The Handmaid’s Tale 2: il ritorno che tutti aspettavamo, che sia benedetto il frutto!

 In Serie Tv

Cari fan delle ancelle, abbiamo atteso un lungo e insostenibile anno per assaporare i nuovi episodi di The Handmaid’s Tale, serie che ha fatto la storia l’anno scorso diventando la prima produzione di uno streamer ad aggiudicarsi 2 Golden Globe e 8 Emmy (il premio più ambito, ndr), consacrando il servizio streaming online Hulu come degno rivale di Netflix.  La serie è tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood, ideata dallo scrittore e produttore americano Bruce Miller, già famoso per la serie sci-fi The 100, ed è disponibile sulla piattaforma Tim Vision a partire dal 26 aprile.

Per mesi su Internet, teaser trailer e immagini promozionali sulla seconda stagione circolavano sui maggiori siti di Tv series, e i fan potevano carpire pochissime informazioni sulla storia e su quello che c’era da aspettarsi.
E questo ha reso l’attesa ancora più difficile, in quanto come sappiamo, la prima stagione del Racconto dell’Ancella segue fedelmente la trama del romanzo della Atwood, mentre adesso con la seconda stagione, ci troviamo di fronte a qualcosa di nuovo, tutto da scoprire. Il romanzo della Atwood, infatti, non ha un seguito e finisce semplicemente con la fuga verso la libertà della nostra protagonista, Difred (interpretata dall’attrice Elizabeth Moss).

La prima stagione di The Handmaid’s Tale invece si era chiusa con la gravidanza di Difred/June (incinta dell’Occhio Nick, interpretato dall’attore Max Minghella) e il rifiuto delle ancelle di lapidare l’amica Janine per il suo tentato suicidio.
Ma zia Lydia non perdona, si sa. E i nuovi episodi si aprono subito con la sua punizione, ricordando al pubblico, con violenza e brutalità, che siamo a Gilead, e qui, non c’è speranza per nessuno. Infatti, Difred/June insieme alle altre ancelle, viene condotta al Fenway Park, lo storico stadio di baseball di Boston considerato nella società totalitaria di Gilead come un monumento nazionale. Le ancelle vengono raggruppate come animali da macello e guidate verso un imponente patibolo al centro del campo da gioco, e qui parte il pezzo di Kate Bush This Woman’s Work, confermando ancora una volta il connubio perfetto, presente nella serie, tra musiche e scene clou. La première ci mostra dapprima Difred/June rinchiusa in un furgone, verso una destinazione sconosciuta, chiedendosi se quello che l’aspetta è la dannazione o la libertà. La seconda meta, ovvero la libertà, è qualcosa che la donna assaporerà con tutte le ambigue conseguenze del caso. Prima però dovrà passare per un infernale tortura psicologica e anche fisica, che rappresenta uno dei momenti, visivamente ed emotivamente, più forti del primo episodio. E la libertà a Gilead, in questi nuovi episodi di The Handmaid’s Tale, assume ancora di più la dimensione di qualcosa di dolceamaro, di ambito ma pericoloso, di negato e di incontrollabile; questo concetto viene espresso egregiamente dalle parole di zia Lydia (l’attrice Ann Down, che conferma ancora una volta la sua maestria attoriale) che, ad un certo punto del primo episodio, dice “C’è più di un tipo di libertà, c’è la libertà di e la libertà da”, intendendo ovviamente che la seconda, ovvero quella libertà dell’accettazione e dell’obbedienza, è la strada giusta da seguire.
Il focus si allarga in questa seconda parte della storia di Difred. Sembra impossibile, ma c’è chi sta peggio delle ancelle. Sono le cosiddette “non donne”, donne poco fertili o troppo ribelli, condannate ai lavori forzati nelle Colonie, aree contaminate, dove la speranza di vita varia da sei mesi a due anni. Qui è stata mandata Diglen (interpretata dall’attrice Alexis Bledel, la Rory di Una mamma per amica per intenderci) e scopriremo di più sul suo passato grazie ai ricorrenti flashback. Anche il suo personaggio è cambiato, la sua natura sembra quasi più compassionevole, sottolineando come il sistema totalitario di Gilead possa mutare le anime anche di chi è fra i suoi più strenui oppositori. Altri flashback di Diglen, ci mostrano come lei, la moglie e il loro bambino avessero tentato di fuggire in Canada, terra promessa di libertà e resistenza, dove si trovano attualmente il marito di June, Luke, e la migliore amica Moira (interpretata dall’attrice Samira Wiley, vista precedentemente in Orange is the New Black),  prima di essere divise: in questo modo si amplia la ricostruzione dei vari ambiti in cui l’avvento di Gilead aveva sovvertito le libertà individuali, prendendosela non solo con le donne ma anche con gli omosessuali.

Nella première di The Handmaid’s Tale, quindi, i fatti narrati superano il romanzo dell’Atwood, con una scrittura e una sceneggiatura degni delle alte aspettative di un pubblico ormai abituato ad un livello di scrittura seriale superiore alla media. Un debutto, a mio parere brillante, che portava con sé il peso di una difficile sfida nell’universo seriale.

The Handmaid’s Tale è stata una serie di grande impatto lo scorso anno proprio per i temi trattati, e se nella prima stagione la tematica era basata sull’incertezza del proprio futuro, la seconda, invece, ci parla di ribellione e di resistenza. La gravidanza, la ragione stessa per cui June è stata tenuta prigioniera, abusata e schiavizzata, diventa infatti in questo caso un punto di forza ed un motivo di ribellione per la protagonista che trova in essa un’ulteriore spinta per la resistenza ora che nessuno può farle del male a causa del suo stato. La performance di Elizabeth Moss è impressionante, la sua voce monocorde esprime un atteggiamento di sufficienza, soprattutto adesso che è conscia del suo potere (è appunto “protetta” come dice zia Lydia in una scena), mentre i suoi silenzi e le sue espressioni, scandite da riprese quasi ossessive di ravvicinatissimi primi piani per poi balzare a campi lunghi che regalano esempi di una fotografia che esaspera colori e atmosfere, rappresentano una rabbia repressa, che sta lì per esplodere.

The Handmaid’s Tale si conferma perciò una delle produzioni più interessanti degli ultimi anni, una serie che ha il potere di catapultare il pubblico in un orrendo mondo distopico che strizza l’occhio alla nostra realtà, rendendola più spaventosa, disseminando piccole scene, quasi insignificanti, che ci permettono di riconoscere questo mondo come il nostro.

Una serie dolorosa, ma necessaria. Non ci resta che dire “Praised be, bitches.

 

 

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shosanna777

shosanna777

30 anni. Eterna ragazzina. Amante del cinema. Appassionata di letteratura inglese e di tutto quello che ha a che fare con la cultura anglosassone. Passione moderata per i libri e per i fumetti. Infine...insaziabile divoratrice di Serie Tv.
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