Scrittori bambini: nel regno dell’immaginazione

 In Approfondimento, Letteratura

Sarò molto diretta: per iniziare questo articolo, dovrò svelarvi il finale di un bellissimo film. Ma è necessario che io lo faccia, davvero.
L’anno scorso ho organizzato un cineforum con degli amici, con tanto di lenzuolo attaccato alla parete. Ognuno sceglieva tre film con un tema comune, ed il mio, molto prevedibilmente, era l’immaginazione. Il primo film che ho proposto è stato il Labirinto del Fauno di Guillermo del Toro (2006), ma nessuno dei miei amici sapeva che, da brava psicologa, dopo la proiezione li avrei sottoposti ad un piccolo sondaggio del tutto informale, che mi ostino a riproporre appena ne ho l’occasione.
Una sola domanda: che cosa accade alla fine?
Un’analisi accurata mi ha permesso di identificare due categorie di risposte.

Quelli che appartengono alla prima categoria sostengono che la piccola Ofelia fu uccisa dal patrigno; quelli che appartengono alla seconda categoria, invece, senza alcuna esitazione, mi rispondono che ella discese in un regno sotterraneo «dove la bugia e il dolore non hanno significato», e dove il Re – il suo vero padre – giurò che la avrebbe aspettata finché il mondo non avesse smesso di girare.
Mentre chi appartiene alla prima categoria – li chiameremo semplicemente “i razionali” – spesso piange osservando la macchia di sangue che si estende lentamente sotto il corpo di Ofelia, gli altri, – “i sognatori”- sorridono all’immagine del trono dorato che la aspetta. Per tutto il tempo essi hanno creduto al suo mondo immaginario, un mondo in cui Ofelia è la protagonista assoluta, ma che al tempo stesso assume il carattere cupo e labirintico della vita vera, in cui Francisco Franco ha vinto la guerra e sua madre ha sposato il crudele capitano Vidal.

il labirinto del fauno

Il Labirinto del Fauno e la mia categorica domanda, mi hanno spesso portato a riflettere sul ruolo che l’immaginazione svolge nelle nostre vite, e, soprattutto, nelle vite di coloro che ne hanno fatto un mestiere.
Credo che se l’immaginazione fosse un regno, in cui tutti, come Ofelia, hanno la capacità di emanciparsi dal reale per rappresentarsi dei mondi possibili, sarebbe certamente un regno popolato da scrittori.
Ma prima delle opere di alcuni dei miei romanzieri preferiti, come Barrie, Tolstoj, Brönte e Nabokov, c’erano i loro giochi e le loro avventure fantastiche: c’era un piccolo James che non voleva crescere, un piccolo Lev che viaggiava su una poltrona come fosse una carrozza, una Emily che inventava mondi immaginari insieme ai fratelli, e i rifugi del solitario Vladimir.

La psicologia mi ha spesso riportato “con i piedi per terra”, insegnandomi che alcuni meccanismi che io reputavo del tutto astratti ed impalpabili, come l’immaginazione, sono in realtà molto più concreti di quanto pensassi. Esiste una precisa funzione cognitiva – la funzione simbolica – che ha permesso a questi scrittori bambini di accedere al regno del possibile. Dall’età di due anni e mezzo circa, essi furono capaci di utilizzare qualcosa (ad esempio un bastone) per rappresentare qualcos’altro (un cavallo), e dunque di “distaccare” le cose dal loro significato abituale, per poi “trasportare” quest’ultimo ad altre cose: è così che un bastone può essere cavalcato proprio come se fosse un cavallo.
È un po’ come con una figurina: la parte adesiva è il significato (un cavallo è un animale di grossa statura, con gli zoccoli e una lunga coda, che può essere cavalcato), mentre la patina bianca e lucida, quella che di solito gettiamo via, è la cosa in sé, la cosa materiale, (un cavallo vero); a partire dal secondo anno di vita i bambini possono attaccare la parte adesiva ad altre, numerose, patine bianche, ed è questo meraviglioso processo ad aprire le porte al regno dell’immaginazione. Nient’altro che staccare figurine.

La cosa veramente importante è che la capacità di maneggiare queste figurine, e dunque la capacità di rappresentazione, non è solo la prerogativa per i giochi più fantasiosi: è anche ciò che serve ad una mamma per raccontare una favola, ad un artista che trasforma un pezzo di marmo in una statua o ad uno scrittore che crea una storia.

peter-pan-and-wendySolo a partire da questa importante conquista James Matthew Barrie poté cominciare ad immaginare le vicende di un bambino che non voleva crescere.
Anche se l’infanzia di Barrie non fu di certo felice, i racconti fantastici furono ciò che animò il suo legame con la madre, ed il legame di lei con la vita. Quando il piccolo Jamie aveva sei anni, suo fratello maggiore, Davis, morì annegato, e sua madre, Margaret Ogilvy, cadde in una lunga depressione. Durante questo periodo James vestì i panni del fratello morto (in tutti i sensi, dato che li indossava veramente): sedeva tutto il giorno accanto al letto della madre, ascoltando i suoi racconti di pirati, e spesso ne inventavano insieme. Fu proprio lei a mettergli in testa «un’idea splendida(…)e l’idea era nientemeno questa: perché non scrivere io stesso dei racconti?». E così fece, nella soffitta di casa.

Molti scrittori hanno raccontato della propria infanzia, delle straordinarie avventure che popolavano le loro giornate allo stesso modo in cui, più tardi, avrebbero fatto i loro personaggi.
Prima che Nataša Rostova e il principe Andrej prendessero forma dalla sua penna, nell’infanzia di Lev Tolstoj c’erano le lunghe sere d’inverno in cui lui e i suoi fratelli addobbavano con scialli una poltrona, trasformandola in una carrozza. «Uno di noi prendeva il posto del cocchiere, un altro del lacché, le bambine sedute nel mezzo, e con tre sedie per cavalli ci mettevamo in viaggio».
Orfano di madre prima dei due anni e di padre a nove, Tolstoj era molto legato ai suoi fratelli: nutriva una profonda ammirazione per Sergej, che «cantava sempre, disegnava con le matite colorate dei galletti straordinari e allevava polli in segreto», e per Nicolaj, che raccontava storie bellissime e progettava spedizioni immaginarie. Di notte i bambini, a turno, facevano compagnia alla nonna Pelajia Nikolaevna, «corpulenta e bianca con la camicia da notte e la cuffia, che faceva bolle di sapone fra le dita grinzose». Quando era il turno del piccolo Lev, nonna e nipote salivano nei loro letti, smorzavano le candele e attendevano di essere cullati nel sonno dalla voce di un vecchio cieco, un novelliere professionista portato nella tenuta molti anni prima, che mormorava antiche favole russe.
Insieme a Nicolaj, Lev fu coinvolto nell’ideazione di una società immaginaria chiamata Popolo delle Formiche, in cui la malattia era scomparsa e regnava l’amore. La creazione di questi mondi immaginari, detti anche paracosmi, è un fenomeno che accomuna l’infanzia di molti scrittori. È quasi fin troppo naturale credere che la Terra di Mezzo abbia messo radici quando un Tolkien bambino osservava malinconico le campagne inglesi. Trasferitosi dal Sudafrica – dove nacque – a Birningham, egli fu presto turbato dalla prematura morte del padre. Durante gli anni trascorsi con la madre, quando fu ormai troppo grande per prendere parte ai giochi del fratello minore Hilary, la sua solitudine fu alleviata dalla compagnia di creature immaginarie, che, da quel momento in poi, non lo abbandonarono mai.

terradimezzo

La creazione di paracosmi, oltre ad offrire una via di fuga dalla brutalità della vita reale, svolge un’importante funzione dal punto di vista affettivo, offrendo al bambino un senso di potere e controllo personale. Allo stesso modo in cui la principessa Ofelia affrontava le prove del labirintico mondo del Fauno per sfuggire agli orrori della guerra, i quattro piccoli Brönte – Emily, Charlotte, Patrick ed Anne – dopo che le due sorelle Maria ed Elizabeth morirono di stenti in un pensionato «per figlie di pastori poveri» del Westmoreland, idearono per oltre un decennio complesse società immaginarie. Nel 1826, Patrick, che allora aveva nove anni, ricevette in regalo una scatola di soldatini che diede inizio alla creazione della Glasstown Confederacy, un mondo di fantasia che fu lo scenario di numerose battaglie ed intrighi. I personaggi che lo popolavano erano ispirati ai condottieri inglesi delle recenti guerre napoleoniche, ma vivevano avventure riprese dalle Mille e una Notte e dai racconti pubblicati sul Blackwood’s Magazine. I ragazzi cominciarono a mettere per iscritto le cronache del regno di Angria, ideato da Patrick e Charlotte, e la saga dell’isola di Gondal, frutto della fantasia di Emily ed Anne.

Nabokov bambino

Nabokov bambino

Anche l’infanzia di Vladimir Nabokov fu popolata da giochi e avventure immaginarie, di cui l’elemento principale era «un grande divano rivestito di cretonne, bianco con trifogli neri» in uno dei salotti di Vyra, la grande tenuta di famiglia nel distretto di San Pietroburgo. Egli se lo figurava come «il massiccio prodotto di un qualche improvviso movimento geologico prima dell’inizio della storia», come una caverna primordiale. Con l’aiuto di un adulto lo scostava dalla parete, quel tanto che bastava per permettergli di strisciarvi dietro, di costruire un tetto con i cuscini e poi godere del silenzio, del «ronzio delle orecchie, quella vibrazione solitaria che è tanto familiare ai bambini nei nascondigli polverosi».

Se l’infanzia di questi scrittori ha custodito in segreto quelle che sarebbero state le future Lolita e Anna Karenina, i futuri Heathcliff e gli Hobbit, vuol dire che nessuno di loro ha mai smesso di credere nel potere della propria immaginazione, nella verità dei propri mondi possibili.

Tornando alla mia categorica domanda, quindi, credo che l’unica vera risposta me l’abbia data Danial Pennac, scrivendola per un’intera pagina come fosse una
preghiera: «Immaginazione non significa menzogna».

Della stessa opinione era lo scrittore James Matthew Barrie, il piccolo Jamie: egli credeva che l’immaginazione fosse la più grande verità che i bambini sperduti potessero dirsi per sconfiggere il tempo – l’orologio nella pancia del coccodrillo o le lancette del Big Bang – per salvarsi, per credere che la morte sarebbe stata una meravigliosa avventura. Il loro “più grande facciamo finta” significava smettere di crescere, scambiarsi ditali al posto di baci e non dover pensare mai, mai più alle cose dei grandi.

La verità è che non può esistere un solo finale per Ofelia: la forza della sua storia risiede nell’impossibilità di scindere la realtà dall’immaginazione, così abilmente confuse da essere indispensabili l’una all’altra.
Ad ogni modo, si dice che «la principessa discese nel regno paterno. E che li regnò con giustizia e benevolenza per molti secoli, che fu amata dai suoi sudditi, e che lasciò dietro di sé delle piccole tracce del suo passaggio sulla terra, visibili solo agli occhi di chi sa guardare».

Maura Ruggiero

Maura Ruggiero

Nata a Napoli nel 1991, studia Psicologia all’Università Federico II e frequenta il Laboratorio Teatrale Permanente del Teatro Elicantropo. È fermamente convinta che "tutti noi saremmo in grado di volare se fossimo assolutamente certi della nostra capacità di farlo come l'ebbe, quella sera, il coraggioso Peter”.
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