Red Hot Chili Peppers – The Getaway – Recensione

 In Musica

Mi imbatto, intenzionalmente o meno, nella musica dei Red Hot Chili Peppers da anni – in radio, in tv (quando MTv era ancora un canale serio), nei negozi, nel capo del mio gruppo scout che suonava “Otherside” con la chitarra – e ho un bellissimo ricordo legato a “Freaky Styley” del 1985, un disco che ha lasciato il segno nella mia personale lista di ascolti.

Oggi mi cimento con “The Getaway”, l’ultimo arrivato in casa Peppers, pubblicato lo scorso 17 giugno. Negli anni ho avuto modo di notare come la band si sia cimentata nella sperimentazione e nell’esecuzione di generi abbastanza vari, alcuni più ritmati, altri più alternative, altri ancora più melodici; la colonna portante però è sempre stato l’inconfondibile basso di Flea. Il primo brano eponimo si mantiene su ritmi piuttosto lenti, in cui gli strumenti ci sono ma con discrezione, quasi a voler fare da contorno alla voce di Anthony Kiedis, accompagnata dal controcanto nel ritornello. Un bridge inaspettato arriva, a pochi secondi dalla fine, ad interrompere il pattern seguito finora, ma in un batter d’occhio siamo già al brano numero due, “Dark Necessities”. Dicevamo prima, il basso di Flea: è il suo slap a fare da intro, mentre nel brano troviamo, a sorpresa, anche un pianoforte. La vena funky fa capolino ma, di nuovo, senza strafare. Per il momento ho l’impressione che la band non voglia esporsi troppo e che si contenga in qualche modo, non so perché.

Ecco che però la musica cambia con “We Turn Red”: qua il funky c’è e si sente, tanto, soprattutto nel groove di Chad Smith, mentre Kiedis trova comunque il modo di infilare parti più melodiche anche qui. “The Longest Wave” inizia con un bell’arpeggio di chitarra, che si protrarrà per tutta la durata della canzone e la renderà quasi una ballad; in “Goodbye Angels” abbiamo un crescendo che si sviluppa nei primi secondi del brano, per poi esplodere in un tripudio di atmosfere, effetti e (di nuovo) cori. Segue “Sick Love”, in cui l’ospite d’eccezione è Elton John al pianoforte, ed in effetti la sua personalissima impronta si sente nel corso di tutta la traccia.

Go Robot” è più ritmata e scandita, come suggerisce il titolo, ed anche qui ritroviamo effetti di vario tipo, soprattutto sintetizzatori. Devo dire che è la prima canzone a destare completamente la mia attenzione, e non perché le precedenti siano scadenti o suonate male, ma perché le trovo tutte cariche di potenziale inesploso. “Feasting on the Flowers” è un brano molto interessante e variegato, dalla linea vocale ritmica agli accordi di chitarra suonati in uno stile che ricorda un po’ il blues rock, per non parlare del pianoforte che segue una linea analoga. “Detroit” è un piacevole tuffo nel passato delle sonorità esplorate dalla band nei primi anni 2000; con “This Ticonderoga” le chitarre si settano sulla distorsione e quel che ne viene fuori è un brano energico ed alternative, interrotto qua e là da momenti più introspettivi in cui il pianoforte è il protagonista.

Siamo alle battute finali. La numero 11, “Encore”, non è l’ultima cartuccia di “The Getaway” nonostante il titolo, ed è un brano secondo me adattissimo ai viaggi in macchina. Da “The Hunter” mi aspettavo un’intro violentissima, invece ci dà il benvenuto l’ormai familiare pianoforte, il quale ci introduce in un’atmosfera sognante e carica di effetti, quasi un lento. Ho letto da qualche parte commenti che la definiscono monotona, ma dal mio punto di vista è ottimo nei momenti di relax.

Chiude il disco “Dreams of a Samurai”, praticamente un trip d’effetti. La linea vocale è lenta, la batteria è in controtempo, la chitarra si sbizzarrisce con accordi in pieno stile funky ed improvvisazioni quasi jazz… un’allucinazione collettiva.

 

Ammetto di aver trovato la prima parte di “The Getaway” senza particolari difetti o problemi a livello di scelte stilistiche, ciononostante un po’ noiosa; i primi brani in qualche modo si somigliano un po’ tutti e probabilmente potrebbero darmi di più se solo osassero rischiare, ma non lo fanno. Da “Detroit” in poi, invece, la musica si ravviva un po’, ed è in questa seconda parte che trovo i brani che mi vanno più a genio: “This Ticonderoga”, “Dreams of a Samurai”, “The Hunter”, la stessa “Detroit”. Siamo davanti a un disco particolare, probabilmente non spettacolare ma comunque valido e corredato da pezzi che sicuramente vale la pena ascoltare.

Elisa Mucciarelli

Elisa Mucciarelli

Roaming the Earth da 27 anni, senza una fissa dimora da circa 8. Fan dello humor nero, Grammar Nazi per vocazione, sostenitrice dell'eclettismo musicale (che nel mio caso tende al disagio). In parole povere, una rompipalle.
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