SIA – This is Acting – Recensione

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A meno di due anni dall’album che l’ha consacrata come nuova regina del pop internazionale da classifica, l’australiana Sia Furler rilascia il suo settimo album: “This is Acting”; il quale, fin dal titolo, esplicita, se ancora ce ne fosse bisogno, la natura camaleontica e poliedrica della cantautrice.

E proprio il titolo dell’album racchiude in se quello che è il più grande pregio ma anche il peggior difetto della nuova avventura discografica della Furler: “This is acting” è, appunto, un lavoro recitativo, un elogio alle incredibili capacità interpretative e alle acrobazie vocali di Sia; ma come tale un puro esercizio di stile, privo di sferzate creative o di guizzi stilistici particolari. L’album nasce dall’esigenza discografica di cavalcare l’onda del neo-fenomeno Sia, che, dopo anni vissuti nel sottobosco alt-pop, pubblicando album ispirati e sinceri e un’attività di song-writing per terzi intensa e prolifica, opta per il lancio mainstream della ormai non più adolescente cantautrice oceanica.

la copertina del disco

la copertina del disco

Il restyling di Sia inizia 3-4 anni fa con un paio di featuring con David Guetta che le garantiscono esposizione radiofonica pressoché globale, e, a seguire la rapida crescita dell’hype nel mondo del pop mainstream nei confronti di questa voce così particolare e intensa.
Le astute menti della RCA in continuo fermento creativo escogitano una linea stilistica geniale: copriamole il volto con una parrucca a caschetto, coreografiamo le sue performances con balletti surreali e melodrammatici e scenografie da arte moderna minimal.
È timida, lei viene dal pop alternativo, non vuol dare fastidio a nessuno, ma si è ritrovata una manciata di potenziali smash-hits rifiutate da Rihanna e Beyoncè. Che facciamo, una possibilità gliela diamo? Il gioco è fatto. L’album vende bene e così pure i singoli. Sia è nello stardom del pop.

Ora però, a 2 anni di distanza bisogna far uscire qualcosa di nuovo, e “This is acting” è bell’e pronto a invadere i digital retailers mondiali. L’ascolto però, questa volta non entusiasma, ma anzi, lascia l’amaro in bocca. Il nuovo album è un lavoro fiacco e poco ispirato, totalmente manchevole dell’effetto novità-freschezza che permeava “1000 Forms of Fear”.

L’album è una collezione di potenziali singoli, uno dopo l’altro, tutti orecchiabili, tutti in crescendo, quali più melodici ( “Alive” e “Bird Set Free” scritti per Adele) quali più ritmati ed electro-pop (“Reaper” probabilmente scartato da Beyoncè e “Cheap Thrills” forse da Rihanna).
Tutto è curato nei minimi dettagli, la produzione è ottima, la voce è una garanzia, l’alternanza tra brani più o meno lenti è orchestrata armonicamente. Tutto da manuale.
Tutto così preciso, senza sbavature, asettico e spersonalizzato che dopo 4 canzoni la voglia di ascoltare un pezzo dei Sigur Ros di 9 minuti e mezzo, con armonie distorte, falsetto stonato e paesaggi sonori inaspettati è dilagante.

Per carità, un brano come “Move Your Body” è una bomba dance-pop micidiale. Shakira deve aver avuto una giornata decisamente no per farsi scappare un pezzo del genere, che sicuramente sarà rilasciato come singolo nel prossimo futuro. Ciò non toglie, però, che questo è un pezzo scritto e pensato per Shakira. Così come “Alive” e “One Million Bullets” sono pura Adele e che, nonostante tutta la buona volontà, la produzione attenta, il sound effettato, il risultato è anonimo e insipidamente artificioso.
La sensazione predominante che si ha ascoltando questo lavoro è quella di plasticità: sembra di trovarsi di fronte a una compilation di successi estivi, una Hit Mania Dance piena zeppa di ritornelli canticchiabili, canzoni raggruppate insieme senza soluzione di continuità e testi dal livello per lo più imbarazzante.

Peccato, Sia potrebbe essere una grande risorsa per il pop contemporaneo, un elemento destabilizzante e disturbante, l’eroina anti-Adele, purtroppo, però, ha sprecato quest’occasione. Buona la prossima?

Giovanni Petitti

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