Serenity, in un certo senso…

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Impossibile scrivere di Serenity una recensione comune.
Non è possibile prendere seriamente un film che sembra un gigantesco troll cinematografico, un’idiozia così svogliata, abbozzata, no-sense e fatta male.
Perciò, ho deciso di riempire questo articolo di SPOILER per far rendere conto a chi legge a cosa sta andando incontro, oppure, per chi lo ha visto, per riflettere sull’errore commesso.

Praticamente Serenity è una infatuazione adolescenziale per Matthew McConaughey, nella quale si adottano tutti gli escamotage parodistici anni ’90 per far vedere i suoi muscoli: magliette bagnate, immotivate soste sotto la pioggia battente, frequenti bagni a mare (il nostro Matthew è un burbero pescatore), primi piani sofferti senza sofferenza, e via discorrendo.
Anche il suo culetto è protagonista del film, visto che l’attenzione della camera ci indugia quattro-cinque volte almeno. Insomma, McConaughey è un pescatore alle prese coi suoi sguardi truci e con un famigerato pesce enorme (non c’è nessun doppio senso) a cui dà la caccia; senza sapere nemmeno bene il perché, il film non si preoccupa di dare spiegazioni in merito, ne è totalmente ossessionato. Tratta tutti di merda, in primis il suo secondo di colore, strizzando l’occhio al razzismo sottotraccia che piace tanto in America perché non dice ne**o. Buttato questo personaggio a casaccio, stronzo senza ragione ed insopportabile dopo pochi minuti, la narrazione cerca di insospettirci facendo arrivare sull’isola sperduta quanto caraibica, dove Matthew vive, la sua ex moglie, la splendida Anne Hathaway.
Ex moglie che de botto, senza senso, gli chiede di uccidere l’attuale marito (lui stronzo cattivo, non stronzo buono come il nostro eroe).

Se già questa pastrocchia pluri-prescritta non fosse abbastanza, Serenity ha nella manica, nascosta, un’altra carta: il paranormale. Proprio quando la storia sembra aver preso un’avviata sensata, a sorpresa si parla di una misteriosa connessione fra Matthew ed il figlio, avuto con la Hathaway, che si sentono parlare l’uno con l’altro nella testa e fanno gli stessi insensati gesti, tipo spalmare chiazze d’acqua sui tavoli con le mani.
Quindi la Hathaway la butta sulla pietà, dicendo a Matthew che se non vuole farlo per soldi o per lei almeno lo facesse per il figlio, non risparmiato dall’ira violenta del nuovo stronzo marito.
A Matthew non sembra fregare un cazzo, ma in realtà gli frega.

Piano piano si fa strada nel nostro eroe, dai muscoli spaccati e il culetto da fuori, la convinzione che questo errore è giusto, secondo la logica hollywoodiana del male per il bene che ha tanto funzionato per la loro produzione. Non vogliono proprio smetterla di fare ragionamenti da terza elementare, nemmeno nel 2019. Allora decide che sì, lo farà, ma non prima di scoprire, attenzione attenzione, da un tipetto che viene inquadrato insistentemente dall’inizio del film e che lo sta cercando, che in realtà questa isola non esiste (non glielo dice chiaramente, ma lo fa capire), ma è solo un progetto virtuale di suo figlio. Perché in realtà Matthew è morto in Iraq (e te pareva che non c’entrava l’Iraq), e questo costrutto è solo un videogioco che non si sa perché assorbe il mix di speranze, desideri perversi, ricordi e pensieri di sto ragazzino. Se pensate che stia scherzando, andate a regalare i soldi per questa cagata e scopritelo con i vostri occhi.

Quindi la trama cerca di infittirsi su questa stronzata del videogioco, in realtà contorcendosi del tutto e buttando alle ortiche quel poco di buono che si poteva trarre da questa baraonda sentimentale. Il personaggio di McConaughey non subisce variazioni emotive da tutte queste scoperte, ma con quella spocchia imperterrita che ormai gli hanno cucito addosso da True Detective, continua ad essere sempre lo stesso imperturbabile, burbero, strano tizio vagamente arrabbiato. Il finale di Serenity è una tristezza imbarazzante: il filo della trama si perde completamente, e non viene chiarita alcuna conseguenza se lui uccida o no quest’uomo, né poi che cosa diavolo c’entri il pesce e cosa rappresenti. Fatto sta che Matthew lo uccide, chiudendo il tutto urlando il nome del figlio dalla barca, in pieno stile telenovela trash, su cui c’è anche la Hathaway (che non si capisce cosa ci faccia nel videogioco, visto che è viva); poi, una voce del telegiornale spiega ciò che era già ovvio, ovvero che è stato il figlio ad uccidere il nuovo marito stronzo e che Matthew era morto anni prima, e il film si chiude con il ragazzino che, non si sa come, promette di riprogrammare il gioco ed arriva sull’isola a riabbracciare il padre.

Io davvero sono allibito di come si possa pensare, produrre, ed infine distribuire una cazzata del genere: un insulto a tutta l’arte cinematografica, ma anche al più stupido mestiere d’intrattenimento. Non mi capacito di come attori premi Oscar, pluripremiati, che hanno aderito e partecipato a progetti interessanti e bellissimi (penso a Dallas Buyers Club, o Interstellar, dove ci sono entrambi), possano prestarsi a queste trappole succhia-soldi, che, chiaramente, senza di loro non andrebbero proprio in porto o, almeno, raccoglierebbero il fallimento che meritano.
Invece la connivenza di questi artisti avalla questo sistema malato, di cui Serenity è solo uno, non il primo e purtroppo non l’ultimo, dei tanti prodotti.

Come questa cagata madornale sia uscita dalla penna e dalla regia di Steven Knight rimane un altro mistero, quasi quanto come faccia ancora ad andare in giro, piuttosto che sotterrare la testa sotto la sabbia.
Perché scrivere un errore è umano, perpetrarlo è Hollywood.

Enrico Zautzik

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