Temples – Volcano – Recensione

 In Musica

Sono convinto che il 3 marzo 2017, i migliori vulcanologi del mondo, capaci di prevedere e monitorare anche i più piccoli scostamenti della crosta terrestre, si saranno piantati lì davanti ai loro macchinari in attesa di un qualche segnale proveniente dal Regno Unito, più precisamente da Kettering, Northamptonshire.
Purtroppo con grosso rammarico notiamo che più di eruzione, si è trattato poco più di uno sbuffetto. E sono altrettanto convinto che non ci sia bisogno di una laurea in sismologia per rendersi conto che purtroppo James, Adam, Thomas e Samuel non siano riusciti a mantenere le promesse fatte con il loro fantasmagorico debut album – Sun Structures – che per qualità e contenuti è stato decisamente di un altro livello. Avrete capito che parliamo di Volcano, secondo lavoro dei Temples, stravagante e psichedelico quartetto inglese che per impostazione e influenze, ha sempre avuto enorme consenso da parte dei musicofili. Questa volta però la storia è diversa. Il disco risulta incompleto, con la terribile sensazione che dalla sesta traccia in poi si perdano originalità e convinzione. Difficile aspettarsi questo risultato dopo che James Edward Bagshaw e co. soltanto 4 anni fa, sono stati capaci di rilasciare pezzi del calibro di Shelter Song e Sun Structures che senza dubbio ci hanno trasmesso energia, mista ad una forte ventata psichedelica.

la copertina dell'album

la copertina dell’album

Il nuovo album sembra avere voglia di confermare l’assonanza più che conclamata e pressoché condivisa della combriccola inglese con i Tame Impala – ascoltare I Want To Be Your Mirror e Born Into The Sunset per credere, sebbene sia un paragone estremamente pesante vista la dimensione che hanno raggiunto Kevin Parker e compagni nel panorama internazionale – ma contemporaneamente di smantellare la stessa assonanza, purtroppo per un’inconsistenza piuttosto evidente. Insomma, maledetto il giorno in cui James, il frontman della band, arrivò alle prove e disse “ragazzi sentite un po’ questi australiani! Fuori di testa!”.

Tornando a Volcano, sia chiaro, non parliamo di flop vero e proprio. I primi due singoli – Certainty e Strange Or Be Forgotten – saltano fuori non poco tempo fa e convincono anche i più critici che i Temples abbiano in forno cose gustosissime. Il primo è quasi come se – stilisticamente parlando – fosse una continuazione del primo album: motivetto orecchiabile e ritmato al punto giusto con le tipiche voci angeliche di Adam e Thomas in sottofondo; il secondo invece ben rappresenta la ricerca di una nuova direzione della band verso orizzonti più solenni, molto ben strutturato. Diciamo pure serenamente che come ending track fa la sua porca figura. Il problema è che questi due brani si rivelano essere le uniche gioie (insieme a Oh The Saviour e Roman God-Like Man, che non sfigurano affatto) di un disco di per sé un po’ sfilacciato. Si aggiunge alla lista dei pregi di quest’album In My Pocket che potrebbe essere paragonata a Pea di One Hot Minute: un pezzo che stona completamente dal resto dell’album come un pugno nell’occhio. Peccato però che il brano dei Red Hot fu geniale, mentre quello de i Temples assomiglia più a un tentativo di dimostrare versatilità a tutti i costi, quando l’avevano già ampiamente dimostrata nel primo album con Keep in The Dark.

Quindi il consiglio è di provare a far “campare di rendita” i Temples, un pò come quando a scuola si cominciava l’anno con una bella interrogazione da 7 – non so voi, ma a me non è mai capitato –  e il giovane e brillante professore chiudeva un occhio se alla volta successiva non eravamo preparati. È anche vero che il professore bastardo di turno c’è sempre. In tal caso: RIMANDATI A SETTEMBRE!

A voi la scelta!

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Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.
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