Sulla mia pelle, storia di una caduta dalle scale

 In Cinema e Teatro

Sono le 19 di un giovedì che può sembrare come tanti.
Esco dall’ufficio con la solita stanchezza e la testa piena di tutte le cose fatte e ancora da fare, delle grane quotidiane, delle faccende che dovevo sbrigare e che anche stavolta rimanderò a domani. L’aria è afosa, umidiccia, questo settembre è iniziato così e così finirà. Ho un appuntamento importante, una cosa a cui tengo e che aspetto da parecchio tempo, i miei amici stanno arrivando, anche loro sono in ansia come me.
Arrivo alla mia vecchia università e varco l’ingresso, leggo le scritte sui muri e gli striscioni per Lollo che non c’è più, le parole d’amore dei suoi amici, vedo la foto di Carlo Giuliano e accanto il breve racconto della sua morte, salgo le scale con esitazione, mi fermo.
Devo proprio andarci? Devo proprio farlo?” “Si devi”.
Sono le 19.30, l’aula è ancora semi-vuota, la gente arriverà di lì a poco e sarà tanta, più di quanta i ragazzi del collettivo Lettere Precarie si aspettava. Arrivano anche i miei amici, prendiamo posto, iniziamo ad essere un po’ agitati, forse anche loro hanno esitato salendo le scale, forse molte delle 150 persone qui dentro stavano per ripensarci ma alla fine tutti si saranno risposti il mio stesso “Sì devi”.
Sono le 20.30, dopo gli interventi di due persone, inizia la proiezione di Sulla mia pelle, il film di Alessandro Cremonini con Alessandro Borghi e Jasmine Trinchera prodotto da Netflix e Lucky Red, che ripercorre gli ultimi sette giorni della vita di Stefano Cucchi.


1 ora e 40 minuti, il tempo che occorre per raccontare l’assurdità, l’angoscia, l’abbandono che Stefano visse in quella settimana dell’ottobre del 2009.
Le luci si riaccendono, nessuno parla, si esce dall’aula a passi lenti, l’atmosfera è quella che si respira all’uscita dalla chiesa dopo un funerale (che poi non è tanto diverso da quello che si prova dopo aver visto Sulla mia pelle), c’è bisogno di una boccata d’aria e di qualche sigaretta fumata nervosamente per potersi riprendere.

La mia premessa è lunga lo so, forse inutile ai più, ma necessaria per me per parlarvi di questo film, e non vi aspettate una recensione, non immaginatevi una critica alle luci o alla fotografia, questo è uno sfogo che nasce dalla necessità di buttare fuori sentimenti e condividere.

Sulla mia pelle è uno squarcio innanzitutto nel velo di silenzio e omertà che fin dalle origini ha accompagnato questo caso giudiziario, è l’urgenza impellente, devastante di raccontare, di mostrare, di far aprire gli occhi su uno scempio che non è il primo ne l’ultimo ma che forse è uno dei più famosi. Famoso perché la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, lotta da 9 anni perché sia fatta giustizia per suo fratello, entrato in cella una sera per detenzione di sostanze stupefacenti e trasferito una settimana dopo all’obitorio.
Chi era Stefano? Cremonini ce ne disegna un’immagine reale, lontana da idealizzazioni postume e mistificatorie: è un ragazzo di 31 anni, lavora come geometra, fa pugilato e va in chiesa, ma è anche un ex tossicodipendente, che per 15 anni ha fatto avanti e dietro dalle comunità di recupero, con precedenti per piccoli reati, e che ancora fuma hashish e usa cocaina. Non è un santo Stefano, ma non per questo merita di morire.

Sulla mia pelle inizia lì dove tutto finisce, con un infermiere che chiama Stefano nella stanza della clinica penitenziaria dove stava e lo trova morto, di lì salta a sette giorni prima quando questo incubo è iniziato.
Il fermo, la perquisizione, i 20 grammi di hashish che i carabinieri gli trovano addosso, il trasferimento in caserma, Stefano entra senza graffio ma qualche ora dopo un medico gli referterà 25 giorni di prognosi vedendo i lividi che ha sul volto e sulla schiena. Lividi che non notano il giudice e il pm il giorno dopo in tribunale quando lo condannano a un mese di reclusione in attesa del processo per spaccio, li nota il padre però, che l’aveva visto anche la sera prima insieme ai carabinieri e senza segni di percosse.
Poi ci sono i dolori fortissimi alla schiena, l’impossibilità ad urinare, la perdita di peso, tutto in pochi giorni, tutto lì sotto gli occhi attoniti e gonfi di lacrime degli spettatori che non possono fare altro che guardare senza muovere un dito proprio come fanno nel film le persone che Stefano incontra in quei giorni mentre passa dal carcere alla clinica penitenziaria.
Ai genitori sarà impedito di andarlo a trovare, per via di scartoffie compilate male e di procedure amministrative lunghe. Loro non demordono, vanno per tentativi, hanno fretta ma sanno che c’è tempo, non immaginano neanche che quel figlio lo rivedranno steso su una barella della camera mortuaria, col volto tumefatto e decine di chili in meno.Sulla mia pelle non è un film sulla violenza, è un film sull’abbandono: lo Stato abbandona Stefano e Stefano abbandona se stesso, si lascia andare, non accetta le cure mediche, non denuncia quello che gli è successo, lo confessa a poche persone (che comunque non lo aiutano) che a conciarlo così sono stati i carabinieri, ma a tutti dirà che è caduto dalle scale.

Quando smetterete di farvi male sulle scale?” chiede schernendolo un secondino, “Quando le scale smetteranno di menarce!” risponde lui.

L’incredulità, il dolore, lo sdegno si accompagnano per tutta la visione di Sulla mia pelle a un paradosso: tutti in sala sanno come andrà a finire la vicenda, ma tutti sperano sempre che qualcosa cambi all’improvviso, che il medico, l’infermiere, il carabiniere, l’avvocato che insomma qualcuno salvi Stefano da quella morte infame e immeritata, o quanto meno che lui parli, che urli la sua verità, che accetti le cure mediche. Ma tutto questo non accade e il finale è quello tristemente noto.
Vorrei potervi parlare di Alessandro Borghi e della sua magistrale interpretazione, del coraggio ad accettare questo ruolo e della determinazione con cui ha sostenuto un progetto ostacolato da molti, ma Borghi in scena non c’è, quello che si vede sullo schermo è Stefano, con il suo dolore, la sua angoscia, i suoi sensi di colpa; con quell’aria avvilita ma comunque fiera. E la Trinchera? Ho sentito gente stupirsi nel sapere che quella era un’attrice e non veramente Ilaria Cucchi.
Non c’è molto altro da aggiungere se non un incitamento a vedere il film, su Netflix, al cinema, negli spazi occupati, nei centri sociali, ovunque ma guardatelo, parlatene tra di voi, raccontatelo agli altri, perché la verità merita di camminare a testa alta nella luce e non di essere lasciata a marcire in un angolo buio.

 

 

Nike Del Quercio

Nike Del Quercio

Se dovesse essere descritta con tre frasi, queste potrebbero essere: non riesce mai a stare ferma e appena può salta su un aereo; viaggia sempre con un libro in borsa, tipo copertina di Linus; parla tanto, a volte troppo, ma ogni tanto dice anche cose intelligenti.
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