Se dovessi pensare ad una canzone che rappresenti al meglio il momento che sta vivendo Sampha Sisay, in arte semplicemente Sampha, senza dubbio direi Under Pressure dei Queen. Sì perché un polverone così per un debut album non lo si vedeva dai tempi dei Mumford & Sons o dei più recenti Royal Blood. C’è chi si spinge addirittura a parlare già di “album dell’anno” quando a stento siamo riusciti a digerire panettoni e pranzi infiniti coi parenti. Insomma poca pressione sul ragazzo classe 1988 nato a Morden (Londra), cresciuto a pane e pianoforte e sin da subito consapevole che la musica avrebbe svolto un ruolo fondamentale nella sua vita.

La copertina dell'album

La copertina dell’album

A dirla tutta non parliamo propriamente di uno sconosciuto poiché già da 2 anni a questa parte, abbiamo letto il suo nome in diversi featuring di spessore, a partire da Kanye West, Drake, fino ad arrivare alla più recente Solange. Tutta roba di qualità che si rivela essere soltanto la punta dell’iceberg: come direbbero in tanti “the best is yet to come”. E mai frase più azzeccata se pensiamo al suo primo singolo – Blood on me – uscito lo scorso autunno e che se mai ci fosse bisogno di specificare, ha automaticamente abbassato il volume di qualsiasi altra canzone passata per radio o sul web. Un singolo energico e ritmato, con sonorità assolutamente moderne – per farvi un esempio, a me ricorda Nick Murphy quando ancora si chiamava Chet Faker, con inclinazione R&B alla Craig David – dal quale si riesce ad apprezzare tutta la carica del ventottenne inglese. L’album però non è fatto solo di aggressività, bensì rappresenta le due anime di questo ragazzo e infatti Process scorre che è una meraviglia, alternando la ritmica di pezzi come Kora Sings, Reverse Faults o Timmy’s Prayer alla quiete contemplativa di Take me Inside o di Incomplete Kisses. Il tutto per rimanere letteralmente sbalorditi dall’intimità di (No One Knows Me) Like The Piano, vero diamante del disco che fa venir fuori tutto quello che vuole esprimere Sampha. Il brano parla di ricordi indelebili legati al pianoforte di casa dei suoi genitori, sul quale ha sbattuto la testa infinite volte fino a perfezionare orecchio e posizione delle mani. Un brano intenso, per certi versi triste perché dopo aver perso entrambi i genitori – il padre nel ’98 e la madre Binty Sampha, morta a settembre 2015 – quel pianoforte citato così tante volte nel testo è il personalissimo Stargate di Sampha attraverso il quale riesce a rivivere i bei momenti del passato. Ascoltando il brano non si può che finire sommersi dalla straordinaria arte di Sampha, che nel suo piccolo ha già inconsciamente intrapreso la strada dei grandi. Infine l’album si chiude con What Shouldn’t I be, che rende Sampha accessibile a tutti, ponendo sotto i riflettori la sua vulnerabilità e il suo bisogno d’infanzia, forse andata via troppo presto. Ed è proprio quando dice “You can always come home” che – servendoci del suo Stargate – ci sembra di poter toccare con mano il suo passato, di vederlo incorniciato insieme a tutta la sua famiglia. Insieme.

Il nostro Sampha sarà a Milano il prossimo 21 Marzo. Per quanto mi riguarda, ho fatto già il biglietto.

Enjoy!

Camillone

Camillone

vivo tra Napoli e Milano. Ognuno ha un Dio a cui rivolgersi e pregare; io ho la musica.