Il Primo Re di Matteo Rovere: tremate, questa è Roma!

 In Cinema e Teatro

Coraggio. Che parola rara nel cinema italiano! Ebbene, Il Primo Re, diretto da Matteo Rovere, ne ha tanto. È uno schiaffo a una pigrizia imperante, a quella filosofia del “tiriamo a campare” di moltissime produzioni nostrane. Dopo Veloce come il Vento, il regista trentasettenne prende il mito controverso e localistico della fondazione di Roma e ne fa un esperimento dal respiro internazionale, non privo di profondi difetti.

Siamo ben lontani dal genere peplum. L’anno è il 753 a.c. Non ci sono gladiatori, legioni né tantomeno intrighi tra i marmi splendenti del Senato. C’è solo fango, tanto fango e paludi a perdita d’occhio intorno ad un Tevere già allora non troppo invitante. E in mezzo a quel fango ci sono due pastori, dalle unghie nere e i vestiti logori. Uno è Remo (Alessandro Borghi), forte e guardingo, l’altro è Romolo (Alessio Lapice), timoroso degli Dei e futuro fondatore di Roma. Poco sappiamo e sapremo di loro, di chi erano e da dove vengano. Il realismo de Il Primo Re scaccia via dal racconto Rea Silvia, la Lupa, il volo degli uccelli, qualunque background illustre o segno manifesto del destino. Ci sono solo due pastori orfani con nient’altro che l’amore fraterno a legarli.

Travolti dal Tevere, i due finiscono prigionieri dei feroci abitanti di Alba Longa che li sottopongono a scontri all’ultimo sangue “benedetti” da una sacerdotessa di un culto arcaico dominato dal fuoco e dalla figura di una triplice Dea. I fratelli riescono a fuggire insieme ad un manipolo di bruti, portando con sé la vestale del fuoco. Remo dovrà accudire Romolo, ferito e agonizzante, difendendolo dalla superstizione dei compagni che lo vorrebbero morto. Per sopravvivere Remo diventerà prima capo, poi re. Infine, convinto di essere lui il sovrano designato, dovrà decidere se seguire il volere degli dei diventando anche fratricida.

Il Primo Re è un film sulla natura del potere, su ciò che permette ad un uomo di soggiogarne altri, a due fratelli legati come “la foglia e il suo dorso” di uccidersi tra loro. In un attimo, tutti ci possiamo ritrasformare in sporchi pastori impauriti, sembra dirci Rovere. Si parla protolatino ne Il Primo Re, più che per fedeltà filologica per evocare un mondo lontano, quasi primordiale nel quale ogni azione può generare un mito. Come in un film di Malick il divino non c’è ma lo si avverte. Ha qui la consistenza della paura umana e si concretizza per mano dell’uomo con profezie auto-avveranti. Il razionale Remo comprende quale grande potere sia nascosto nel timor Dei, cerca di usare quella stessa paura per dominare gli uomini, sostituendosi al divino. Lo fa per sopravvivere, per liberarsi dal terrore diventando egli stesso fonte di paura, ma finisce tragicamente accecato dal potere. Suo fratello Romolo diventerà alla fine re, perché rispettoso del sacro e dei suoi confini.

Qui il grande ruzzolone drammaturgico de Il Primo Re che finisce con il liquidare una complessa riflessione sulla natura del potere e della religione con una sbrigativa contrapposizione tra l’empio Caino e il pio Abele. Ci si riprende, in parte, nella bella scena finale che ricorda usando le parole di Plutarco quale sia la vera formula di ogni imperialismo, di cui Roma è diventata modello.

Sul lato del puro intrattenimento, Il Primo Re fagocita svariati modelli illustri, tra la violenza di Valhalla Rising di Refn e le dinamiche del sottovalutato, e un po’ coatto, Centurion di Neil Marshall. C’è anche The Revenant di Iñárritu, con frecce che uccidono senza preavviso in foreste splendidamente fotografate al naturale da Daniele Ciprì. Matteo Rovere a volte domina a volte si fa dominare da tutti questi modelli. Poco importa. Per la prima volta in un recente film italiano abbiamo un’azione credibile e non appiccicata con poca convinzione (peccato per la troppo enfatica colonna sonora alla Mad Max). Il merito sta in un ponderato uso della tecnologia (ancora povera rispetto ad altre) e, soprattutto, in un accorto lavoro di casting con volti e corpi sempre azzeccati.

Il primo re  è un gigante che non sempre riesce a dosare le proprie forze, a volte per eccesso, a volte per difetto. Resta un’operazione rivoluzionaria, un alieno libero da certo provincialismo nostrano, coraggioso quanto basta da prendere con grande dignità sonori cazzotti nella lega dei pesi massimi. Andate a vederlo. Anche solo per le interpretazioni di Alessandro Borghi e di Apice. Che vi piaccia o meno, il punto è: andate a vederlo o tacete per sempre ogni qual volta vorrete lamentarvi dell’offerta monocromatica del nostro cinema.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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