Il vero Taboo è farsi troppe domande su questa serie

La nuova serie tv ideata da Steven Knight, Tom Hardy (che ne è anche il principale interprete) ed il padre Chips Hardy, è davvero un affare sporco.
E non solo per l’atmosfera gotica e squallida che propone, ma proprio nella sua identità.

Appena trasmessa da Sky sul canale Atlantic, Taboo è una figlia poco educata, abbandonata a metà della costruzione dai suoi ideatori/genitori.
TabooLa questione principale è il suo stesso modo d’essere: tocca un po’ tutti i temi cari al pubblico moderno senza spingere sull’acceleratore in nessuna direzione definita. 
Un po’ crime, un po’ esoterica, molto cospiratrice a tinte cupe, all’inizio sembra prendere la strada di un thriller dark dalla veste inquietante. Troppo presto però perde la via maestra, rimpinzandosi di bocconi di ogni genere, indecisa su come darsi un corpo. Un’opera dal grande potenziale che inspiegabilmente si annulla su se stessa in un ibrido che lascia sempre la sensazione di non aver saputo osare. Eppure è ben fatta: regia, fotografia, costumi, atmosfera e dialoghi sono curati nei minimi dettagli, riproducendo una Londra di inizio ‘800 sporca e dannata, avvolta dalla nebbia tipica del suo clima e della grettezza dei suoi abitanti.
L’alone di mistero però non decolla mai: una trama troppo politica lascia sullo sfondo l’oscurità umana che denti sporchi e personaggi cattivi cercano di mettere in risalto; il risultato è un distacco emotivo dall’esoterismo folle che avvolge il protagonista e più in generale dal lato oscuro di cui la serie vuole circondarsi.

La parte surreale del protagonista, sospeso fra poteri magici e pazzia, viene piazzata a caso senza conciliarsi mai conTaboo il filo narrativo, che in realtà va tutto in un altra direzione. Mentre infatti Tom Hardy parla coi morti sui moli opachi di Londra, la trama rimane fortemente ancorata a faccende terrene; giochi politici di guerre e trattati, testamenti ed eredità, confondendo fortemente lo spettatore su cosa realmente porre la propria attenzione. La narrazione si snoda interamente su questioni umane da spy-story, rendendo veramente superflua ed incomprensibile l’aura di misticismo che circonda il protagonista James Delaney.
Lo stesso Hardy è frenato in un’interpretazione monocorde, cementata nell’espressione senza sorriso di James; un personaggio che dovrebbe essere senza morale, dannato, il quale però dà continuamente prova di lucida astuzia e buon senso.
Perno di un’orchestra pensata per girargli intorno, James rimane troppo piatto per affascinare davvero: è sempre pazzo ma mai troppo, arrabbiato e inseguito da fantasmi ma mai al punto di cedere o di mostrare una qualsivoglia forte emozione.
Ed è qui che si incarta la struttura: sulla freddezza troppo ricercata, di un protagonista esageratamente centrale, sul quale si è palesemente puntato tutto.
Pieno di ammirazione nei confronti di Tom Hardy, per me è stata una cocente delusione.

Taboo
James è indefinibile in senso negativo, circondato da leggende brutali e selvagge che non si rivelano mai nel suo incontro con gli altri, anzi: presentato come un nulla morale, si adopera per l’intera serie a dimostrare il contrario, scadendo nel facile cliché del cuore tenero piazzato sotto una faccia cattiva. Il visto e rivisto eroe/antieroe che alla fine dei conti finisce sempre per fare la cosa giusta. Tutto il mistero che lo avvolge viene smentito, puntata dopo puntata, dissolvendosi in un nulla di fatto. Velatamente (ma neanche tanto) ispirato al Conte di Montecristo, Delaney condivide con il personaggio di Dumas sfortune e passato, oltre alla stessa, apparentemente immotivata, ricchezza; eppure mentre il conte applica sistematicamente la sua vendetta, James al contrario non riesce a sfruttare la mitologica impressione che ha su chi lo circonda. Edmond Dantès fu tutto quello che James Delaney non sarà mai.
Tra l’altro sembra essere sfuggito in fase di montaggio che su 8 ore complessive di visione almeno 3 sono inquadrature di Hardy che cammina da qualche parte.

TabooTaboo è definitivamente condannata da un ritmo eccessivamente lento e discorsivo rispetto alla presentazione: si vive sempre in attesa di qualche svolta formidabile, che l’atmosfera magica suggerisce fortemente, ma che non arriva mai. Solo verso la fine almeno il ritmo, di una narrazione completamente avulsa dalle intenzioni, si riprende un po’, rendendo le ultime puntate decisamente più coinvolgenti delle altre. Un altro tarlo insoddisfatto è l’asse più convincente della trama, quello fra Delaney e la sorellastra: il loro amore incestuoso e misterioso trascina ben più degli intrighi di potere, ma anche ad esso non è concesso un finale appagante.

Il risultato è un’opera godibile ma senza troppe pretese; una macchina da corsa che si guida col freno a mano, nella quale scene ad effetto sono come meteore slegate in un cosmo confuso e poco delineato. Taboo piace, ma non convince. Rimane incastrata in un miscuglio di ottimi spunti che si affollano senza sviluppo, impedendo al tutto di avere una ragion d’essere e dei tratti ben definiti che rendano giustizia al buon lavoro tecnico.
Proprio come James, che non diventa mai il mostro che ci fa credere, Taboo in questo primo atto non riesce ad essere quello a cui aspira.

La speranza che diventi realmente qualcosa di originale risiede nel fatto che non lascia nessuna questione irrisolta: il finale chiude definitivamente lo spunto narrativo della prima stagione, imponendo alla seconda di rifondarsi daccapo, pregando per un risultato migliore.
Almeno di questo nessuno si dannerà.

Valutazione dell'autore

Enrico Zautzik

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