The boy – Recensione

 In Cinema e Teatro

Greta Evans scappa dal Montana e da un passato violento, e si rifugia in Inghilterra, dove trova lavoro presso la tenuta dei signori Heelshire. Dovrà fare da babysitter a Brahams, il loro figlio di otto anni, mentre i coniugi sono in vacanza.

La magione, isolata, cupa e aguzza, è un castello dalle mille stanze, con annessi e immancabili scricchiolii che vengono dalle pareti. Greta fa la conoscenza di Malcolm, addetto alla consegna della spesa, e degli Heelshire. Marito e moglie sono il ritratto dell’aristocrazia inglese, anziani, diffidenti, polverosi, e con un bizzarro vezzo, se lo si può chiamar così: sono convinti che il figlio Brahams sia un bambolotto di ceramica.

Stupita e inquietata, Greta cerca di adattarsi alle regole che gli Heelshire le impongono: svegliare la bambola-bambino, lavarla, vestirla, leggerle fiabe, farle ascoltare musica, nutrirla, darle il bacio della buonanotte.

Ma appena gli Heelshire partono, raccomandandosi di seguire in modo scrupoloso quelle regole, o il figlio si indispettirà, Greta smette con quella farsa e tratta Brahams per ciò che è: una bambola.

7762f04004d0363f_the-boy-BOY_356_DF-10912R_rgb.xxxlarge_2xManco a dirlo, da quel momento inizia l’incubo. Vestiti e gioielli che scompaiono, scarpe che riappaiono, incubi notturni e diurni, la bambola che si sposta e le parla, e ingelosita dal suo flirt con Malcolm la chiude in soffitta.

Greta scopre che gli Heelshire avevano davvero un figlio, morto vent’anni prima durante un incendio, e dunque quel bambolotto di ceramica dagli occhi vitrei altro non è che un simulacro che custodisce il suo spirito. Deliranti idee di possessione e reincarnazione, o la realtà è un’altra?

Cercare di far luce su questa vicenda allarga le tenebre intorno a lei.

È più forte di me: appena esce un horror, io ci provo. Devo vederlo. Ho fiducia nella natura ambigua dell’uomo, che tra tante terre esplorate, fuori e dentro di sé, ogni tanto si avventura alla riscoperta di un sentimento ancestrale: la paura.

A me la paura piace. Ma cercarla nel cinema sembra una vana speranza.

Il film di William Brent Bell, che ci riprova ancora con il genere horror (Stay Alive, L’altra faccia del diavoloLe metamorfosi del male) rispetta tutte le regole classiche: l’oggetto maledetto, la scenografia adeguatamente dark, gli effetti sonori piazzati al punto giusto, il finale a sorpresa. Un poco, va detto, sta migliorando. Ma i livelli non sono ancora brillanti.

A dargli uno spessore maggiore è la recitazione di Lauren Cohan (Maggie di The Walking Dead), anche lei ormai navigata nel genere, convincente nel ruolo che le hanno assegnato. 635801315724457488-320238K2b-TheBoy-PubStills-GirlInsomma, se la domanda inevitabile di un horror è: perché se ti accorgi che in quella casa c’è un fottuto demone non te ne scappi ora? Lei fornisce una spiegazione più o meno adeguata alla sua scelta di restare, e a fare da tata a una bambola maledetta. Non so se credo davvero a questa cosa che sto dicendo, o se sto solo cercando di spezzare una lancia in suo favore, perché per me Maggie è un figa. Comunque, è brava. Spiacevoli e folli anche i coniugi Heelshire, Jim Norton e Diane Hardcastle.

Un paio di volte si salta dalla sedia, l’atmosfera tenebrosa regala qualche palpito, i meno pavidi si copriranno gli occhi (per poi scoprire che non ce n’era bisogno) e per chi ama un twist degli eventi, The boy darà la soddisfazione del “non tutto è come sembra”. Anche se non tutto è spiegato, per quanto facilmente immaginabile, non tutto è convincente e non tutto è così originale. Ripeto, chi divora horror, questa sorpresa l’ha già vista in un film (per altro più meritevole, e meno conosciuto) di Pupi Avati. Non dirò quale, per non finire nel girone infernale degli spoileratori.

The boy ha insomma un potenziale che poteva essere sfruttato meglio, ma visto lo stagnante panorama del genere horror, finiamo per accontentarci. Gli appassionati usciranno dal cinema sapendo che presto The boy lo dimenticheranno. Mentre al contrario, chi non conosce bene il filone di bambole&pupazzi maledetti, riuscirà ad apprezzarlo di più. Da Living doll a Dolls, da La bambola assassina ad Annabelle e Amitvylle Dollhouse. E da non dimenticare l’inquietante cortometraggio animato Alma (https://www.youtube.com/watch?v=tECaYQ1AzkM).

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Insomma, le bambole sono una fonte evergreen di sensazioni perturbanti. Non a caso è stato dato un nome scientifico a questa angoscia piuttosto comune: pediofobia. È una paura ancestrale, legata al fatto che le bambole sono figure umane, ma prive di emozioni. Sono insomma oggetti cavi e vuoti, che possono essere riempiti. Magari con qualcosa di maligno.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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