Midsommar, Il Villaggio dei Dannati: l’oscurità in piena luce di Aster

 In Cinema e Teatro

Di solito, come per un istinto dettato da madre natura, associamo le nostre peggiori paure all’assenza di luce, a luoghi stretti, bui e pieni di punti morti dai quali potrebbe sbucare chissà quale pericolo. Si tratta dell’eterno “era una notte buia e tempestosa” al quale centinaia di film horror ci hanno abituato. Ne sa qualcosa il 33enne Ari Aster che nel suo primo film, Hereditary, trasferiva questo classico senso di oscura claustrofobia sul piano delle relazioni familiari. Con Midsommar, suo primo film hollywoodiano, Aster cambia decisamente campo di gioco. Cosa succede quando si ambienta una storia horror in un idilliaco praticello verde, sempre illuminato dal sole di mezzanotte? Probabilmente, sotto una luce che non muore mai, è la natura stessa delle nostre inquietudini a cambiare aspetto, assumendo forme più subdole e meno riconoscibili.

Subito va chiarito che Midsommar non è un horror “classico” pur nutrendosi di classici. Non salterete dalla poltrona né terrete, pronti a chiuderli, gli occhi socchiusi. Anzi, paradossalmente vi ritroverete anche a ridere. Midsommar è piuttosto un viaggio, un lungo viaggio psichedelico non privo di binari morti e false attese, che vi porterà in luoghi inquietantemente familiari.

È prima di tutto la storia di una coppia. C’è lei, Dani, afflitta dalle turbe della sorella bipolare e poi c’è lui, Christian, che vorrebbe da tempo lasciare la ragazza. I due non riescono più a comunicare, rinunciando anche al litigio. L’evidente vuoto che li separa viene però colmato da un’improvvisa tragedia. Christian si sente responsabile per Dani e decide quindi di portarla con sé in un viaggio estivo in compagnia dei suoi amici. Destinazione: nord profondo della Svezia, giusto in tempo per prendere parte ad un folkloristico rito di mezza estate dedicato al culto del sole e della fertilità. Inutile dire che i sorrisi troppo sorridenti dei locali, sotto la luce troppo luminosa del sole di mezzanotte, saranno l’inizio di un incubo ad occhi (quasi) aperti.

Dall’immaginario demoniaco-cristiano di Hereditary con Midsommar passiamo ad un più antico folclore pagano. Resta tuttavia la stessa cifra stilistica e anche lo stesso discorso, ampliato, sulla famiglia. Hereditary si giocava tutto sul rapporto madri/figli; Midsommar sul rapporto di coppia in seno ad una comunità familiare.

Ari Aster usa gli antichi riti pagani svedesi come un reagente per portare alla luce inquietudini squisitamente moderne. Tra tutte, una paralizzante incapacità di comunicare e di ascoltare, splendidamente rappresentata nei silenziosi paesaggi innevati che aprono il film. Deni convive con il suo dolore circondata da un ragazzo incapace di sincerità e da amici fondamentalmente estranei gli uni agli altri. È come prigioniera di un mondo che pur indifferente non sembra lasciarle scampo. Cerca di placare le sue ansie a colpi di ansiolitici e sonniferi, come a mettere a tacere un grido che la sta divorando da dentro, rispetto al quale anche i sorrisi inquietanti degli svedesi sembrano preferibili.

Gli allucinogeni offerti ai protagonisti, quasi a bilanciare l’effetto dei farmaci, non faranno quindi altro che portare alla luce del sole l’inevitabile, dolorosa verità e i più sotterranei desideri, nelle forme di un rito senza ritorno. Midsommar facendo proprie le forme del folklore diventa così una sorta di allucinata fiaba, comese la coppia in crisi immaginata da Rossellini nel suo Viaggio In Italia approdasse tra i baccanali dionisiaci di The Wicked Man di Robin Hardy.

Midsommar, è un film che parla di ciclicità, da assecondare o spezzare, pagandone il prezzo in un modo o nell’altro con la propria individualità. Sebbene con problemi di ritmo, conferma un’abilità incredibile di Aster nel colpirci allo stomaco in modi sempre diversi da come ci aspetteremmo da un film horror “estivo”. Ciò si mostra con prepotenza nel finale. Senza nulla dire, una chiusura che fa da perfetto pendant alle gelide e silenziose tempeste dell’inizio e la cui ferocia, come in una tragedia greca, risulta magnificamente catartica.

Michele Assante

Michele Assante

Abbandonato sulla Terra ancora in fasce, è cresciuto inseguendo un unico grande sogno: diventare un cowboy-pirata-spaziale. Sa bene però che la vita richiede anche concretezza ed è per questo che si è iscritto alla facoltà di Lettere Classiche: per scoprire Atlantide e sconfiggere Cthulhu prima che vengano a riprenderselo gli Alieni.
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