Tame Impala – Currents – Recensione

 In Musica

Cos’è che rende un artista veramente tale? Qual è il tratto distintivo che rende tutto più autentico, in grado di trasferire questi individui in un’altra dimensione? Sia chiaro, non parlo di urlare un vaffa durante un concerto o di tingersi i capelli di rosso o di tatuarsi “sex, drugs and rock ‘n’ roll” sulla fronte. Non parlo di atteggiamento fine a se stesso, bensì di vera e propria attitudine, inclinazione alla musica.
Si possono fare vari esempi e il primo che mi viene in mente riguarda (udite! udite!) Bob Marley. Ricordo che il mio primo RollingStone in assoluto, fu quello con il suo bel faccione sorridente in copertina e che, nello speciale dedicato, il giornalista continuava a sottolineare come riuscire a immortalare Bob Marley con gli occhi aperti durante un suo concerto, fosse un’impresa paragonabile alla cattura di un unicorno. Pare avesse costantemente gli occhi chiusi, come a dimostrare che stesse provando qualcosa di extrasensoriale, come se si stesse purificando da tutti i mali del mondo. Pura catarsi della sua anima insieme a tutte le anime che erano lì ad ascoltarlo.

La copertina del disco

La copertina del disco

Indubbiamente la cannabis avrà inciso non poco in questa storia degli occhi, ma io sono un romantico e mi piace pensare che la musica di Bob sia concentrata tutta in quegli occhi chiusi. E proprio seguendo questa linea di romanticismo arriviamo a Kevin Parker, frontman dei Tame Impala, che da quando è stato in grado di reggere una chitarra in mano, ha sempre suonato rigorosamente a piedi scalzi.
I Tame Impala sono esattamente questo: spilungoni australiani dalle folte chiome, che vedi esibirsi sul palco mentre accavallano i piedi nudi uno sull’altro a ritmo di musica, quasi con la timidezza di un bambino che cerca di dire alla sua compagna di banco: “mi piaci”. Una vera e propria dichiarazione d’amore. Quello naturale e genuino, riservato esclusivamente al loro pubblico. E fortuna che le nostre antilopi di Perth non hanno soltanto amore per i loro fan, ma anche e soprattutto buonissima musica. Dopo ormai 5 lunghi anni dai primi due album, Innerspeaker, (che riscosse un discreto successo arrivando “soltanto” 4° tra gli album più venduti in Australia) e Lonerism, (che invece in questa classifica nel 2012 arriverà 1°), entrambi pubblicati per la Modular Recordings arriva Currents, oggetto della recensione di oggi, prodotto e registrato in totale autonomia da Kevin Parker e, nonostante lo rilascino di Venerdì 17, noi non potevamo essere più contenti di così.

Una rock band hypno-groove dal continuo fluire psichedelico che enfatizza una melodia onirica”, così si autodefiniscono i Tame Impala, lasciando a bocca aperta chiunque per la sequenza di parole impegnative dal significato oscuro, che però portano in noi una consapevolezza (dopo l’ascolto) che quella loro definizione, qualcosa significhi eccome. Sono senza dubbio, insieme agli Arcade Fire, tra le band che più incuriosiscono. Viene una voglia matta di sentirli dal vivo. Psichedelia che richiama sonorità degli anni ’60, quando ancora si sperimentava, alla ricerca di nuove dimensioni musicali. Venendo dunque al nostro dovere, Currents ha avuto di fatto enorme successo molto tempo prima dell’uscita ufficiale, poiché già a partire da marzo, con l’uscita del primo singolo Let it happen, la gente del web ha fiutato qualcosa di interessante. Trattasi di un pezzo di oltre 7 minuti che non solo ha accontentato i più ingordi, ma dimostra di essere il vero biglietto da visita per l’album, in quanto a completezza e stile. Insomma, “che te lo dico a fare!?” direbbe Lefty!

Per non parlare degli altri 3 singoli usciti man mano: partendo da Disciples, semplicemente troppo carina (non c’è bisogno di aggiungere altro), passando per Eventually, pezzo un pochino più complesso al primo ascolto ma con una straordinaria capacità di stare lì, tosto e allo stesso tempo morbido, così come è morbida la voce del cantante. Fino ad arrivare a Cause I’m a man, ultima delle quattro mollichine lasciate dai Tame Impala per indicarci la direzione che prenderà il loro sound. Sinceramente questa canzone è entrata già di diritto tra i pezzi più belli di tutto l’album. Lenta al punto giusto, riesce a dipingere perfettamente l’essere umano di sesso maschile, quando ad esempio dice “not often proud of what I do”, sensazione piuttosto comune tra noi maschietti.

Fin qui, come dicevamo, grandi premesse, e ottimi riscontri da parte di tutti gli aficionados, ma anche dai meno ferrati sull’Indie-Psichedelìa. Ebbene, signori miei, il bello deve ancora venire.
Tralasciando le due mini tracce (Nangs e Gossip) che agiscono da sgrassatore per far passare meglio il suono nelle nostre orecchie, quando dico che il bello deve ancora venire mi riferisco principalmente a The Less I know the better e Love paranoia. La prima è fatta per far divertire, figlia secondo me dell’eccellente collaborazione avvenuta tra Kevin Parker e Mark Ronson in Uptown Funk. Un motivetto che colpisce immediatamente con un piglio pop e ci fa rimanere col sorrisetto sulle labbra come fosse l’ultimo giorno di scuola. La seconda, più complessa e, per veri intenditori. Ascoltando questa canzone, se chiudiamo gli occhi, ci ritroviamo improvvisamente sopra le nuvole e continuiamo a rimanerci aggrappandoci all’unica forza ingrado di attraversare tempo e spazio: l’amore.
Bellissima anche New Person, Same old mistakes, traccia che chiude degnamente il pacchetto. Toni più cupi e sinistri, quasi a volerci avvertire che l’album sta per finire e che dobbiamo al più presto fare doppio clic su Let it Happen e far ripartire tutto da capo.

In conclusione, con Currents ci troviamo di fronte ad un gran bel pezzo d’album, che passa con quasi il massimo dei voti. E non siamo soltanto noi a dirlo, ma tutto il mondo. È inutile nasconderlo: bisogna porre tutta la nostra attenzione su di una terra lontana, la terra dei canguri. L’Australia è ormai la vera fucina di artisti con la A maiuscola, che riescono a combinare nuove idee e tanta, tanta vecchia scuola. Sono davvero numerosi e sono tutti pronti a sbalordire, ma soprattutto siamo noi a non averne mai abbastanza di musica così buona. Del resto, lo stesso Kevin Parker ha risposto a un giornalista a proposito di quanta musica c’è ancora da scrivere nella sua testa. In maniera a dir poco geniale, risponde: “Una canzone non ha mai fine. Si ha sempre troppo poco tempo a disposizione”.

Enjoy!

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.
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