Somewhere between: una serie finita, da tutti i punti di vista

 In Serie Tv

Il catalogo Netflix è in continuo aggiornamento: mette in scadenza serie tv che magari non hai ancora avuto modo di vedere o finire e al contempo si arricchisce di novità, non sempre originali e di ultima produzione.

Riprende e ripesca titoli degli scorsi anni, serie cult e di grande successo di cui fare un rewatch diventa irrinunciabile, prodotti di nicchia e d’autore da scoprire o anche intere stagioni di episodi sotto tono o con poco audience.

È questo il caso di Somewhere Between, una serie tv di genere drammatico e provenienza statunitense. Remake della produzione sudcoreana God’s gift: 14 days, è un agglomerato di tematiche e intrecci già visti che si susseguono e sovrappongono. Si parte dal rapimento di una bambina come avvertimento politico a genitori importanti, sulla scia dell’ormai dimenticata Crisis (serie drammatica della NBC del 2014); si prosegue con la chance surreale di tornare indietro nel tempo per tentare con difficoltà di cambiare gli eventi, leitmotiv ormai abusato, di cui l’ultimo esempio è 22.11.63 (la miniserie del 2016 basata sul romanzo di Stephen King); si giunge poi alla corruzione del governo, della polizia e della magistratura, trattata con una superficialità sconfortante.

Considerata la banalità della sceneggiatura, la prova degli attori protagonisti (Paula Patton e Devon Sawa) è nella media, spicca solo la spontaneità, la solarità e lo sguardo perspicace della piccola Serena (Aria Birch), coinvolta ingiustamente in un vortice di minacce e vendetta.

Dopo il pilot, per lo più esplicativo e basilare, gli episodi successivi acquistano maggior ritmo e lasciano meno scettici. Colpi di scena, inseguimenti e cambi di rotta a sorpresa puntano sulla suspence, al punto che l’unica spinta a continuare e magari finire la serie è data dalla classica e rassegnata curiosità del “vediamo come va a finire”.  Il resto, invece, lascia a desiderare: il ventaglio di direzioni e aspetti su cui puntare è ampio e ben aperto, ma alla fine dopo aver imboccato tutte le strade non se ne percorre neanche una fino in fondo.
Il meccanismo del loop temporale teso al salvataggio della bambina viene usato come scintilla iniziale, per poi rimanere lì senza spiegazioni o conseguenze. Si tratta infatti dell’unica traccia del genere fantascientifico, poi completamente abbandonato. Le spiegazioni politico-poliziesche vengono usate come ancora di salvataggio per evitare il naufragio nel no sense. Le vicende che camminano parallele all’episodio non vengono ben strutturate e portano a creare un intreccio flebile e a lasciare appesi alcuni spunti interessanti. Anche le relazioni interpersonali sono tutte a rischio e anche le più forti si scoprono assurdamente costruite su menzogne, tradimenti e fiducia malriposta.

Se a tutto questo si aggiunge un’audience piuttosto bassa durante la prima messa in onda, avvenuta poco più di un anno fa, risulta cristallina la scelta dell’Abc di cancellare la serie dopo solo la prima stagione.
Stavolta Netflix ha quindi deciso di puntare su un serie le cui sorti sono state decise da tempo, una produzione che ha forti limiti e che, anche se alla fine ci arrivi, lo fai per la sola curiosità superficiale della trama.
Con Somewhere between allora il catalogo si arricchisce sì ma solo in termini quantificativi, non per contenuti, genere, qualità ed originalità.

Monica Viscido

Monica Viscido

Laureata in lettere moderne, ora studia filologia moderna. Adora leggere, guardare film e serie tv. Lotta quotidianamente contro la pigrizia e si mette sempre in discussione. Odia parlare di sé e stare al centro dell'attenzione, quindi in questo momento non si trova esattamente a proprio agio.
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