The End of The Fucking World di Charles Forsman, duecentootto dolorose pagine

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Il 5 gennaio mi sono ritrovata sul divano, arrotolata in un plaid insieme ad una tisana allo zenzero e Netflix pronta a dire addio alle feste natalizie con un glorioso binge-watching, mentre cercavo cosa guardare mi sono imbattuta in una serie che a prima vista sembrava la cosa più hipster e anni ’90 che avessi mai visto, ovvero “The end of the fucking world”. 8 puntante da venti minuti, circa tre ore di folle esaltazione seguite da depressione cosmica da fine serie. Insomma, tanta roba (di cui ci ha parlato qualche settimana fa qui Nanni Schiavo e su cui perciò non mi dilungherò).

Poiché non potevo accettare l’idea che tutto ciò fosse finito, ho iniziato a cercare informazioni nel deepweb scoprendo che all’origine della serie Netflix c’era l’omonimo fumetto di Charles Forsman tradotto in italiano da Valerio Stivè per 001 Edizioni e pubblicato ad ottobre 2017.

Ecco, neanche il tempo di apprendere la notizia che l’ordine su Amazon era già fatto. Tralascio l’ansia che ha seguito i due giorni di attesa per la spedizione e giungiamo al magico 8 gennaio, in cui affronto nell’ordine: rientro a lavoro post-feste, diluvio universale e ritardo della metro, il tutto di lunedì. Insomma entro in casa già pronta a maledire tutto l’universo quando nella cassetta della posta trovo lui, il motivo della prima (e probabilmente ultima) gioia di questo 2018, il pacco contenente il fumetto di TEOTFW.

Dopo questa doverosa premessa passiamo a dare qualche informazione sul volume e poi qualche parere estremamente emotivo e assolutamente non opinabile.

The End Of The Fucking World è stato pubblicato originariamente in mini-comics di 8 pagine, pubblicati tra settembre 2011 e febbraio 2013 da Oily Comics, in ognuno dei quali prende la parola a turno uno solo dei due personaggi, mostrando così in maniera alternata la visione di lui e la visione di lei. Il risultato sono duecentootto pagine così dannatamente coinvolgenti che il tempo di lettura è più o meno di trenta minuti (considerando quel paio di minuti che trascorri a fissare alcune pagine senza sapere se dover piangere, urlare o scomparire). Ogni pagina ha dalle 6 alle 9 vignette, tutto è rigorosamente in bianco e nero e i personaggi sono tratteggiati con uno stile cartoonesco tale che a volte ti sembra di star leggendo un episodio dei Peanuts scritto da Andrea Pazienza mentre stava guardando un episodio di Skins… non credo di aver reso bene l’idea, ma annuite.

I protagonisti della storia sono James, 17enne totalmente apatico e con problemi relazionali tali da autoconvincersi di essere un sociopatico destinato a diventare un serial killer, e Alyssa, sua coetanea, altrettanto folle e incapace di adattarsi alla società e allo squallore della imprecisata periferia americana in cui vivono. Entrambi covano il desiderio smodato di fuggire, lui da un padre rincretinito dalla televisione che lo sommerge di battute fuori luogo senza mai capire il suo disagio, lei da un patrigno che la molesta davanti a una madre che per quieto vivere finge di non vedere. I due si incontrano e in un attimo si riconoscono, sono due estranei eppure scatta subito un senso di appartenenza l’uno all’altro che li porta a fuggire insieme andando incontro ad un crescendo di disastri e di situazioni tragiche che non solo non riusciranno a farli separare ma che anzi non faranno altro che trasformare quel sentimento grezzo dell’inizio in un amore solido e adulto.

La narrazione, che già nella serie è veloce e scaltra, nel fumetto prende un ritmo serratissimo, perfetto specchio del viaggio on the road che i due compiono in un paesaggio che rimane sempre incredibilmente uguale. Forsman tratteggia gli scenari con poche linee scarne che talvolta rimpiazza con uno sfondo nero che serve a fermare la storia e a mostrare i pensieri dei protagonisti, a manifestare l’abisso che intercorre tra quello che dicono e quello che pensano.

Alyssa, che appare a James sempre spavalda e sicura di sé, dentro nasconde un pauroso vuoto esistenziale e un enorme bisogno di qualcuno che la ami, anche mentre urla in faccia a una cameriera di un fast-food, anche quando estorce del denaro a un vecchio che aveva tentato di molestare James e anche quando chiede al ragazzo di fare sesso con la stessa disinvoltura con cui si propone di andare al cinema; i pensieri di James invece servono a seguire la sua evoluzione, il suo viaggio interiore dall’apatia verso tutto e tutti alla scoperta di un sentimento, di un legame per cui vale la pena vivere e, se necessario, sacrificarsi. “Ho quasi 18 anni. E credo di aver capito cosa significa una persona per un’altra”, dirà sul finale lo stesso ragazzo che all’inizio progettava a mente fredda di uccidere qualcuno nel disperato tentativo di provare una qualche sorta di emozione.

Se la serie Netflix è disinibita, disturbante per certe scene, cool e superhipster per altre, insomma un ottimo prodotto televisivo che riesce a emozionare sì, ma senza dare eccessivi scossoni all’anima, il fumetto è doloroso, a tratti crudelissimo e brutale, ci sono vignette in cui Forsman con poche frasi e un disegno essenziale e grossolano riesce a far arrivare il freddo direttamente dentro, a turbare e a far venire voglia di chiudere tutto e piangere.

In queste duecentootto pagine c’è la sofferenza dell’alienazione, il disagio dell’esclusione, la brutalità dell’essere umano ma c’è anche la luce, la speranza, la bellezza dei sentimenti in un mare di schifo; il tutto però senza l’autocompiacimento, senza un volontario crogiolarsi in questa disperazione, ma anzi con un sotterraneo ed esplosivo bisogno di correre più veloce quanto più grande è il dolore. Mi vengono in mente le parole di Calvino in “Le città invisibili”: “Cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”, ma James e Alyssa, che quello che inferno non è l’hanno riconosciuto subito, sono troppo giovani per farlo durare, hanno troppa voglia di vivere e troppa rabbia sotto pelle che non arrivare alla fine di questo loro fottuto mondo autodistruggendosi.

Se la serie lascia uno spiraglio aperto, che di fatto porta alla 2° stagione, già confermata da Netflix, il graphic novel non lascia via di scampo e quello che rimane quando arrivi all’ultima pagina è uno squarcio dentro e l’incredulità che tutto questo dolore e questo senso di inadeguatezza sia stato causato da qualche disegno e da poche, brevi, frasi.

Quando ne ho parlato con una mia amica che aveva visto la serie e ne era entusiasta, mi ha detto “Mi incuriosisce il fumetto, vorrei leggerlo ma ho paura di farmi troppo male”.

Beh, il mio consiglio è proprio questo, fatevi male. Ne vale la pena, fidatevi.

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Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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