Ronaldo Luìs Nazàrio de Lima – Il Dio di cristallo

 In Sport, Storie di Sport

Parigi, 6 Maggio 1998.
Passo a destra, passo a sinistra, passo nuovamente a destra.
Il corpo si muove di conseguenza, in quello che sembra un ballo, perfetto, sinuoso, quasi sensuale.

Il Fenomeno

Il Fenomeno al momento del gol contro la Lazio nella finale di coppa Uefa del ’98

Accade tutto in un secondo. Il portiere può solo distendersi inerme e vedere il Fenomeno andare in porta.
Il Fenomeno si chiama Ronaldo e il doppio passo è il suo manifesto.
Ha la testa rasata da monaco tibetano, gli incisivi sporgenti da castoro e due quadricipiti grossi come tronchi di sequoia.

«Non è un uomo, è una mandria di cavalli» dirà di lui Jorge Valdano.

Luìs Nazàrio de Lima (il nome Ronaldo viene dal dottore che lo fece nascere) nasce in una favela all’ombra del Corcovado e inizia, come tutti da quelle parti, a dare calci ad un pallone di pezza, praticando il calcio a 5. Inizialmente vuole fare il portiere, ma corre troppo veloce per stare fermo lì dietro.
Per fortuna viene spostato in attacco.
Sogna un pallone vero, sogna il Maracanà, sogna la vita in città, sogna di diventare il più grande.
L’opportunità arriva. A 13 anni viene convocato dal Flamengo per un provino. Mamma Sonia lo bacia in fronte, gli mette al polso l’orologio buono, quello avuto per la prima comunione, e “Dadado” (troppo difficile per un bambino pronunciare Ronaldo) parte per il lungo viaggio verso il campo di allenamento.

Il provino, ovviamente, lo supera brillantemente, ma il Flamengo gli dice di no: non può pagargli il biglietto del treno o degli autobus per raggiungere ogni giorno il campo.
Per di più due teppisti gli rubano l’orologio.
Dadado continua col calcio, è troppo forte per smettere così, e la gioia arriva. Viene notato dal Cruzeiro.
Deve trasferirsi però a Belo Horizonte, 600 km da Rio. Dadado diventa uomo, nonostante l’apparecchio ai denti che mamma Sonia riesce finalmente a comprargli.

A 17 anni Ronaldo ha già incantato il Brasile: esordio in nazionale contro l’Argentina (come un certo Pelè prima di lui) e convocazione per il Mondiale americano del ’94.
Non gioca nemmeno un minuto, ma diventa buon amico di Romario, e fa bene, perché si rivolgerà a i per chiedere informazioni su Eindhoven, la sua futura destinazione.

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Ronaldo con la maglia del Psv Eindhoven


Cosa c’è a Eindhoven?”
Il freddo”
E poi?”
La Phillips”
E poi?”
Basta”.

Il freddo lo combatte con i dieci (sì, dieci) calzettoni indossati in allenamento, ma la saudade è allievata solo dall’arrivo di mamma Sonia.

La permanenza olandese non poteva durare a lungo, e infatti nel ’96 si scatena l’asta per quello che viene considerato il più forte under 21 al mondo.
La sua nuova casa diventa il Camp Nou, e qui non impiegherà molto per farsi amare.

12 Ottobre ’96, siamo a Santiago de Compostela.
Non siamo in pellegrinaggio, o meglio non quello tradizionale, si seguono le orme di un altro tipo di divinità.
Si gioca Compostela-Barcelona. Al minuto 35 il Fenomeno ruba palla e inventa calcio. Ho provato a descriverlo in mille modi, ma la migliore soluzione è farvelo vedere, in questo gol c’è tutto, potenza, tecnica, forza fisica, resistenza.
È il calciatore moderno. È arrivato 10 anni in anticipo.
Bobby Robson, il suo allenatore, ha le mani nei capelli: “come è possibile fare una cosa del genere?”

Nike non se lo fa scappare.
Gli costruisce intorno un’imponente operazione di marketing che in parte porterà il calcio a essere come è oggi.Ron_bacio
Un calcio B.R. (Before Ronaldo) e uno A.R. (After Ronaldo).

Come fermarlo? Le soluzioni proposte da Miguel Lotina e Candela sono “sparargli” o “chiamare i carabinieri”

Lui corre, segna, e per esultare allarga le braccia e continua a correre.
Di spalle (come in una famosa pubblicità della Pirelli) sembra il Cristo Redentore, La potenza è nulla senza controllo.

Sembra una premonizione.
Infatti già nel ’96 il fisico del Fenomeno mostra le prime problematicità.
Lui va troppo forte, compie scatti inauditi: i suoi tendini e legamenti non reggono la potenza dei suoi quadricipiti.
È come avere un filo di nylon per sorreggere il cielo, un Atlante col Mondo sulle spalle.

Nell’estate ’97 Massimo Moratti veste Ronaldo di neroazzuro. Vuole il più forte di tutti, e lo ottiene.
Il dentone si affaccia il 25 luglio dalla sede di via Durini; ad accoglierlo una folla festante che canta “il fenomeno ce l’abbiamo noi”.
Ma quella è una squadra fatta per legnare. Il neo pallone d’oro deve fare tutto da solo.
Non sembra essere un problema: da solo porta l’Inter a vincere una Coppa Uefa e a sfiorare lo scudetto (quello del famoso fallo di Iuliano non fischiato).

Arriva il Mondiale di Francia.
Lui è la superstar, lo spot della Nike nell’aereoporto lo incorona anche re mediatico oltre che sportivo.

12 Luglio 1998, Parigi: ore 14.
Di lì a poco si giocherà la finalissima del Mondiale francese: il Brasile di Ronaldo contro la Francia di Zizou Zidane.
I due più forti del mondo.
Il brasiliano cade dal letto: ha le convulsioni.
Nell’albergo e nello spogliatoio si diffonde un’unica parola: morto.
Il timore è grande, ma poco dopo il Fenomeno riesce ad alzarsi. Ha la testa pesante, i muscoli indolenziti, ma la prima cosa che fa è andare da Sagallo e dirgli: “Mister, io questa partita la gioco”.
Non avrebbe dovuto. In campo è uno strazio. La sconfitta per 3-0 passa quasi inosservata rispetto alla sua discesa dalle scale dell’aereo.
Il Fenomeno barcolla, le gambe non lo seguono.
Quel 12 Luglio rimane ancora avvolto nel mistero, ma fatto sta che, qualunque cosa sia effettivamente accaduta, da quel giorno, Ronaldo Luìs Nazàrio de Lima, l’imprendibile, l’extraterrestre, colui il quale era destinato a diventare il migliore di tutti i tempi, non sarà più lo stesso.

Sarà stata la consapevolezza di essere mortale?

Da quel giorno la sua carriera sarà tempestata di infortuni alle ginocchia: il Dio è fatto di cristallo.
Nel Novembre del ’99 è una zolla di San Siro a ingannare il ginocchio del Fenomeno: rottura del tendine rotuleo.
Il professor Saillant glielo ricostruisce e nell’Aprile del 2000 è pronto a rientrare.
Coppa Italia, all’Olimpico la Lazio aspetta l’Inter, ma tutte le attenzioni sono per l’annunciato ritorno sulle scene del Fenomeno.
Al 13’ della ripresa lo stadio emette un boato: è Lui.
La curiosità per vedere quale sarà il “nuovo” Ronaldo è altissima.
Ma le vecchie abitudini sono dure a morire.
Al primo pallone giocabile Ronnie vuole danzare, punta Couto e cerca il doppiopasso.
CRAC.
Una scena che mette i brividi, tutt’ora. Tutti, non solo i tifosi dell’Inter, sono stati avvolti da un alone di tristezza guardando quella scena.
È di nuovo il tendine rotuleo.
La smorfia di dolore è visibile, come sono visibili le lacrime con cui Ronaldo viene accompagnato fuori dal campo.
Il dolore di vedere la carriera del più grande compromessa in questa maniera commuove tutti gli sportivi.

Ronnie è nella clinica, riposa, le visite non sono permesse.
Ad un certo punto però, dopo che era stato mandato via Gheddafi, si presenta un altro nord africano, con gli occhi chiari e il cognome francese, portando solo un cesto di frutta. La sicurezza non può non farlo entrare.
Anche Zizou si era commosso.

Il Fenomeno rientra alla fine del 2001.
I rapporti in nerazzurro sono compromessi: Moratti lo tratta come un figlio, mentre gli allenatori non gli riservano i trattamenti speciali che riceveva in passato.

Mentre gli altri si allenavano, lui poteva stare steso a mangiare brioches. Era Ronaldo, non aveva bisogno di allenarsi” [Bobo Vieri].

Ora le brioches non ci sono più, e la frase di rito è: “Ronaldo è uguale agli altri” ronaldo_pianto(aggiustata da Moratti in “Ronie è un po’ più uguale degli altri”).

Tutto confluisce nel 5 maggio 2002. La carriera nerazzurra del Fenomeno finisce tra le lacrime.

Il Mondiale nippo-coreano è l’occasione per dimostrare che R9 non è finito.
Sfoggiando un look a dir poco discutibile (la cosiddetta mezzaluna) è l’unico padrone di uno dei più brutti mondiali della storia. La doppietta in finale gli varrà anche il Pallone d’Oro.
Pallone d’Oro che solleverà non più a San Siro come nel ’98, ma al Bernabeu.

ronaldo e rivaldo

Ronaldo e Rivaldo baciano la coppa del mondo vinta nel 2002

La travagliata storia d’amore con l’Inter termina con la fuga di uno dei due amanti, maltrattato dall’altro.

A Madrid vince tutto quello che non aveva vinto in nerazzurro.
Con i galacticos è un’altra musica.
Avere intorno Zidane, Figo e Raul rende le cose più divertenti, e nonostante la forma non sia quella dei bei tempi il Fenomeno regala ancora giocate degne della sua classe.

Fino a quando da Fenomeno non diventa El Gordo, il ciccione.
Da lì in poi entrerà nella fase discendente della sua carriera culminata con il grande oltraggio. Nel marzo del 2007 torna a Milano, ma stavolta per vestire rossonero.
Per chi lo ha amato incondizionatamente in salute e in malattia è un duro colpo, specialmente nel vederlo esultare dopo aver segnato in un derby.

Fortuna vuole che nel Milan non lascerà un gran ricordo e finirà per tornare in Brasile dove senza sussulti e con una abbondante pancetta giocherò fino al 2011, quando con un toccante match in nazionale abbandonerà il calcio.

Secondo me resta il più grande di sempre, il miglior attaccante che abbia mai visto. Meglio anche di van Basten, un giocatore veramente impossibile da marcare. Ne parlavo con un grande come Maldini, Ronaldo ci ha fatto fare una serie incredibile di “figure da cioccolatai”. Vi assicuro che noi abbiamo marcato gente come Maradona, ma lui era assurdo. Lo marcavi stretto e lui ti chiamava la profondità, coprivi lo spazio per non dare la profondità e lui ti puntava in uno contro uno, era ossessionante”.
[A. Costacurta]

Per la prima volta sono d’accordo con un milanista.

Per Sempre Fenomeno.

Mario Villani

Mario Villani

Nato a Bari nell'ormai lontano 1989. Dopo 5 anni a Milano abbandona il grigiore padano per cercare qualcosa nel Sud Est del mondo. Oggi in Indonesia, scrittore per caso (o per sbaglio).
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