“Sounds are inexplicable”: Lou Reed

 In Musica

La prima volta nella mia vita in cui ho ascoltato la voce calda e roca di Lou Reed avevo appena 14 anni.

“Just a perfect day” è una di quelle canzoni che ti cambia la vita.

Oh it’s such a perfect day, I’m glad I’ve spend it with you.

Da quel momento in poi ho ascoltato la sua discografia decine e decine di volte, muovendomi tra gli album da bambina capricciosa, senza voler mai provare la stessa sensazione, lo stesso sound in ogni brano, come se attraverso la sua musica potessi scoprire il mondo. Lou Reed non mi ha mai deluso. Un camaleonte impazzito per tutto il corso della sua vita, ha espresso emozioni diverse, soprattutto quelle scomode, attraverso una musica sempre nuova, calibrata sulle sue esperienze, solo per se stesso, e quindi anche per me.
What is sound? Sound is more than just noise and ordered sound is music… My life is music”.
“Cos’è un suono? Un suono è più di un semplice rumore e suoni in ordine sono musica… La mia vita è musica”.

E lo è stata perfino nel momento in cui fare musica significava mettere alla prova se stesso e l’America con il suo album sperimentale Metal Machine Music (1975), disco che più di ogni altro ha espresso la foga creativa di Reed, scatenando innumerevoli polemiche, a cui in risposta dichiarava: “Non chiederò scusa a nessuno per Metal Machine Music, e non penso che bisognerebbe mettere nessuna avvertenza sulla copertina. Solo perché qualche ragazzino ha tirato fuori 7,98 dollari per averlo – non mi importa se ne ha pagati 59, 98 o 75 – dovrebbero essermi grati per aver pubblicato quella cazzo di roba, e se non gli piace possono mangiare merda di topo. Io faccio dischi per me stesso”.

Un provocatore? Forse. Tanto da sfidare il suo pubblico così: “.. Chiunque si spinga ad ascoltare la quarta facciata di Metal Machine è più scemo di me”.
http://www.youtube.com/watch?v=3-Vy4VRRO30

Le persone, adesso che è morto, parlano di Lou Reed e fanno a gara tra Twitter e Facebook a chi si dimostra più triste e solidale. Ma Lou non è mai stato un personaggio comodo o simpatico a tutti. Una persona che dice sempre quello che pensa, che testa quotidianamente il limite di tutti quelli intorno a se’, non può esserlo. Lou Reed è un sopravvissuto. Non alla morte, ma alla vita. Heroin è una parte della sua storia, che molti, allora come oggi, sentono come un inno alla droga; a tal proposito Lou dirà:
Ho scritto pezzi come Heroin per esorcizzare l’oscurità, l’elemento autodistruttivo dentro di me, e speravo che la gente li interpretasse allo stesso modo. Ma ho visto come reagivano, è stato irritante. Perché la gente veniva da me dicendo che si faceva di iniezioni ascoltando Heroin, cose del genere. E per un po’ ho pensato che le mie canzoni abbiano oggettivamente contribuito a rendere popolari queste dipendenze e a portare i ragazzi a ciò che sono oggi. Ora non lo penso più. Era una cosa tropo brutta da pensare”.

http://www.youtube.com/watch?v=ffr0opfm6I4
Non ho mai avuto giovani che strillavano ai miei concerti. I ragazzi strillano per David (Bowie ndr.), non per me. A me tirano le siringhe sul palco.”

You do what you love, or you get arrested”. Così ha sentenziato nella sua ultima intervista, lo scorso 21 settembre, quando gli hanno chiesto cosa significasse fare musica per lui. Continua raccontando della prima volta in cui ha imbracciato una chitarra, a 9 anni. A quel punto la domanda sorge spontanea, la chitarra è un regalo del padre? “mio padre non mi ha mai dato un c****” ci tiene subito a chiarire.

Sounds are inexplicable. I’m very emotional affected by sounds. A sound for me is like a dress for you”.
“Il suono è inspiegabile. Subisco molto l’influenza emotiva dei suoni. Un suono per me è come un vestito per te”.

Tra tutte le cose che sono state scritte e dette in questo mese, ho scelto di riportarvi questa piccola parte dell’editoriale scritto dalla meravigliosa Laurie Anderson, moglie, amante, amica e compagna di Lou Reed, che ha voluto ricordarlo e condividere il suo ricordo con noi, sul numero dello speciale di Rolling Stones USA sull’ex cantante dei Velvet Underground.

It was spring in 2008 when I was walking down a road in California feeling sorry for myself and talking on my cell with Lou. “There are so many things I’ve never done that I wanted to do,” I said.
“Like what?”
“You know, I never learned German, I never studied physics, I never got married.”
“Why don’t we get married?” he asked. “I’ll meet you halfway. I’ll come to Colorado. How about tomorrow?”
“Um – don’t you think tomorrow is too soon?”
“No, I don’t.”–
– Era la primavera del 2008, mentre camminavo per una strada in California, sentendomi uno schifo e parlando al cellulare con Lou, gli ho detto “Ci sono molte cose che non ho mai fatto che avrei voluto fare”
“Tipo?”
“Lo sai, non ho mai imparato il tedesco, non ho mai studiato fisica, non mi sono mai sposata..”
“Perché non ci sposiamo?” mi chiese “Ci vediamo a metà strada. Vengo in Colorado. Che ne dici di domani?”
“Uhm.. non pensi che domani sia un po’ troppo presto?”
“no, non credo.” –

Vi lascio con questo capolavoro, una ballata che parla di amore, una delle più dolci canzoni scritte da Reed, tratta dall’omonimo disco dei Velvet Underground (1969).

Link: http://www.rollingstonemagazine.it/musica/news-musica/lou-reed-guarda-lultima-intervista/

Alessandra Passaretti

Alessandra Passaretti

Nata a Napoli nel 1992, vive a Milano da quando ne aveva 18. Laureata in Lettere Moderne - Editoria, si è iscritta ad una specialistica in Arte Contemporanea.
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