Reversal – La fuga è solo l’inizio – Recensione

 In Cinema e Teatro

La parte migliore di scrivere la recensione di un film è, in linea di massima, il momento in cui vedi il film. Aspetti il giovedì per un’intera settimana, perché quello non è solo il giorno dell’oroscopo di Rob Brezsny: per i cinemaniaci è il sacro giorno delle nuove uscite. Allora spunti tutti i film di cui vorresti parlare e fai una bella lista, inserendo in alto quello che attendi da mesi, facendo un insano conto alla rovescia, e in basso quello che, piuttosto che sorbirti due ore di nulla, baratteresti con l’orticaria papulosa cronica.

La mia vita è scandita da ritmi così instabili, frenetici e imprevedibili (di cui le sale cinematografiche di Napoli, con i loro orari balordi, non tengono conto) che riuscire a vedere il film che desidero è un lusso raro.

Sulla mia lista della settimana l’ordine era il seguente: Life, La vita è facile ad occhi chiusi, Janis, Hotel Transyvlania 2, Black Mass e in ultimo Reversal – La fuga è solo l’inizio.

Indovinate un po’ quale il destino ha stabilito che dovessi vedere?

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Già. La fortuna ha scelto lui, il film con il sottotitolo figo. Innanzitutto invito a proseguire nella lettura di questa recensione solo chi non disdegna i B movies che oscillano tra thriller e horror. Gli altri si astenessero pure. In tal caso, vi prego, vedete Hotel Transyvlania 2, che secondo me è bellissimo.

Che poi Reversal non parte nemmeno male, anzi. Comincia lì dove solitamente i film di questo genere finiscono: dalla fuga. Sono mesi che Eve (una brava e notevole Tina Ivlev) è tenuta prigioniera dentro una botola, dietro porte su porte su porte, tutte chiuse a chiave. Grazie a un mattone che sarà piovuto dal cielo (come fanno di solito i mattoni) tramortisce il suo aguzzino (Richard Tyson) e scappa. Ma scopre di essere in una casa in mezzo al nulla, e a disposizione c’è solo un furgone senza chiavi. Nel cercarle, Eve trova le foto e i profili di altre ragazze, e capisce che sono tutte vittime come lei, imprigionate e in pericolo di vita. È allora che una biondina ventunenne si trasforma nella vendicatrice della notte: invece di chiamare la polizia, l’FBI, i pompieri, Goku o Chuck Norris, Eve si improvvisa MacGyver e con il bastone di una doccia e uno spago di ferro costruisce un guinzaglio col quale porterà a spasso il suo carnefice, obbligandolo a rivelarle dove si trovano le altre ragazze. Casa dopo casa, tappa dopo tappa, Eve scoprirà in un percorso di crescente tensione che non tutte vogliono essere salvate e che dietro questi rapimenti c’è una verità terribile.

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A metà tra Hostel e Io vi troverò (non nominerò Old Boy per non essere blasfema) Reversal manca di sfoggiare la crudezza splatter del primo o di iniettare l’incontenibile adrenalina e l’epicità del secondo. Insomma, quale essere umano non farebbe il tifo per Liam Neeson? In questo caso, invece, la rabbia accecante di Eve ha una ragione che si comprende solo alla fine, e non giustifica la sua missione solitaria e pericolosa mentre questa si svolge.

Perché non chiamare la polizia? Perché non farsi accompagnare da qualcuno?

Anche la sceneggiatura risulta lacunosa. La violenza sulle donne, lo sfruttamento, la compravendita, la tortura, la cattività. Temi che vengono sfiorati appena, pur essendo i pilastri, il motore della storia. Mentre seguiamo il percorso a ritroso di Eve, un cammino di salvataggio e insieme di vendetta, veniamo bersagliati da sprazzi di video amatoriali, che ci tengono incollati, nella speranza che dietro una ruota panoramica e due ragazze sulla riva del mare ci siano verità e rivelazioni che valgano il prezzo del biglietto. Non è proprio così. Manca un respiro più ampio, alla trama e ai personaggi. Manca un colpo al cuore.cao-638x425

Comunque, adesso smetterò di essere cattiva e di avercela con l’universo per non avermi permesso di vedere Life o Hotel Tansylvania 2, e spezzerò qualche lancia a favore del secondo lungometraggio del messicano J.M. Cravioto. Questo è dichiaratamente un B movie, e dunque non ha pretese che vadano oltre. Nel suo piccolo, il suo dovere la fa. Alcune scelte registiche non mi sono dispiaciute, certe scene colpiscono nel segno grazie a un montaggio dinamico. Cravioto è furbetto, la struttura del film sa come imbrigliarti fino, e anche se la storia l’avete sentita già (e se non l’avete sentita, la indovinerete di certo) andrete avanti. Il ritmo è quello giusto, sangue e azione non ci sono negati, la macchina da presa non si gira da un’altra parte davanti alla crudezza, e come al solito non dispiace vedere una vittima trasformarsi in carnefice. Perché sotto sotto siamo lupi, e apprezziamo chi ce lo ricorda.

Non ho altro da aggiungere. Vederlo, comunque, non vi cambierà la vita come non ha cambiato la mia. Tranne per il guinzaglio alla MacGyver. Quello era forte.

Lavinia Petti

Lavinia Petti

Lavinia Petti è nata a Napoli nel 1988. Laureata in Studi Islamici, ha seri problemi con gli studi islamici, la realtà tangibile, i dolci e le patatine fritte. Ha vinto una sfilza di concorsi nazionali fantasy e pubblicato due libri, un saggio sulle fate (dall’imbarazzante titolo “Fate. Da Morgana alle Winx”), edito da Gremese, e un racconto di fantascienza edito da Tabula Fati (“La terza era”). Ama viaggiare e le storie, e del resto non gliene frega poi niente.
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