Christophe André è un operatore della ONG Medici Senza Frontiere e la notte fra l’1 e il 2 luglio 1997 viene rapito da un gruppo di miliziani armati a Nazran, una città dell’Inguscezia piccola repubblica della Federazione Russa a ovest della Cecenia. André riesce a scappare dopo centounidici giorni di prigionia, Guy Delisle invece ci impiega quindici anni per elaborare questa storia, un tempo lunghissimo per raccontare del tempo senza fine di un sequestrato, dello scandire di giorni uguali e vuoti, difficili da far passare per l’ostaggio e da metter su vignetta per il fumettista.

“Fuggire”, in lingua originale “S’enfuir:Récit d’un otage”, tradotto da Giovanni Zucca ed edito da Rizzoli Lizard lo scorso marzo, racconta di una esperienza eccezionale ed è una storia d’eccezione per Delisle stesso, che si discosta per la prima volta dal genere autobiografico e reportargistico delle “Cronache di Gerusalemme” e “Pyongyang” – solo alcuni titoli che lo hanno reso celebre e fra i migliori fumettisti che fanno graphic journalism.

Questa rottura però dimostra la piena capacità del fumetto di rappresentare lo scorrere del tempo e l’esperienza soggettiva, perché la voce del protagonista, cioè quella di Christophe André, va a combaciare in ogni suo tono ed espressione con i disegni del fumettista. La tecnica di Delisle? Minimalismo puro: poche battute, personaggi privi di fisionomie dettagliate, colori opachi e bui, e numeri. Ci sono tutti e 111 giorni che Andrè ha passato in una stanza, sdraiato su un materasso e con una mano ammanettata al termosifone, senza vedere alcuna luce o riuscire ad interagire con qualcuno (i suoi rapitori non parlavano la sua lingua).

Cosa fa dunque un sequestrato in questa situazione? Conta, ossessivamente, le ore prima, i giorni poi, ipotizza quanti altri gliene toccheranno, combatte giornalmente contro la noia, la paura, l’irragionevolezza di cosa gli sia accaduto, l’impossibilità di comunicazione, la totale solitudine.

 

 

Il tratto impreciso di Delisle è perfetto per rappresentare l’incomprensibilità della vicenda e l’uso di due soli registri cromatici (uno per il giorno e uno per la notte) enfatizza l’atmosfera di turbamento interiore e disagio fisico, le frasi brevi e continuamente ripetute dal protagonista rimarcano il suo stato di alienazione dalla realtà, che talvolta, nei momenti di maggiore oscurità e quasi arrendevolezza, degenera in una totale assenza di parole dove il lettore si trova a osservare tavole da disegno.

Il tempo passa in tutta la sua lentezza ma la suspense aumenta e io mi ritrovo a sfogliare freneticamente le 400 pagine perché non sopporto più di vederlo in quella condizione, di sentirgli dire sempre le stesse cose, e spero che gli accada qualcosa quanto prima, ma qualsiasi cosa, purché lo liberi da quello stato.

L’esito della vicenda si conosce, André l’ha raccontata in prima persona a Delisle, ciò significa che ad un certo punto della prigionia è stato liberato, ma è il come che fa da calamita fra le mie mani e le pagine del libro, è la curiosità di scoprire se qualcuna delle sue deliranti, brillanti congetture accadrà per davvero, e soprattutto di sapere fino a che punto un essere umano è in grado di sopravvivere ad un trattamento disumano.

Naturalmente niente va come ci aspetteremmo, e il fatto che si tratti di una storia realmente accaduta è un valore aggiunto a questa lettura, perché gli imprevisti e la generosità gratuita delle persone superano di gran lunga il potere creativo di uno scrittore.

Questa graphic novel è una testimonianza del male e del bene, e della necessità di conoscerli entrambi per poter fare una scelta consapevole.

 

N.B.: Christophe André ha scelto: nonostante il rapimento, non ha rinunciato al suo impegno nelle attività umanitarie. Dopo sei mesi è partito nuovamente in missione con Medici Senza Frontiere, organizzazione con cui ha continuato a lavorare per altri diciotto anni.

 

Valutazione dell'autore
Giulia Mele

Giulia Mele

In un momento imprecisato di un giorno qualunque mi è capitato di innamorarmi follemente delle parole. Da Tucidide a Capote, faccio delle storie immaginarie e di quelle suoi giornali il mio pane quotidiano, alternando la lettura alla scrittura. Passerei la vita con lo zaino da viaggio in spalla, ma al momento vivo a Londra (e sì, ho la moka nella mia credenza).