Sanpa: il fascismo mistico e paternale

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Sanpa – Luci e tenebre di San Patrignano ha destato molto scalpore, e a ben ragione. Non solo perché è la prima docu-serie italiana targata Netflix, ma anche perché è un capolavoro. In Italia abbiamo una tradizione documentaristica di alto livello da decenni (basti pensare a Comizi d’amore di Pasolini), ma spesso ce ne dimentichiamo, ingenuamente portati a considerarlo un sottogenere, un divertissment.
Sanpa ci ricorda, invece, che il documentario può essere uno spunto di riflessione molto più incisivo di una rappresentazione, oltre a poter meglio incarnare la memoria storica di una certa epoca o un momento di dibattito comune.

Come da un tappeto mai lavato, è di nuovo fuoriuscita tutta la polvere nascosta dal perbenismo italiano sul tema della droga, l’atteggiamento ottuso che ha strozzato qualsiasi vero progressismo nel nostro paese. Discussione che ora impazza ovunque, sull’onda della pietra lanciata nel lago dall’ideatore del progetto, Gianluca Neri, ma corre, intrappolata, sulla stessa dialettica binaria di cinquant’anni fa: perbenismo o licenza, linea dura o liberale, schiaffoni o tutela.
La docu-serie narra la controversa storia della rinomata comunità di recupero dalla tossicodipendenza San Patrignano (la prima più grande d’Europa) e del suo patron, Vincenzo Muccioli. La parabola sembra studiata sui dettami della tragedia greca, guidata dal sogno assurdo di un uomo carismatico e imbrigliata nei limiti dell’uomo e della società, specialmente quando questa viene messa di fronte alle sue contraddizioni.
La cosa più interessante però, a mio avviso, non è l’approccio alla questione della tossicodipendenza che viene fuori da Sanpa, ma un vero e proprio approfondimento sul vivere civile, su cosa sia la socialità e l’organizzazione sociale di un gruppo di persone, in un dato spazio e tempo. Quello che viene fuori, innescato dalla provocazione dell’ego di Muccioli, è un’italianità dedita al cultismo, all’obbedienza, una società pronta a consegnare nelle mani dell’uomo forte le proprie domande e la necessità delle risposte.

E’ questo l’autoritarismo che trapela dalle vicende della genesi di San Patrignano: un popolo che, messo di fronte all’imperscrutabilità ed incertezza della vita (in questo caso concretizzata nella dipendenza da droghe dei suoi membri), rimette tutto nelle mani nel capo, elogiandolo senza opporre critiche solo per il fatto stesso di portare soluzioni, a qualunque prezzo.
La fondazione di San Patrignano nasce qui, dal bisogno della massa di avere una guida che, più che organizzativa, sia ideologica, affettiva: agli albori degli anni ’80 le lotte politiche stavano tramontando, e l’orizzonte ideologico dei giovani perdeva l’orientamento, trovando l’eroina come madre accogliente nelle cui mani arrendersi. Parimenti, tutta la massa di genitori abbandonati all’inferno di avere dei figli tossici, non avendo risposte dallo Stato (che faceva spallucce), chiedeva disperatamente aiuto, via di fuga.
E’ in questo contesto che la vanagloria e il carisma di Muccioli s’inseriscono a fagiolo, creando il capo ad hoc che rispettava tutti i dettami della cultura italiana: la disciplina circondata da una retorica di amore, il valore della famiglia come nucleo inscindibile e insindacabile, il culto dello “schiaffone” come dimostrazione lecita di troppo affetto. Sotto questa luce, non è difficile spiegarsi le legioni di genitori che vediamo implorare ai cancelli di San Patrignano di ospitare i propri figli, nonostante fossero già trapelate le accuse delle prime violenze, o comprendere perché ai processi di Muccioli ci fosse una platea di persone che lo difendevano.

Quello che viene fuori è un istinto primordiale, quasi un bisogno fisiologico di una gerarchia ordinante, capace di mettere mano nell’oscura e contorta decodificazione della difficoltà. Il semplicismo con cui il padre di Sanpa rispondeva a temi enormi, è la base stessa del populismo, uno dei primi vagiti di risposta al vuoto culturale che avrebbe spianato la strada, di lì a poco, al berlusconismo. Di fronte alla morte della morale cristiana, e al non sentire più attuale la lotta politica, intere generazioni avvertirono tremare la terra sotto i piedi, e mentre alcuni, vittime dei tempi, sprofondavano nell’eroina, altri avevano bisogno di una traduzione comprensibile di ciò che stava accadendo. Quello che Vincenzo Muccioli aveva di efficace, era la riduzione ad una dimensione abbordabile di vere e proprie tragedie familiari, l’esorcismo e la normalizzazione dell’ossessione della dipendenza, e del degrado umano che essa era in grado di produrre.
E’ riduttivo e ingenuo pensare che questo avvenisse sotto la logica di un piano studiato: la maggior controversia umana riscontrabile in Sanpa, è proprio la considerazione che Muccioli fosse davvero mosso da sentimenti nobili, dall’amore per il prossimo. Credere che sia impossibile che questa premessa porti agli eventi raccontati, i soprusi, le angherie, e successivamente i crimini, equivarrebbe a liquidare la complessità delle sfumature umane, illudendosi di poterla tradurre con un lessico infantile fondato sulla semplicistica contrapposizione fra bene e male.
E’ proprio vero, come tutti dicono, che il miglior pregio di Sanpa è proprio quello di rispettare l’ambiguità della morale individuale e sociale, rendendo al meglio la sua valenza ontologica, rivendicandone il diritto ad essere considerata come dato di fatto. Non si incappa tutti i giorni in lavori di tale finezza deontologica, di una così accurata traduzione umana.

Il Fascismo paternalistico di Muccioli, si fa poi più palese e audace con la crescita della comunità, che continua ad inglobare membri (fagocitata dalle vittime dell’eroina tanto quanto dall’ego del suo fondatore), fino a diventare una cittadina autosufficiente: se, durante la visione, immaginiamo di sostituire la parola Muccioli con quella di Governo, ecco come si dipana ai nostri occhi una dinamica ben nota alla storia, già recitata da centinaia di cultismi della persona di origine religiosa e non, in tutte le parti del mondo.
L’ammortizzatore sociale che cercava di rappresentare il padre di Sanpa, ad un certo punto, sparisce, allontanato fisicamente, ed ideologicamente, dallo spropositato numero di ospiti presenti in comunità e dalla grandezza della stessa: questa distanza, riproduce lo stesso vuoto a cui Muccioli aveva cercato di sopperire, creando però, al suo interno, distorsioni ancor più controverse. Questo insegna quanto, in un dato segmento sociale, la necessità di rapporti interpersonali prevarichi l’organizzazione istituzionale, delineandosi come principale bisogno umano comunitario.
E’ in quel momento, infatti, che a San Patrignano si perde la bussola, allentate ormai le maglie dell’abbraccio del padre che era, sì, rude e duro nella sua educazione, ma anche affettivo e presente.

La conclusione che mi preme più sottolineare, è come in assenza di legami interpersonali, i difetti della gestione sociale si ripropongano anche senza l’egida di correnti ideologiche, essendo essi insiti in una costituzione primordiale del nostro intendere il gruppo, la comunità.
Se non obbligato, quantomeno il più facile.
Analogamente, all’idea dittatoriale dell’unico uomo, si può sostituire e inserire qualsiasi soggetto: lo Stato, inteso nella sua accezione più paternalistica e assistenziale, come nelle dittature comuniste, o anche, perché no, Dio stesso. La peculiarità delle vicende di San Patrignano (e di altre parabole simili nella storia) è infatti quella di far coincidere, nella abnegazione del singolo in virtù della fedeltà al comune, quotidiano e sacro, vestendo la propria guida di un alone mistico-religioso, necessario ad avvicinare l’emotività alla fede nell’autorità. Mentre le dittature politiche spesso hanno fondato i loro dettami sul laicismo (ad eccezione del fascismo, di cui il cattolicesimo era fondamento civile), il cultismo personale e le comunità autogestite hanno sempre identificato nel capo il divino: cos’altro infatti chiediamo a Dio, come alle dittature, se non di codificare in modo semplice e comprensibile realtà complesse e di non facile risoluzione?
Dove, meglio che nello smarrimento dell’assenza di risposta, attecchiscono soluzioni semplicistiche?

Per gli ospiti di San Patrignano il “divino” era rappresentato da una figura genitoriale che li amasse ancora, nonostante tossici, e nella prospettiva di una vita normale. Il merito storico e ideologico della concezione di Muccioli è indiscutibile: egli aveva inteso, prima del tempo, almeno della cultura europea, che non bastava curare i tossici come degli influenzati, e rifiutava parimenti di considerarli già morti, come lo stato faceva. La possibilità concreta di ricostruire la propria vita attraverso la passione e sotto la guida di un padre, governo e dio allo stesso tempo, era un motore di sorprendente efficacia per combattere la tossicodipendenza.
Il problema fu, certamente, che questa intuizione coincise con l’ego del patron, dando vita ad una commistione di incredibile potenza fra il bisogno degli ospiti e le ambizioni del padre.
Esattamente come Dio, Muccioli si era prodigato per dare vita ai suoi figli (come amava chiamarli) ma non altrettanto nell’assicurargli lo svolgimento sereno della stessa. E’ in questo frangente, in questo turbinio di passioni, che risiede la forza di Sanpa: nella magistrale riproposizione non di un mero fatto di cronaca, ma di una vera e propria apologia dell’umano, una centrifuga, che fu San Patrignano, dove antichi sistemi si scontravano con nuove ambizioni; una parabola perfetta, terreno per analisi sul rapporto fra singolo e comunità, fra cittadino ed autorità.

Una certezza, poi, si respira, ma, grazie alla maestria dei creatori, rimane sullo sfondo, essendo fuori tema: ovvero l’ineluttabilità della soluzione all’italiana, la classica caratura dell’opinione pubblica (e dello Stato) in base a chi ha di fronte. Quando Muccioli non era nessuno, le controversie di San Patrignano erano oggetto di critiche molto più feroci, attraverso obiezioni che cercavano di tradurre il nuovo problema, quello dei tossici, che la società si trovava ad affrontare. Nel momento in cui, grazie alla crescita della comunità, ed ad appoggi illustri, Muccioli divenne un personaggio con un suo peso specifico, ecco ritornare fuori l’attenzione solo mediatica, il vizio dello scandalo, la protezione del potere. Anche questo aspetto determinerà poi l’epilogo degli eventi, a cui il documentario tiene devota fede, sapendosi concludere senza un giudizio netto ma evasivo, rimanendo ben sospeso nel nucleo del tema e nel giudizio dello spettatore, parte integrante della riflessione che promuove Sanpa.

Finalmente la licenza creativa di Netflix viene usata con intelligenza e spirito artistico e sociale anche da noi italiani, sperando che Sanpa sia solo il primo mattone di una costruzione di arte sociale utile e necessaria, così da fare il modo che il dibattito civile si elevi dalle categorie che per troppo tempo lo hanno storpiato.

Enrico Zautzik

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