo ferire.

In definitiva, Tarantino riesce bene nella sua nuova opera, evitando di essere autoreferenziale o scontato, e, senza perdere la sua mano, mette alla luce un grande film, esplorando un genere a cui non si era mai avvicinato, in modo diretto ed originale. Ci immerge in una nuova accozzaglia di bastardi assassini, ma stavolta non si prende la briga di dirigere il nostro entusiasmo ed il nostro fanatismo da una parte o da un’altra: cerca di confonderci fino alla fine dei giochi (che può non piacere a tutti) costringendoci ad un’assurda analisi di una stanza e di ogni suo occupante per capire a chi schizzerà per primo il cervello.

Perché in fondo, comprato il biglietto, sappiamo già che a qualcuno succederà.

Enrico Zautzik

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