Terminator Genisys – Recensione

 In Cinema e Teatro

Se il cinema americano dei nostri giorni fosse un film, probabilmente il suo titolo sarebbe “Re-Holly-boot, ritorno al passato”. Basta infatti dare uno sguardo alle uscite degli ultimi anni e a quelle che ci attendono per capire in che direzione stiamo andando: Star Wars, Star Trek, Indiana Jones, Jurassic Park, Ghostbusters, Blade Runner (e la lista continua). Questi sono i titoli più emblematici dei cult che rivedremo (o che abbiamo già rivisto) per la gioia/terrore degli appassionati. Che ci piaccia o meno, i prossimi anni saranno lastricati da reboot/sequel/prequel/spin off (senza neanche aprire il vaso di Pandora chiamato Marvel) che andranno a saccheggiare il cinema di genere anni 80/90. Proprio ieri mi sono trovato a discuterne con un mio amico che dubita fortemente della validità di questa operazione. Giustamente notava che molte volte questi “recuperi” si limitano ad un grigio riciclo pieno di “occhiatine citazioniste” (Ortolani docet) anacronistiche e disoneste rivolte esclusivamente alle schiere dei fan.

Per quanto parlare di sequel/prequel , come quello di Blade Runner, effettivamente non mi faccia dormire (per la preoccupazione) ho tentato di difendere certi tentativi di ripescaggio, credendo nella possibilità di recuperare l’immaginario di vecchi miti cinefili e di vederne sviluppare, in modo originale, tutte le potenzialità (vedi Mad Max). In questo senso la citazione e l’occhiolino diventano solo un modo per tranquillizzare la vecchia guardia  (o caro amico rimembri ancora le nostre reazioni-pianti e grida da adolescenti isteriche per il nuovo trailer di Star Wars?)

"Chewy we're home"

“Chewy we’re home”

Poi sono andato a vedere Terminator Genisys, sequel/reboot della storica saga creata da James Cameron.  

Credo di dovere una birra al mio amico.

Nel 2026 John Connor è ormai sul punto di distruggere Skynet, l’intelligenza artificiale che ha annientato la civiltà umana. La letale IA tuttavia spedisce nel 1984 un terminator per uccidere Sarah Connor. Per impedire ciò viene inviato nel passato anche il soldato Kyle con il compito di proteggere la futura madre del capo della resistenza. Troverà una Sarah Connor già a conoscenza del futuro e in compagnia di un vecchio terminator riprogrammato per difenderla dai suoi simili. Kyle e Sarah intraprenderanno così una folle corsa nel tempo per impedire che Skynet, camuffato da rivoluzionaria App, venga messo online.

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Regola appresa dalla visione di Terminator Genisys: pur non mutando gli addendi il risultato cambia eccome. Anche in questo quinto capitolo della saga gli ingredienti sono sempre gli stessi (un paio di Terminator ed un paio di Connor). I primi 30 minuti di film ripercorrono, da un’altra prospettiva, le vicende del primo storico capitolo di Cameron, per cercare poi di virare su una nuova linea narrativa. Attraverso continui spostamenti temporali Terminator Genisys cerca così di fare esattamente ciò che fece J.J.Abrams con Star Trek: far finta di tornare su passi ben noti solo per andare avanti. La sceneggiatura di Terminator Genisys distrugge tuttavia ogni buon proposito. L’androide “vecchio ma non obsoleto” interpretato ancora una volta dall’ex governatore Arnold Shwartzenegger, da spietata macchina da guerra è stato ridotto a papà americano, protettivo e geloso della sua Sarah, mentre John è stato trasformato in una via di mezzo tra l’agente Smith di Matrix e Marcus di Terminator Salvation. Inutile si è rivelato anche il tentativo di rileggere in chiave femminista il personaggio di Sarah Connor (molto più intrepida e combattiva nei primi due capitoli) interpretata da Emilia Clarke (unica regina di Westeros).

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A tutto ciò si aggiungono domande irrisolte (esempio: chi manda Shwartzi indietro nel tempo?), paradossi e situazioni al limite del parodico (involontario) rispetto ai quali i viaggi nel tempo sembrano quasi degli escamotage per non dare conto allo spettatore di tutti i tasselli mancanti (o brutalmente infilati nel puzzle). La sceneggiatura oscilla così incredibilmente tra didascalismo e oscurità credendo che l’aggiunta di un pizzico di ironia possa salvarne la credibilità. Gli omaggi alla vecchia saga (abbondantissimi) finiscono poi con il diventare una pericolosa gabbia dalla quale poter uscire solo a costo di grandissime forzature. Sembra quasi che gli autori abbiamo smontato un bel giocattolo “vecchio ma non obsoleto” per accorgersi, quando era ormai troppo tardi, di non saper assolutamente come rimontarlo. Un po’ come lo stesso Swartzi: un attore rattoppato tra CGI e plastica che può far sorridere nostalgicamente ma che certo non riesce più a coinvolgere il suo pubblico (per quanto si sforzi di essere meno “robotico” del solito). 

In due battute finali sembra potersi così cogliere un segreto messaggio di pentimento da parte degli sceneggiatori:

Puoi fare quello che vuoi” “E se non sapessi ciò che voglio fare?”

Mancavano delle risposte ma le avremmo trovate insieme”. Fine

Dopo 126 minuti di eventi al limite del sensato, sentire una battuta del genere sembra proprio una presa in giro. È come se oggi le ragioni di un singolo film debbano essere necessariamente ritrovate in due o tre sequel (se tutto va bene). Con la minaccia di una nuova trilogia Terminator si prepara così a sondare nuovi universi temporali. Speriamo che questi viaggi nel tempo e nello spazio (della saga ma anche del cinema odierno) ci conducano prima o poi in un mondo nel quale abbiano l’ultima parola le ragioni della narrazione e non quelle del marketing.

Altrimenti al mio amico dovrò ben più di una birra.

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Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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