Sicario – Recensione

 In Cinema e Teatro

Durante l’ennesima operazione di recupero ostaggi, l’agente FBI Kate si ritrova in un mattatoio dei narcos messicani. Sconvolta dall’orrore, accetta senza esitazioni di entrare nella squadra speciale impegnata nella lotta al Cartello. Di fronte ai brutali metodi usati, al di là di ogni confine della legge, Kate dovrà forse mettere in dubbio tutto ciò che conosce sulla giustizia e il bene.

Abbandonate ogni certezza voi che entrate in un film del regista Denis Villeneuve. Con il suo Prisoners (2013) era riuscito, come non si vedeva da tempo, a rendere l’ingannevole concetto di verità: la verità può sembrare lampante e chiara, può invitare al suo inseguimento e alla sua difesa, mostrandosi a portata di mano, solo per mostrare la sua natura labirintica, ingannatrice, intrappolando e trasformando in minotauri anche i più giusti. Un’idea che torna in Sicario. Questa volta, tuttavia, tocca anche al concetto di giustizia.

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Il termine Sicario fu coniato per indicare gli Zeloti, coloro che nella provincia della Giudea davano la caccia ai Romani, invasori delle loro terre. Con questa spiegazione inizia il film, mostrandoci sin dalle sue prime immagini il sottilissimo valico che separa la superficie del male dal suo vero cuore: un narcos, apparentemente “pulito”, spara accidentalmente ad una parete, mostrando una moltitudine di cadaveri nascosti nell’intercapedine.

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Di valichi è fatto questo film che, non per caso, ha come protagonista un’agente che di mestiere “sfonda porte” ben consapevole tuttavia di essere, letteralmente, dalla parte del giusto. Spinta da questo desiderio di fare giustizia, Kate accetta l’incarico offertole. Alle sue domande insistenti sul motivo per il quale è stata richiesta, riceve sempre una risposta “perché lei guardi” sebbene, si sottolinea (parafrasando) che vedrà cose che i suoi “occhi americani” non potranno capire. Così accade: vede cose sempre più terribili e difficilmente inquadrabili nello spettro della giustizia. Kate con i suoi occhi apparentemente innocenti vede un’America da film Western, di feroci pistoleri pronti a estrarre la pistola e a sguinzagliare le peggiori belve contro i propri nemici: un mondo di selvaggia frontiera. Gli occhi di Kate sono anche i nostri e in un primo momento, di fronte agli efferati massacri dei narcotrafficanti in Messico (una sorta di pianeta alieno) siamo portati a tracciare anche noi linee chiare di demarcazione tra mondi giusti e corrotti. I valichi e i ruoli da essi definiti, diventano tuttavia irriconoscibili all’ombra del mostruoso muro che separa gli Stati Uniti dal Messico. E’ lungo il muro che si gioca l’intero film. I protagonisti lo attraversano in tutti i modi, ma ad ogni passaggio qualcosa della loro umanità resta indietro fino a mostrare, nel buio di un tunnel clandestino (una vera tana), la loro vera natura bestiale.

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Kate alla fine di questo viaggio si troverà ad essere esattamente l’opposto della protagonista di Zero Dark Thirty (film della Bigelow sulla caccia e l’uccisione di Bin Laden): entrambe sembrano vergini guerriere consacrate alla lotta del male ma solo Kate finisce con il vedere il proprio senso della giustizia sgretolarsi amaramente alla luce del sole.

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La qualità maggiore di Sicario è data dalla regia di Denis Villeneuve. Troppe volte vediamo la regia ridotta ad un mero collante di avvenimenti presi da sceneggiature non sempre felici, quasi un compitino da direttore d’orchestra delegato. Villeneuve, al contrario, con uno sguardo asciutto, privo di retorica ma non di bellezza fa dello strumento registico un ulteriore livello di significato. Lui non deve dirci didascalicamente “L’America ha creato i suoi mostri sanguinari che devono essere ora estirpati con altri mostri”; Gli basta mostrarci, con una ripresa aerea, l’inquietante cordone di un muro nel deserto, accompagnato da una colonna sonora che sembra il battito di una bestia in agguato, per poi far parlare uno dei valorosi cowboy della paura che quel muro, inutilmente, tenta di reprimere.

Chi sono dunque i veri Sicari?

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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